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Palmipedone #148 —Però è tardi—

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Ognuno c’ha i suoi tempi, ognuno c’ha i suoi metodi: i miei tempi sono lunghi, chevvelodicoaffare, i miei metodi sono prevalentemente fallimentari, tipo questo di riempirmi la giornata per non pensare, che mi credevo che per me l’unico modo per sfuggire al mumble-mumble fosse non avere tempo, e invece adesso mi ritrovo mille cose da fare, beh mille no diciamo cinquanta, e mentre le faccio mi viene pure da pensare, che visto che l’Ilaria multitasking ancora non l’hanno inventata, per pensare mi interrompo e fisso un punto nel vuoto, e perdo tempo, e rimango indietro con le cose che dovevo fare, mica che mi obbliga qualcuno, però ecco c’ho una tabella di marcia che non rispettarla sarebbe veramente autodeludente, e i minuti sfuggono e io sogno la pace interiore, ma soprattutto quella esteriore e invece è sempre tardi e bisogna correre, rosicchiare i quarti d’ora.

Sono stanca.

Ognuno ha i suoi tempi, ognuno ha i suoi metodi. I miei metodi non si adattano ai miei tempi. I miei metodi non si adattano a me.
Ed è un problema.
Che mi piacerebbe tanto approfondire.
Però è tardi.
Quindi ciao.

Palmipedone #89 —Minuti—

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La relatività del tempo è una cosa che, a pensarci, mi è sempre sembrata strana. Perché in teoria i minuti son minuti, durano sempre lo stesso tempo, quello là, quello lungo un minuto. Se li guardi su di un orologio i minuti son tutti uguali, mica ci sono i minuti più corti o i minuti più lunghi.

Secondo me, però, i minuti son disonesti. Ho come la vaga impressione che, non controllati, non sorvegliati a vista, se ne scappino via prima. Marciano sul tempo, i minuti. Rubano qualche secondo qua, qualche secondo là e ne approfittano per accorciare la giornata lavorativa.

Quando faccio un po’ d’attenzione, invece, quando li osservo, fanno i bravi minuti. Non ci provano nemmeno a dileguarsi in anticipo: è un po’ come giocare ad un due tre stella.

Ieri li ho tenuti d’occhio per due ore, durante la lezione, grazie all’orologio della barra di Windows del piccì del prof, proiettato in formato gigante assieme a delle orrende dispense manoscritte e digitalizzate.

Centoventi minuti di lezione son durati centoventi minuti. Garantito. Forse anche qualcosa in più.

La prossima volta farò finta di non vederli. Che fuggano pure, se vogliono: in certe circostanze mi sento in grado di  tollerarlo.