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Comunicazione di servizio – PanzAmica

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La mia amica Flavia, che è anche una mia collega, di mestiere fa un sacco di cose, fra cui la mia istruttrice personale di dinamiche sentimentali (ma io sono una pessima allieva).
La mia amica Flavia diverte i bambini da anni zero a novantanove, ti sa spiegare la matematica e la fisica (ma anche le altre scienze -scientifiche o umanistiche-) se a scuola sei una capra.
La mia amica Flavia è una che se fai il furbo ti dice io ti do una craniata e ti lascio a terra crepato. Poi magari non te la da, la craniata, però non è che poi la passi liscia. Perché il rispetto viene prima di tutto, fratello.
La mia amica Flavia è una che se devi andare a mangiare fuori il posto lo fai scegliere sempre a lei. Primo perché sei pigra/o. Secondo perché sai che ti porterà a mangiare cose buonissime. Oppure nell’altro ordine.

La mia amica Flavia ha aperto un Blog che si chiama PanzAmica in cui vi consiglia i posti dove, se siete di Roma e dintorni (o se vi capita di fare un salto da queste parti), ma non è neanche detto, potreste o dovreste fare una capatina perché lei li ha provati.

E, in genere, è una garanzia.

Palmipedone #230 —Adesso—

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Via From Me To You

Ho voglia di noccioline caramellate.

Ho voglia di una sera fresca, ventilata, senza zanzare.
Di una festa di paese di quelle con il furgocino delle caramelle gommose e delle noccioline, di quelle con il complessino dal vivo e i vecchietti che ballano la mazurka di periferia (chissà chi gliel’ha insegnata, poi).
Ho voglia di tornare a casa, la sera tardi, calpestando gusci di arachidi.
Di camminare con in bocca un bastoncino di liquirizia, accompagnata solo dal suono dei miei passi e dal canto dei grilli.
Di inciampare subito nel sonno, appena raggomitolata sotto una coperta pesante -anche se è estate- di inciamparci e di caderci dentro, faccia avanti, un sonno nero, senza ronzii elettronici, senza città intorno. Un sonno al retrogusto di liquirizia. Di noccioline caramellate.

Sto invecchiando.

Non è poi così male.
Sarebbe ancora meglio se potessi avere le mie noccioline.
Adesso.

Palmipedone #216 —Acciderbolina—

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(Via Bookshelf Porn, un tumblr che io ci vado a nozze)

Io ho una vera e propria passione per le librerie, specialmente per quelle piene e per quelle degli altri: mi piace guardare i libri che dormono sugli scaffali, scovare quelli che conosco, scoprire i criteri con i quali sono disposti o la loro totale assenza. Mi piacciono quelle di legno e che del legno hanno ancora il colore, quelle coi pannelli sul retro, quelle che, invece di grandi e spaziosi scaffali, hanno piccoli scomparti quadrati concepiti a misura di libro che comunque non è mai una misura standard (e per fortuna, perché i gradini fra un libro e l’altro, pure quelli, mi piacciono e le costine di colori vivaci, tutte diverse); mi piacciono le librerie che partono dal pavimento ed arrivano fino al soffitto, quelle in mezzo alle quali si aprono porte, finestre, cabine armadio, passaggi segreti, Stargate, camini per viaggiare con la Metro Polvere, specchi che si attraversano e di là ci trovi il Jabberwocky.

Io non ce l’ho una libreria così: la mia non parte dal pavimento, non arriva al soffitto, sullo sfondo si vede la parete che di certo non è di legno, i ripiani sono quadrati sì, ma ampi e profondi, i libri sono in doppia, terza fila, e in orizzontale sopra gli altri, anche. Quindi la mia passione trova il suo sbocco prevalentemente nell’osservazione delle librerie degli altri.

Ieri in tivvù c’erano Fazio e Camilleri a casa di Camilleri che parlavano di qualcosa che non so cosa fosse perché in quel momento io guardavo la libreria alle spalle di Camilleri, e l’ho fatto fino a quando non è comparso improvvisamente un terzo conversante, cioè il signor Sellerio, che alle spalle aveva una porta o qualcosa del genere, non una libreria, allora ho cominciato ad interessarmi a ciò che andavano dicendo e cioè che la Sellerio ha già altri quattro libri di Montalbano già pronti e io allora ho pensato acciderbolina, che a dir la verità non è stato proprio acciderbolina, ma a volte è bene parafrasare, insomma ho pensato acciderbolina, altri quattro? Voglio dire, nella libreria di cui sopra, di Camilleri di libri ci sono già ventuno, più quattro fa venticinque, ho pensato acciderbolina, come si fa a scrivere 25 libri senza mai ripetersi, io mi ripeto di continuo, nel corso di giorni, a volte nel corso di ore, figuriamoci nel corso di 25 libri, e allora ho pensato acciderbolina, forse è anche questo che rende grande uno scrittore, la capacità di non ripetersi mai, non tanto nella storia che fa da filo conduttore al racconto, ma nei particolari, nel contorno, nel condimento che a mio parere è quello nel quale si tende a raccontarsi più che altrove e quindi, poiché (nonostante gli sforzi) si è sempre gli stessi, a dire sempre le stesse cose. Acciderbolina, ho pensato, forse è questo a rendere grande uno scrittore.

O forse è la sua libreria: quella di Camilleri era proprio bella.

Palmipedone #210 —μ—

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Atom Heart Mother è un album dei Pink Floyd del 1970. L’ultima traccia del lato B, quando i dischi bisognava ancora girarli come una frittata per ascoltarli tutti, s’intitola Alan’s Psychedelic Breakfast, dura tredici minuti ed è composta di rumori e suoni: rubinetti che gocciolano, stoviglie che urtano, fiammiferi che si accendono, uova che friggono, Alan che mastica, un pianoforte, una chitarra (non nel senso che li mastica, nel senso che si sentono). Ai Pink Floyd questa traccia faceva schifo,

È una schifezza totale.
(David Gilmour)

A me piace, poi dici.

Sulla copertina di Atom Heart Mother, in una foto dai colori saturatissimi, c’è una mucca. Niente titolo, niente nome della band, una mucca e basta: Lulubelle III (è il nome della mucca).

The ultimate picture of a cow; it’s just totally cow.
(Storm Thorgerson)

I Pink Floyd volevano una copertina il meno psichedelica possibile e affibbiarono il compito di crearne una a questo Storm Thorgerson, inglese col nome da svedese, fotografo e designer di fiducia del gruppo. Storm, presi armi, bagagli e macchina fotografica, si recò nella campagna a nord di Londra con in testa un’idea ben precisa, ispirato da una orripilante meravigliosa carta da parati di Andy Warhol che dietro una scala bianca ci sta come l’aceto balsamico sui campi da golf

fotografò la prima mucca che gli capitò sotto tiro. Che io mica ci credo poi. Mica era uno qualunque, questo Storm. È quello della copertina di The Dark Side of the Moon, quella col prisma e la diffusione della luce, semplice ma efficace, e di un sacco d’altre di artisti che ti aspetti (tipo Alan Parsons, che dei Pink Floyd era il tecnico del suono, ed i Led Zeppelin) e di artisti che non ti aspetti (tipo i Cranberries e i Muse). Però la mia preferita è questa:

Phish - Slip, Stitch, Pass © Storm Thorgerson. Courtesy of Idea Generation.
copertina di un album live dei Phish, che comunque non so chi siano. Ed è la mia preferita perché, sin da piccola, mi son sempre piaciuti gli oggetti di uso comune rappresentati in formato extralarge tant’è che, sulle giostre, alla carrozza di Cenerentola preferivo sedere nella tazzona da tè. A proposito di oggetti fuori scala, poi, a me piacciono anche questa

Exposition d'Art contemporain dans le parc de Chaudfontaine (Belgique)
questo

e questo

peluche del muone, decisamente fuori scala con i suoi 10 cm di diametro, decisamente caro (l’intero set di cosi fuffolosi costa 210 dollaroni senza antiparticelle; duecentodieci dindi ed avrete sul vostro divano tutto il Modello Standard e oltre).

Il muone è la mia particella preferita: il nome fa venire in mente una grossa mucca. A me le mucche piacciono un sacco.
Anche quando fanno i cavalli.

E anche cotte.

Palmipedone #206 —Aspetti negativi—

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Internet ha anche i suoi aspetti negativi, di quelli che però non provengono da un suo uso volutamente scorretto: anche le forchette sono un’arma se uno le punta alla gola della gente. Se però la forchetta ti vola di mano mentre sei a tavola perché stai gesticolando con foga mentre parli con la bocca piena tentando di coprire i deliri di Silvio, allora quello non è propriamente un utilizzo scorretto. È accidentalmente pericoloso, ma giustificabile. Poi a proposito delle forchette, per la rubrica diamo un nome alle cose, volevo dirvi che i denti delle suddette si chiamano rebbi. E sempre a proposito di usi impropri delle forchette, un tizio, tale (fu) Bruno Munari di professione artista e designer, piegando rebbi e manici modellò le cosiddette forchette parlanti, cioè forchette espressive, forchette che fanno le corna, forchette intrecciate che pregano

nella mostra che ho fatto a Milano […] c’era una vetrina di sette metri piena di forchette

secondo me sono molto brutte.

E nella categoria usi impropri c’è anche l’arricciaspiccia, così, tanto per essere completi.

Dicevo che internet ha anche i suoi aspetti negativi e questi aspetti negativi sono uno. E quest’uno l’ho già detto in qualche altro post mi sa, segno che dopo due anni comincio a ripetermi, due anni che questo blog compie il 25 marzo prossimo venturo, lo stesso giorno in cui (per l’iniziativa Leggere, leggere, leggere) potete regalare un libro ad un completo sconosciuto, cosa che io non farò perché sono dell’opinione che sia inutile regalare un libro ad una persona, pure bravissima, per carità, che però non legge e non ha alcuna voglia di cominciare a farlo. Sarebbe come regalare a me una racchetta da tennis, non so se mi spiego. E poi, pure ammesso che la persona in questione legga, non si può mica regalarle un libro qualsiasi, bisogna conoscere (almeno) bene sia la persona che il libro (che io sia un po’ quadrata forse è vero, voi fate come volete). A proposito di anniversari, poi, il 13 marzo era la giornata mondiale hug an engineer e io non ho abbracciato il mio amico ingegnere perché non sono venuta a conoscenza in tempo utile di questa ricorrenza, quindi sono triste e gli devo un abbraccio arretrato. Comunque vi informo che il 9 dicembre è la giornata mondiale hug a physicist, SEGNATEVELO, e, nella remota possibilità che voi conosciate fisicamente un fisico abbracciatelo perché anche lui ha tanto bisogno d’affetto. E non è che dovete aspettare per forza il 9 dicembre.

Per concludere, insomma, l’aspetto negativo di internet è che ti permette di scoprire che le cose che credevi di essere l’unico a fare in tutto l’universo non solo c’è pure qualcun altro che le fa, ma le fa (apparentemente) meglio di te e ci guadagna pure. Leggendo una magnifica rubrica che si chiama Polpette, ho scoperto che c’è questo tizio che si chiama Kilford che di mestiere fa il Music Painter: in pratica spiattella della vernice di vari colori su una tela ispirandosi al ritmo della musica che ascolta (live).
Per esempio questa è Your Song, e questa è Bitter Sweet Simphony. Ma ce ne sono anche altre.

Questo invece è One Of These Days (digitale su digitale) e l’ho fatto io per l’occasione perché quelli che avevo creato con inchiostro bic sul retro delle dispense di astroparticelle ormai saranno al macero.

Sono disposta a crearne degli altri su richiesta, compenso trattabile.

Palmipedone #202 —Henry Cavendish—

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La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia.
[Leonardo Sciascia – La scomparsa di Majorana – 1975]

Henry Cavendish (1731-1810) era una persona strana. Di quella stranezza tipica di quei personaggi che li cerchi su Wikipedia e ci trovi scritto che probabilmente avevano la Sindrome di Asperger.
Tanto per cominciare ne esiste un solo ritratto, questo:

E ne esiste uno solo perché Cavendish, come raccontano i suoi colleghi dello Royal Society, era

timido e schivo a livelli patologici

talmente tanto da adottare la strategia della fuga per sottrarsi dalle situazioni da lui giudicate insostenibilmente imbarazzanti, tipo i convenevoli e le presentazioni: guardava a terra e poi scappava a gambe levate. Sempre i suoi colleghi raccontano che l’unico modo di coinvolgerlo in una conversazione era quello di non guardarlo e di parlargli come se fosse stato assente. E comunque le conversazioni dovevano limitarsi all’ambito scientifico, ad argomenti riguardanti il puro intelletto: la sfera dei sentimenti, il concetto di bello e quello di sublime, la religione erano ben lungi dall’essere considerati argomenti degni di nota.

Come se non bastasse non nutriva grande simpatia nemmeno nei confronti del genere femminile: le donne del personale domestico non dovevano avere contatti diretti con lui per nessuna ragione al mondo, tutte le comunicazioni avvenivano per iscritto, gli ingressi per la servitù erano diversi, cioè Cavendish entrava ed usciva dalla sua abitazione utilizzando una scala appositamente installata sul retro. Raccontano i membri della Royal Society che, una sera, vi era un gran via vai alle finestre del posto dove si trovavano riuniti per cenare: Cavendish credette che l’oggetto di quelle osservazioni fosse la luna. Quando, una volta avvicinatosi alle finestre, capì invece che tanta attenzione era rivolta ad una bella fanciulla che, in strada, ricambiava curiosa gli sguardi, se ne tornò al suo posto bofonchiando espressioni di disgusto. Non di disapprovazione, notate bene, di disgusto. Disgusto che poi non era tanto lontano dalle reazioni che il suo modo di vestire suscitava negli altri, della serie “Si veste come mio nonno”: camicie con polsini frufru e cappello a tricorno erano i pezzi forti del suo look.

Tuttavia era un grande matematico barra astronomo barra meteorologo barra geologo barra chimico barra fisico barra filosofo. E per questo, nonostante le sue innumerevoli stranezze, era da tutti molto stimato. Scrive George Wilson, suo biografo e a sua volta membro della Royal Society:

Era esattamente l’opposto di quella classe di pensatori la cui inventiva o abilità o successo nella ricerca sono bel aldisotto del loro desiderio di distinguersi, ma che sono diligenti nel diffondere il loro pensiero nonostante esso sia ben lontano dal meritare la pubblicazione.

Tra i pochi studi che videro la luce c’è quello sul peso della Terra o più precisamente sulla sua densità (“Experiments to Determine the Density of Earth”) di cui ho cominciato a parlare qui e per il quale Cavendish si avvalse della strumentazione progettata da un geologo, tale John Michell, ma ricostruita da zero perché Cavendish era uno preciso, uno pignolo, uno un po’ matto. E anche l’esperimento per misurare la densità della terra l’aveva già condotto un tale Maskelyne utilizzando la deviazione di un filo a piombo dalla verticale provocata dalla grande massa del monte Schienhallion, in Scozia (scelto per la sua forma particolarmente simmetrica, stile montagna disegnata da un cinquenne). Con varie approssimazioni sulla cui legittimità Cavendish era abbastanza scettico Maskelyne era giunto alla conclusione che la densità della terra fosse pari a quattro volte e mezzo quella dell’acqua.

Con uno spirito del tipo ora vi faccio vedere io quanto siete tutti degli incapaci, Cavendish assemblò il seguente set up sperimentale:
alle estremità di un’asta di legno lunga circa 2 metri erano appese due palle di piombo da 160 kg l’una, l’asta era a sua volta sospesa attraverso un cavo metallico flessibile, struttura che in fisica prende il nome di bilancia di torsione. L’idea era quella di avvicinare altre due sfere di piombo più piccole a quelle sospese per indurre delle oscillazioni del pendolo provocate dalla loro attrazione gravitazionale. Misurando l’entità di questa forza e confrontandola con quella (nota) fra le sfere grandi e la terra Cavendish giunse alla conclusione che, con una buona precisione, la densità della terra doveva essere pari a 5,48 volte quella dell’acqua, beccatevi questa.

L’esperimento di Cavendish è importante perché costituisce (implicitamente – non era quello il suo scopo) la prima misura della costante di gravitazione universale G che compare nella formula della forza gravitazionale che si esercita fra due masse (M1 ed M2) distanti r,

F=G \frac{M_1 M_2}{r^2}

formula dovuta al ben più famoso Isaac Newton, quello della mela in testa, morto però qualche anno prima senza conoscere l’effettivo valore della costante G.

Per concludere questo papiro (alla fine del quale saranno giunti sì e no in due) non c’è nulla di meglio di un video didattico d’epoca, di quelli che non ne fanno più di così belli (e non ci sono più le mezze stagioni, piove, governo ladro), di quelli che mi piacciono un sacco perché fanno capire la fisica sia ai fisici che ai muri.

Palmipedone #200 —Di Texas, Sanremo e Strategismo—

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Chili si scrive come i chili però si pronuncia diverso. E nonostante sia un piatto tipico della cucina tex-mex ne vanno pazzi solo i texani. I messicani no. E in quello vero non ci vanno i fagioli. A proposito di Texas, poi, ho scoperto che howdy è il tipico ciao Texano, che se vai in Texas e non senti almeno un howdy allora devi essere sordo.

Poi.

Erano giorni che avevo in testa l’idea di compiere una specie di analisi a fini statistici sui testi delle canzoni di Sanremo, convinta che la parola più ripetuta sarebbe stata AMORE, ché Sanremo è il trionfo del sentimentalismo struggente

Bisogna sempre per forza parlare d’amore? [*]

A Sanremo sì, e infatti

Creato su Wordle.net

Scontato.
Amore, sole, cuore, mare, voglio, vita, cielo, sogno, chiamami, Amanda. Amanda: a me fa sempre venire in mente una citazione da un film di e con Pina Sinalefe:

Che cazzo dici, Amanda?[**]

E, grazie a questo esplicito richiamo cinematografico Albano è arrivato terzo. Grazie a questo ed in minima parte anche grazie all’entrata trionfale sulle note di (I Can’t Get No) Satisfaction che con Albano ci azzecca quanto il signoraggio bancario con lo strategismo sentimentale, quanto l’amore col sistema economico che mai vi sareste pensati fossero collegati e invece.

Indice de “Il Labirinto Femminile”

Purtroppo le pagine in questione non sono comprese nell’anteprima,
purtroppo dell’anteprima non sono riuscita ad andare oltre pagina nove perché de Il Labirinto Femminile è orrenda anche l’impaginazione, la scelta del font, il colore del font,
roba che devono essersi impegnati perché manco la formattazione predefinita di Word è così brutta,
roba che ti vien voglia di scrivere alla casa editrice chiocciola hotmail, giuro, chiocciola hotmail,


e magari chiedere pure come si fa a pubblicare un’indecenza di tali dimensioni, scritta (male) in un italiano forzatamente vecchio nel vano tentativo di innalzare a livello letterario bassezze del genere ‘na birra e quattro chiacchiere fra uomini:

in non so quanto tempo trascorso sprofondando nell’immaginazione di indurti con l’evidenza della mia dedizione all’amoroso assoggettamento simbolico del lasciare che ti prendessi da dietro usando la pazienza e le parole più affettuosamente prive di ritegno per renderti cedevole al punto da non potermene più dimenticare (pag 9).

Uso più punteggiatura io. Il che è tutto dire.