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Palmipedone #131 —Mela cercasi—

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Allora, stavo pensando. Stavo pensando che io sono una che gli uomini non li invaghisce. Primo perché non sono bella, sicuramente non al punto da suscitare una pura infatuazione fisica (e menomale), secondo perché sono un pochino strana. Sono come quei disegni che in realtà sono due in uno, che se li guardi in un modo vedi una ragazza con un cappellino, se li guardi in un altro vedi una vecchia. Ecco, tipo quelli. Con l’unica differenza che io non vado in giro con le istruzioni appiccicate sulla fronte del tipo “la vedi la vecchia (che poi la vecchia è un esempio preso a caso, non ci fossilizziamo ora sulla mia vecchiaia reale o apparente, ché mò non c’entra)? Guarda bene, la vedi ora?” No. Spesso, pure se non la vedono, lo capiscono che il disegno è strano. Però non è che stanno lì a farsi tanti problemi, figuriamoci se poi posso invaghirli, quelli che non si fanno problemi sui miei problemi, direi proprio di no. Poi ci stanno quelli che, se nel disegno ci sono una ragazza e una vecchia, loro ci vedono un ippopotamo, che io mi ci sforzo pure, guardo bene me stessa alla ricerca dell’ippopotamo, perché se lo vedono magari c’è. Non c’è. E questi, che non si sa perché nutrono una passione sfrenata per i mammiferi grassi, capita che li invaghisco. Invaghisco i veditori di ippopotami. E mi sento pure in colpa ché tra tutti i veditori sulla terra dovevo invaghire proprio quelli mezzi cecati; per cui tento l’espiazione con il trauma del discorso a tu per tu, per spiegar loro che hanno visto male, che magari è colpa mia, del mio modo di presentarmi che sì, alla lontana, potrebbe sembrare vagamente ippopotamesco, che però no, non si può fare. Discorsi che io vado lì tutta convinta di riuscire a sostenere poi dopo cinque minuti (anche meno) mi spappolo come un wafer lasciato a mollo nel tè, per cui divento rossa e l’ idea che viene fuori di me è quella di un ippopotamo timido. Però, che cacchio, non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Alla fine gli ippopotamari finisce che mi odiano, o meglio odiano la me ippopotamo credendo di odiare me, ma vaglielo a spiegare che si sbagliano, io ho già dato.

Poi ci sono pure quelli che invece di invaghirli mi invaghisco io, per cui ci perdo un sacco di tempo e anima a tentare di spiegare che i disegni sono due, che poi alla fine lo vedono pure, però non li invaghisco lo stesso Allora comincio a credere che sia un problema di disegno, o meglio di disegni, il mio e quello altrui.  È ovvio che in giro ce ne siano di più belli del mio, magari pure con tre personaggi invece di due, che puoi vederci la giovane, la vecchia e la Moratti, che so io, più articolati o forse più semplici, che ad una prima occhiata li guardi e capisci subito che lì, ritratta, c’è una mela. E basta. Io cerco la mela. Segue preghiera:
Caro supervisore delle dinamiche sentimentali umane, la prossima volta voglio invaghirmi ed invaghire una mela. Una mela che, magari, non sia una veditrice di ippopotami. Grazie, cordiali saluti, amen, o quello che è.

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Palmipedone #115 —Grazie—

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Io credo di avere delle persone da ringraziare: quando nei film passano i titoli di coda ci sono sempre i ringraziamenti che scorrono puntualmente troppo veloci tanto che, magari, su dieci nomi ne leggi due e manco sai chi sono quindi li guardi, ma non li vedi. Ecco, no. Io voglio fare dei ringraziamenti con dei titoli di coda statici. A persone che, in questo periodo più che mai, mi hanno aiutata, sopportata, consigliata, risollevata, rimproverata, distratta, indirizzata, ascoltata, compatita, accettata (ma non con l’accetta, almeno per il momento). E che spero continuino a farlo perché, mi dispiace per loro, ma non ho alcuna intenzione di andarmene all’altro mondo prima di duemilasettecentoventiquattro anni (almeno) e, conseguentemente, di alleggerire in anticipo le loro esistenze. Quindi (in un ordine pseudoalfabetico che voi non lo vedete, ma io lo so che c’è)

Idoneità Marrone (aka K)
Cri
La “bulla” Flavia
黎雪 (aka Maga Magò)
Stè

grazie.

Rassegnatevi: sarò per sempre la vostra Vuvuzela.

Palmipedone #111 —Rinunce—

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È proprio di ciò che non hai mai avuto che senti di più la mancanza quando, alla fine, decidi di rinunciarci. Continui a chiederti all’infinito come sarebbe potuto essere il possederlo e, ogni volta, sei costretta da quello che conosci come buon senso a risponderti  con un’alzatina di spalle, a dirti pazienza, a mentirti con il solito forse è meglio così; in realtà lo senti dentro che la rinuncia non è indolore. Senti la mancanza della tensione nella quale puntualmente vivevi quando anelavi alla realizzazione dei tuoi desideri, al completamento di te stessa, capisci di aver ammazzato la speranza con le tue mani e non sai se è peggiore il rimorso per averlo fatto oppure la consapevolezza di aver percorso l’unica strada possibile.

L’unica certezza che hai è che fa male e l’unico rimedio è aspettare. Aspettare che passi.

Palmipedone #109 —Vocativi—

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Chi lo pronuncia per intero, il mio nome, fa parte di una ristretta minoranza. In genere tutti si fermano alla a, alla prima che incontrano, invece che proseguire fino all’ultima, mai troppo lontana eppure così irraggiungibile, sono pigri gli uomini, tutti, anche coloro che non lo ammettono, sono restii a muoversi, inclini alla stanchezza prematura, arrendevoli, deboli, ma questa è un’altra storia e forse nemmeno c’entra. Forse.
Il fatto che il mio nome venga il più delle volte brutalmente troncato a metà non mi dispiace, anzi lo preferisco a quello versione integrale, ché pronunciato per intero sa di rimprovero, sa di brutta notizia, sa di gente che gli serve qualcosa e allora si arruffiana.
Ilà, mi chiamano, con l’accento sulla a, quando vanno di corsa, quando vado di corsa, quando ho scocciato tutti a forza di lamentarmi, quando sono distratta, quando la prima volta non ho sentito, quando mi perdo e vengo richiamata a me stessa.
Ila, mi chiamano, come le rane nei rebus (e spero che non lo facciano con l’intenzione di dirmi che somiglio ad una rana); in genere a farlo sono quelli che mi vogliono bene (o  sono io che la percepisco così perché Ilasenzaccento suona più dolce di Ilàconl’accentosullaa?) quando mi fanno le prediche, le prediche buone, quelle che dopo che le ho sentite sto meglio. Ila è il vocativo dei discorsi ripieni al cioccolato. Ma è anche il vocativo dei pigri, di quelli restii a muoversi, inclini alla stanchezza prematura, arrendevoli, deboli e, in tal caso, il cioccolato non c’è nemmeno in piccole dosi, è solo involucro o, nella peggiore delle ipotesi, il ripieno è persino amaro, ma questa è un’altra storia e forse nemmeno c’entra. Forse.

Palmipedone #97 —La dissenteria vocalica, ovvero l’Amore ai tempi del Faccialibro—

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Ciao, mi piacerebbe avere un telefonino
che manda messaggini con tantissimi caratteri,
così potrei scriverti Ti amo con un milione di o,
e verrebbe pressappoco così:
Ti amoooooooooooooooooooooooooooooooo…
[Paola Cortellesi “Wooden Chicks” – Non mi chiedermi]

Sul faccialibro, data la facilità di digitazione, le o sono almeno un miliardo. E così i puntini di sospensione (oppure quelli escalamativi) che seguono una qualsiasi affermazione povera in senso, ma ricca in vocalizzi. Una vera e propria dissenteria vocalica mostrata a tutti senza alcun pudore.

Io, invece, lo scriverei con una sola o. E dopo ci metterei pure un punto. Ti amo. Punto. Frase minima che ti casca in testa come un mattone, roba che o ci rimani secco o che, almeno, ti fa male, ma un male bello, che te lo ricorderai per sempre come quella volta che ti sei chiuso le dita nello sportello della macchina o ti sei consumato le ginocchia sull’asfalto cadendo dalla bici, con lo stesso grado d’intensità, pungente ad ogni rievocazione, così pungente che fa male. Ma un male bello.
E mai, mai, lo scriverei su Facebook.

Palmipedone #77 —Un cuore fucsia—

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Di fronte casa mia sono in corso dei lavori di risistemazione di un edificio che fino a qualche giorno fa era lusinghiero chiamare catapecchia, ma che tra poco, a quanto pare, assumerà a pieno titolo lo status di dependance; viva il francese che rende tutto elegante, tutto di classe.

Visto che è consuetudine nascondere i lavori in corso dallo sguardo indiscreto dei curiosi, ne hanno coperta la visuale con quei pannelli di lamiera ondulata, mezzi arrugginiti, tutti ammaccati, che fanno molto bidonville, molto paese del terzo mondo. Molto brutti. Eviterei di guardarli se non costituissero il panorama delle finestre del salone.

Da qualche ora qualcuno ci ha disegnato sopra un enorme cuore con le stelle filanti spray, quelle gommose e appiccicose.
Un enorme cuore fucsia.
Proprio davanti le mie finestre.
Fa molto storia d’amore fra “adolescenti” di periferia: lui scapestrato, lei brava ragazza (sarei io, la brava ragazza).
Spero che la pioggia non lo lavi via.
Mi piace.

(Certo poteva pure lasciarci una firma, il mio spasimante.
Che almeno gli avrei mandato un essemmesse per ringraziarlo.)