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Palmipedone #230 —Adesso—

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Via From Me To You

Ho voglia di noccioline caramellate.

Ho voglia di una sera fresca, ventilata, senza zanzare.
Di una festa di paese di quelle con il furgocino delle caramelle gommose e delle noccioline, di quelle con il complessino dal vivo e i vecchietti che ballano la mazurka di periferia (chissà chi gliel’ha insegnata, poi).
Ho voglia di tornare a casa, la sera tardi, calpestando gusci di arachidi.
Di camminare con in bocca un bastoncino di liquirizia, accompagnata solo dal suono dei miei passi e dal canto dei grilli.
Di inciampare subito nel sonno, appena raggomitolata sotto una coperta pesante -anche se è estate- di inciamparci e di caderci dentro, faccia avanti, un sonno nero, senza ronzii elettronici, senza città intorno. Un sonno al retrogusto di liquirizia. Di noccioline caramellate.

Sto invecchiando.

Non è poi così male.
Sarebbe ancora meglio se potessi avere le mie noccioline.
Adesso.

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Palmipedone #193 —Cose a caso—

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Un gruppo di ricercatori inglesi di un’università dell’Iowa ha sottoposto un campione di 22 volontari maschi fra i 21 ed i 57 anni ad una dieta composta esclusivamente di carote ed ha scoperto che una somministrazione intensa e continuata della suddetta radice ha come risultato una graduale mutazione del colore della pelle verso le tonalità dell’arancione acceso.

Che è la rielaborazione personale di una notizia, letta da qualche parte, che metteva in guardia contro l’assunzione di una eccessiva quantità di carote perché sennò poi diventate arancioni.
Dice, ma quante devo mangiarne per diventare arancione?
Due chili.
All’anno?
No, al giorno.
Per un giorno solo?
No, per due mesi.
E figuriamoci se non esiste una ricerca inglese dell’università dell’Iowa che lo conferma (il fatto che voi non ne abbiate notizia non significa che non sia stata condotta). Quindi attenti.

Una volta lessi invece di un altro tipo di ricerca, sempre condotta sul volontari che secondo me son gente disperata o che gli manca un venerdì, di una specie di studio, insomma, condotto in questi centri dove attaccano degli elettrodi sulla fronte, sul petto e sulle dita di quelli che dormono (che se provano a fare una cosa del genere con me dopo due ore sono ancora sveglia, ma legata come un rollè con lo spago): in questo centro i volontari dovevano volontariamente dormire. Una volta entrati nella fase REM, lo studioso di turno, armato di taccuino e matita, entrava nella stanza del dormiente, lo svegliava e gli chiedeva cosa stesse sognando. E poi gli diceva grazie puoi tornare a dormire. Quello si riaddormentava, rientrava nella fase REM e lo studioso lo svegliava di nuovo. E così via, non so bene per quante volte, io con la matita allo studioso gli avrei cavato gli occhi. Lo stupefacente risultato della ricerca era tutti sognano e in una stessa notte si sognano anche più sogni diversi.

Io ultimamente i sogni me li ricordo solo se la sera prima ho mangiato roba fritta. Qualche notte fa ero cannibale e avevo un figlio mezzo uomo e mezzo scimmia (senza pelo, ma con le fattezze da scimmia e la coda) che viveva in un barattolo di latta ed era al sicuro dal mio cannibalismo perché non era umano al 100%. E siccome c’era penuria di ciccia umana (lettura sconsigliata ai sensibili) eseguivo una marinatura di carne bovina sulla schiena ibrida del suddetto nella speranza che un vago retrogusto umanoide venisse assorbito dalle carni vaccine.

Io ultimamente non riesco più a fare un post che c’abbia un senso compiuto dall’inizio alla fine e un po’ è colpa del fatto che sono sempre stanca, ma oggi pure un po’ di mio padre che ha deciso che la “seconda serata” è in realtà il momento giusto per individuare le porte cigolanti (e come se non facendole cigolare ripetutamente?) e spruzzare e accuratamente spalmare lo Svitol sui cardini.

Piesse: volevo dirvi che ho scoperto un gruppo inglese un po’ folk (io c’ho un debole per il folk) che mi piace un sacco, si chiamano Mumford & Sons e nelle canzoni suonano anche il banjo (e io c’ho un debole pure per il banjo perché fa molto pirata e tutte noi, figlie strafighe di governatori di colonie inglesi, c’abbiamo un debole per i pirati). Così. Giusto per dire un’ultima cosa a caso.


[Guarda su vimeo]

Palmipedone #181 —Colpa del cinese—

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Cosa ho sognato? Non posso dirlo, perché un desiderio svelato non si avvera più e in fondo i sogni son desideri di felicità.
(Cenerentola)

I miei (notoriamente) no.

Stanotte ero un agente segreto della CIA travestita da squillo, la cui missione era quella di rubare i dati del primo run di un esperimento di alte energie tenuto dai Russi in gran segreto su di un enorme acceleratore costruito nelle desolate lande della fredda Siberia.  Però io ero in Messico. Il piano sembrava perfetto: usando la connessione internet di un modesto ed insospettabile alberghetto di periferia, avrei dobuto intrufolarmi nella rete informatica russa (antidiluviana) e operare un semplice copia incolla di tutti i loro dati evitando di lasciare qualsiasi traccia del mio passaggio.

L’aria odorava di fritto e l’albergo, un  casermone annerito che avrebbe dovuto chiamarsi Chicago, era sormontato da un’enorme e gialla insegna al neon lampeggiante e sibilante, la i e la c centrali perennemente spente, Chago, bzzz, buio, bzzz,Chago, bzzz, buio, bzzz, Chago, bzzz, buio. Modesto un cavolo.
Avevo già la chiave della stanza, la 624 C. Per cui, la sottoscritta, distratta come non mai anche nei sogni, tentava invano di aprire la 264 C e, accorgendosi troppo tardi dell’errore, si trovava faccia a faccia con un messicano dall’aria incazzata. Dentro la stanza una radiolina a pile a tutto volume gracchiava una delle tipiche musiche messicane, di quelle che in mezzo ci sta sempre bene un ¡Andale! ¡Andale! ¡Arriba! ¡Arriba! ¡Yii-hah! (stereotipi come se piovesse), tipo questa:

Un neonato piangeva disperato mentre una donna, presumibilmente la madre, canticchiando faceva rumorosamente il bucato nel lavabo dell’angolo cottura. Mentre il tizio sulla porta incolpava violentemente me, ¡puta! (e, dato l’abbigliamento, su questo non potevo dargli torto) di aver svegliato il suo niño, io, che inizialmente avevo tentato di scusarmi diventando sempre più piccola e umiliandomi, mi ero ricordata di avere in dotazione una pistola, di quelle col silenziatore che rende la canna lunghissima e quando spari fanno fiuuuuuz: non sarebbe finita come in quell’altro sogno, quello delle suore naziste che avevano portato Girelle Motta per tutti tranne che per me incolpandomi non so bene di cosa, no, stavolta non mi sarei svegliata coi lacrimoni indotti da sensi di colpa ingiustificati. No. Quell’urlante essere meritava che gli venisse aperto un buco in testa, fiuuuuuzzz. Llamo a la policía! Llamo a la policía! Sbagliato. Non chiamerai più nessuno. Mai più.

Poi c’ho avuto un problema con la digestione dei gamberi fritti in agrodolce e è andato tutto all’aria.

Palmipedone #170 —Ater fàiv random facts—

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Come ogni elenco puntato che si rispetti la numerazione riprende da dove ero rimasta:

  • Fact namber sics: la prima cosa che guardo in una persona sono i denti ed in genere è anche l’ultima se i suddetti non sono come dico io, cioè dritti, cioè mediamente grandi, cioè belli, potrei amarvi anche solo per i vostri denti, potrebbe succedere che mentre mi parlate, invece di guardarvi negli occhi, io vi guardi i denti. Una volta approvati quelli, poi, guardo anche altro.
  • Fact number sèven: è inutile che ci diciamo di no eh, noi tutti bloggher teniamo un ego abbastanza importante, il mio cresce a dismisura e crescendo (ding! Messaggio autopromozionale) è sconfinato nella creazione di questo per il blog di Disma che mi ha anche scritto

    ma cazzo è bellissimo!!

    (e la chiave di lettura non sta nei punti esclamativi, sta nel ma) lasciate che il mio io dilaghi.

  • Fact namber éit: la mia prima barzelletta fu

    C’era un uomo nudo sotto al letto

    Scompisciatevi pure.

  • Fact namber nàin: nel 90% dei miei sogni muoio ammazzata ed il sogno continua anche senza di me, nel senso che i personaggi proseguono tranquillamente le loro esistenze (io non compaio nemmeno nel ruolo di fantasma eh, semplicemente non ci sono più) come se nulla fosse successo, del tipo toh è morta, vabbè, pace all’anima sua. Che non lo so se avete visto Inception, ecco, a me (attenzione spoiler) schiattare per destarsi non sembra risolutivo, per il resto gran film.
  • Fact namber ten: so arrotolare la lingua. E allora? No, niente.

Palmipedone #158 —Fran—

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A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. […] È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. […]Fran.

[Alessandro Baricco – Novecento]

Ho capito una cosa.
Che non mi importa di quante cose sai:
non m’importa il discorso profondo, la speculazione, l’analisi,
il vivisezionare le situazioni per riuscire a comprenderle,
lo sviscerarle fino a renderle vuote,
non m’importa il filosofeggiare,
non m’importa della dialettica,
della ricchezza lessicale,
dell’eleganza sintattica,
del quoziente intellettivo,
della capacità di pensare l’astratto,
di vederne il marcio;
non mi interessano le contraddizioni,
le presunte verità,
le lezioni di vita,
le critiche costruttive,
le critiche distruttive.

Fran.

M’importa che tu sappia vivere
e vedere le cose semplici,
che tu riesca a meravigliartene
che tu voglia raccontarmele.

Fran.

E che il silenzio sia per scelta, non per necessità.
E che non sembri mai vuoto.

Fran.

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.

[Alessandro Baricco – Castelli di Rabbia]

_______
Chiedo perdono per il Baricco in dosi massicce; spero che a qualcuno non sia venuto uno shock anafilattico.

Palmipedone #141 —Tema—

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Massimo Mignanelli è quel signore che al tiggìuno fa i servizi sulle vacanze. D’inverno va sulla neve e d’estate va al mare, ma qualche volta pure in montagna. Ora vi incollo una foto così capite.

Che io spero che l’avete riconosciuto perché al tiggìuno non è mai vestito così, cioè sulla neve c’ha la tuta da sci e quando va a Capri c’ha la maglietta con la scritta I♥Capri, e magari pure gli occhiali da sole, però secondo me se guardate bene lo potete riconoscere dall’orologio gigante (forse non ci vede bene da vicino, come mia nonna) e dalla barba che gli cresce solo davanti alle orecchie, che sfortunato. Che questo poi è uno dei motivi per cui voglio essere Massimo Mignanelli, no la barba eh, il fatto che non si deve mai vestire elegante e che può fare i servizi pure con le scarpe da ginnastica e con gli occhiali da sole così se c’ha le occhiaie non le vede nessuno. L’altro motivo per cui voglio essere Massimo Mignanelli è, per l’appunto, che sta sempre in vacanza e secondo me pure gratis. Che magari ha pure i suoi svantaggi, per carità, del tipo che se una mattina non gli va di fare l’arrampicata perché gli fanno male i muscoli delle gambe dal giorno prima, lui ci deve andare lo stesso perché è il lavoro suo, però io lo farei volentieri lo sforzo, perché tanto poi posso tornare in albergo (con la piscina) e dormire tutto il resto della giornata. Poi. Voglio essere Massimo Mignanelli perché tutta la gente che intervista lo tratta bene, non c’è mai nessuno che lo insegue per strappargli il microfono, lui sta simpatico a tutti, sarà che la gente in vacanza è di buonumore e allora gli dicono sempre le cose col sorriso, pure se le domande a volte sono così così, però lo capisco che chiedere cose sempre diverse è difficile, capita di essere ovvi. Io prima volevo fare la hostess, perché pensavo che potevo viaggiare per tutto il mondo, vedere tanti posti e pure gratis. Però adesso ho cambiato idea perché secondo me essere Massimo Mignanelli è meno faticoso e se posso scegliere voglio fare quello.
Mia madre dice che c’è un problema e cioè che io non so sciare quindi non li posso fare i servizi dalle piste da sci, che secondo me invece non è tanto un problema perché quello lo posso sempre imparare mentre cresco, arriverò ad essere Massimo Mignanelli che saprò sciare. Secondo me il problema più grande è che lui è maschio e io no. E quello non lo voglio diventare mentre cresco. Magari se vedono che so sciare però mi prendono lo stesso.

Fine

Palmipedone #126 —E niente—

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Ho le mani grandi, io. Troppo grandi.
La prima volta che me ne accorsi fu in una di quelle riflessioni visionarie indotte dalla febbre alta, durante la quale tutto, intorno a me, sembrava più tridimensionale del normale e pensavo quanto stravagante sarebbe stato poter camminare sul soffitto, oltrepassare le porte scavalcandole, prendere i libri dall’ultimo ripiano della libreria senza bisogno di una sedia; allora mi ricordo che guardandomi le mani mi accorsi della loro oggettiva enormità, soprattutto se confrontate ai miei polsi sottili, erano grandi e basta e lo dissi anche, qualcosa tipo mammamamma mi sono cresciute le mani. Sì, ho detto febbre, non droga. Io la chiamerei una epifania febbrile.
Avrei potuto essere una pianista, ho le mani grandi e dita sottili, avrei potuto diventare un’apprezzata esecutrice, avrei potuto;  ora mi limito sognare di vivere, un giorno, con un musicista al quale dire suonami qualcosa, di guardarlo mentre suona qualcosa, di leggere Ad Ilaria, perché sì nel libricino nel ciddì (se esisteranno ancora i ciddì) e che il  ciddì si intitoli Qualcosa. Avrei potuto essere come Gianni Morandi con quelle sue grandi mani, con quella sua fama di eterno ragazzo, invece di essere la prematuramente vecchia Ilaria, che ogni anno che passa se lo sente addosso come un macigno, che l’incoscienza non sa nemmeno dove sia di casa, ma che la disillusione, quellà sì, la conosce benissimo, che ha sempre meno voglia di faticare per farsi conoscere come è, perché è una roba troppo lunga e a nessuno piace leggere un manuale d’uso, figuriamoci se è lungo 700 pagine ed è scritto in grigio senza manco una figura.
Dopodomani colleziono il mio 23° macigno.
E niente.
Sono un po’ triste.