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Palmipedone #239 —Bambini—

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Generazioni

I bambini che fanno i grandi
io li odio;
quelli compìti
nei loro gilet,
bambini col trench,
bambine col french
sulle unghie.
Finto.
La parlata.
Finta.
Le scarpe
di marca.
Vere.

I bambini “io questo ce l’ho”
“io questo l’ho visto”,
bambini saputi
senza domande,
senza “perché?”,
più esperti di me,
li odio
(anche se,
ad essere onesti,
non è colpa loro
se sono già vecchi).

I bambini devono fare i bambini.

Per diventare grandi
(senza neanche invecchiare)
c’è tutta la vita.

Palmipedone #226 —Robe Mal Riuscite—

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Robe Mal Riuscite (cover)
Mi chiamo Ilaria, e la mia storia può riassumersi in poche parole: mi piace fare quello che non so fare.

Per esempio: mi piace fare le fotografie nonstante io sia totalmente sprovvista di un qualsiasi talento artistico e, diciamocelo, anche di quei mezzi che a saperli usare il talento lo valorizzano (se c’è). Io le fotografie le faccio così: quando vedo qualcosa che mi piace, che ai miei occhi ha quel non so che, allora, senza studiare particolare angolature, particolari illuminazioni, premo il pulsante e scatto. E forse è colpa dell’ignoranza, forse è colpa del soggetto (ché si sa che nelle cose artistiche di quelli che gli artisti li sanno fare, il soggetto ha sempre una buona parte nella riuscita dell’opera), ma poche volte la fotografia del soggetto che mi piaceva mi piace.
Robe Mal Riuscite/1
Un’altra cosa che mi piace fare, poi, è scrivere. Perché quando scrivo succede che capisco le cose. Quasi sempre. E mentre le capisco me ne vengono in mente delle altre, nuove, da pensare e da capire. E, senza saper scrivere, le scrivo in un posto dove anche le altre persone possano leggerle, e capirle. Qualche volta non capiscono, qualche volta sì. Poi, dopo che ho scritto, vado sempre a leggere le cose di quelli che sanno scrivere e misuro la differenza fra me e loro. Ed è sempre tanta. Di questi che sanno scrivere mica tutti lo fanno per lavoro, che non è detto che se una cosa la fai per lavoro allora sicuramente la fai bene. Pure lì secondo me è una questione di talento, ma anche di esercizio. Il talento è contemporaneamente l’aver cose da dire e saperle dire. Bene. L’esercizio serve a valorizzare il talento. O a nasconderne maldestramente l’assenza. Io non ho un gran talento. Ho smesso di esercitarmi. Scrivo solo perché mi piace, per raccontarmi le storie curiose, per capire le cose difficili.
Robe Mal Riuscite/2
Poi mi piace cucinare. Ma non ho mai gli ingredienti giusti. Per cui sostituisco la salsa di soia con l’aceto balsamico. Vado in crisi quando ci sono le dosi tipo un po’, un pizzico, quanto basta. Quand’è che basta? Che vuol dire un po’? Secondo me uno che sa cucinare questi dubbi non se li pone. Ho scoperto a tentativi che un pizzico di sale è tre volte tanto quello che metterei io. Che la giusta quantità d’olio è mediamente il doppio di quella che uso io, un quarto di quella che usa mia nonna. Cucino cose commestibili. Qualche volta buone. Raramente buonissime.
Robe Mal Riuscite/3
La cosa che, però, mi piace fare più di tutte e, contemporaneamente, quella che mi riesce peggio, è cercare di capire la gente. Osservo. Parlo poco. Ascolto. Penso molto. Leggo. Ho capito a suon di fallimenti che la gente non è quello che dice, la gente non è quello che fa. Non ho capito perché le persone non si pongano la domanda fondamentale cioè “posso permettermi, io, di dire questa cosa a questa persona?” prima di dirgliela. Ho capito che le persone non rimangono uguali a se stesse per sempre come la Gioconda. Ma soprattutto non ho capito perché continuate a farmi la battuta sull’educazione fisica quando vi dico che studio fisica. Non è simpatica. Non fa ridere. Dovreste smetterla, seriamente.
Robe Mal Riuscite/4

Palmipedone #222 —Di treddì, di chitarre, e di pirati—

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Io il treddì non l’ho mica capito se mi piace oppure no.
Il treddì secondo me c’ha un problema fondamentale e cioè che non è democratico, ora vi spiego: mettete il caso che voi stiate sentendo della musica che vi piace e che nel brano in ascolto ci siano un basso, una chitarra elettrica, una chitarra acustica, una batteria e una voce che canta. Ad un certo punto qualcuno decide per voi che il volume di tutti gli strumenti deve abbassarsi bruscamente, di tutti gli strumenti tranne che del basso, per cui quello che sentirete sarà un sottofondo indistinto, un brusio musicale come quello di una radio sintonizzata male e, sopra a tutto, il basso, bonbonbonbonbonbonbobobobn, il basso. Che, a meno che non siate dei bassisti e pure con una certa passione perversa per il bonbonbonbonbonbonbobobobn dopo un po’ sicuro vi darà fastidio e penserete ma tu guarda, a me piace la chitarra, e quella acustica per giunta, ma tu guarda se devo essere obbligata/o a sentire per forza il basso, bonbonbonbonbonbonbobobobn, il basso. Ecco, il treddì è uguale. Tu stai guardando il film, magari sei lì che con curiosità esplori il paesaggio sullo sfondo e improvvisamente il paesaggio sullo sfondo non lo vedi più, diventa una specie di bokeh tanto suggestivo quanto inutile, che al suo posto potrebbe esserci un telo patchwork, un gran foulard di quelli con la fantasia con le melanzane, a casa mia la chiamiamo la fantasia con le melanzane, e sarebbe uguale. Il treddì sceglie al posto tuo cos’è che devi guardare, c’è poco da perdersi nella ricerca dei particolari che non nota nessuno, come Amélie, perché i particolari non li vedi nemmeno se strizzi gli occhi dato il lavoro di fuochi e controfuochi e, oltretutto, a volte c’hai l’impressione che non è a fuoco nemmeno ciò che dovrebbe esserlo, secondo me dipende da dove stai seduto e, soprattutto, dall’angolazione della testa con la quale guardi lo schermo. Io sono abbastanza irrequieta nelle mie posizioni sedute. E anche in quelle in piedi.
E poi è buio, il treddì.
Però ci son dei particolari impagabili, tipo la spada attraverso la porta in Pirati dei Caraibi quattro [che poi sicuramente fanno pure il cinque e il sei, sperando che perdano meno tempo, in quelli che verranno, a contestualizare la storia: la prima metà del film introduce la seconda che è il film vero e proprio -e, così facendo, risulta troppo corto-] in cui c’è pure il Pirata Barbanera che io ricordavo quasi redento dal vecchio film della Disney del 1968 (che al mondo pare che abbia visto solo io, ma potete sempre recuperare) e invece è tornato cattivo, cattivissimo, un vero pirata, ma quanto mi piacciono le storie di pirati. Poi, a proposito di chitarre e pirati, alla colonna sonora di questo film hanno collaborato anche Rodrigo y Gabriela che se non avete mai sentito la cover di Stairway to Heaven o Tamacun, beh, sentitele. Il perché chevvelodicoaffà.

Palmipedone #190 —L’istogramma dell’amicizia—

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Nell’analisi dati della fisica delle alte energie esiste uno strumento molto utile che si chiama l’istogramma di cutflow.
Non è un post di fisica, questo, ma una introduzione un po’ lunga devo per forza scriverla per permettervi capire l’argomento della cogitazione cogitata stanotte alle ore dueetrenta, quando improvvisamente il demonio si è impossessato del clacson di una macchina parcheggiata nelle vicinanze della mia dimora, portandolo a suonare senza ragione alcuna e continuativamente per un tempo interminabile (alla fine il beeeep io lo percepivo persino sdoppiato, ho creduto di impazzire): onde evitare di concentarmi sul suono suddetto rendendolo così padrone del mio cervello oltre che delle mie orecchie* mi sono detta pensiamo a quello che devo fare tra ore circa sette ed ho smesso di fare da ore circa sei, che vita di merda che (non) vivo, quindi no, non pensiamo a questo, pensiamo alle persone che ho incontrato in tutta la mia vita. E, combinando alla fine i due pensieri, ho scoperto che gli amici che ho ora costituiscono l’ultima colonna di una specie di istrogramma di cutflow per quella che chiameremo la selezione in amicizia.
Dunque.
La fisica delle alte energie è una branca della moderna fisica sperimentale che si occupa dello studio dei prodotti della collisione di fasci di particelle accelerati ad energie molto elevate, mo’ vi spiego: è come uno scontro frontale fra due automobili ad altissima velocità tranne per il fatto che, nello scontro, le particelle che “muoiono” danno vita a tantissime particelle figlie e di tantissimi tipi. Di tutte queste particelle figlie alcune sono più interessanti da studiare e per questo vanno oppurtunamente riconosciute nel groviglio che si presenta dopo una collisione che è una cosa tipo questa. Bisogna quindi elaborare dei criteri per riconoscerle e, come in un moderno Indovina Chi, scartare per gradi quelle che non soddisfano determinati criteri. La selezione ha come risultato una diminuzione nel numero dei candidati interessanti.
Se, con questi numeri, si riempie un istogramma, si avrà di fatto una cosa che assomiglia ad una scalinata con dei gradini di altezza disuguale, insomma una cosa del genere (direttamente dal mio lavoro di stage):

Tra il passo 1 e il passo 2 la selezione è stata spietata, non così tanto fra il passo 2 ed il passo 3 eccetera eccetera. I superstiti alla selezione che avviene al punto 6 sono i canditati buoni, non vi sto a spiegare per cosa. Tutti gli altri (vale a dire i tipo 30000 di partenza meno i 5000 rimanenti) possono anche cadere nell’oblio.
Ecco.
Nella mia testa stanotte alle ore dueetrenta, mentre il suono del clacson tentava prepotentemente di entrarmi nel cervello, mi sono immaginata l’istogramma di cutflow per la selezione in amicizia.
Ed è più o meno così (che è meno professional di quello di prima, molto più casalingo e anche più bellino, diciamocelo):

Allora.
La colonna 1 rappresenta la totalità delle persone, 100 è un numero a caso, che ho incontrato nel corso della mia esistenza. La colonna 2 rappresenta i sopravvissuti alla selezione sorriso. Sono coloro che almeno una volta sono riusciti a farmi ridere con gli occhi. Magari una volta sola, ma una volta sì. La colonna tre raccoglie i reduci dalla selezione buon ascoltatore. E chi mi ha già letto sa quanto per me sia importante. La colonna quattro è costutuita da coloro che, oltre ad essere irrimediabilmente simpatici ed ottimi ascoltatori sono anche degli ottimi narratori delle cose di tutti i giorni, sono coloro che fanno caso allo sfondo delle foto, per dirlo all’Amélie, ai particolari che nessuno noterà mai, e sanno raccontarli, coloro, e pure questo da qualche parte l’ho già detto, con i quali anche il silenzio non è mai zitto. E rispetto al livello precedente ne sono morti parecchi. Quelli della colonna cinque, oltre a saper fare tutte le cose della colonna quattro, sono coloro che mi cercano anche se io, a riguardo, sono una che si fa un po’ desiderare specialmente in periodi come questo in cui mi sembra di impazzire (colgo l’occasione per chiedere loro scusa). I quattro gatti della colonna sei sono coloro che, infine, mi conoscono.
I quattro gatti della colonna sei hanno passato tutte le strettissime selezioni, i quattro gatti della colonna sei si conoscono (almeno per nome) fra loro, i quattro gatti della colonna sei sono gli amici.
E non è che l’istogramma di cutflow mi sia servito per capire questo (perché lo sapevo già),  piuttosto per rendermi conto di quante persone io abbia perso per la strada, alcune delle quali, a dir tutta la verità, hanno preferito perdersi.
Peggio per loro.

__________
*l’apparato uditivo è concepito peggio di quello visivo. Nel senso che se uno non vuole vedere basta che chiude gli occhi ed è buio, se uno non vuole sentire deve provvedere ad una otturazione meccanica e beh, non è che sia comodissimo.

Palmipedone #185 —Dimmi come scrivi e ti dirò che faccia (non) hai—

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Io non lo so come vi comportate voi quando vi immaginate la faccia dello scrittore del libro che state leggendo e non avete un ausilio fotografico dalla terza o dalla quarta di copertina.
Io, se c’è, leggo la breve biografia e mi faccio un’idea vaga a partire prima di tutto dalla nazionalità, poi dall’eventuale mestiere passato e presente oltre a quello di scrittore (ché si sa che gli scrittori non sempre fanno gli scrittori e basta); man mano che leggo il libro, l’idea si arricchisce di dettagli e mentalmente dipingo lineamenti molto accurati e, in genere, molto sbagliati.

Credo di aver dato il meglio di me con Nick Hornby.
Per chi non lo conoscesse già, Nick Hornby è un signore che scrive libri spiegandoti le cose che hai sempre saputo e descrivendoti quelle che hai sempre visto, ma in un modo che sembrano tutte magnifiche scoperte e meravigliose invenzioni che sarebbero state alla portata di tutti, pure la tua se solo ci avessi pensato, e invece è arrivato Nick e ti ha pensato l’idea mentre tu giuri che la pensavi da sempre e invece non sai come ma te l’ha rubata e ora ci fa i soldi al posto tuo: e lo odi, e lo ami, e lo leggi.
Riporto da una quarta di copertina le istruzioni base per la costruzione di un Hornby:

Nick Hornby è nato nel 1957 e vive a Londra. Dopo aver esercitato la professione di insegnante si è dedicato interamente alla scrittura. Ha curato una raccolta di scritti sulla musica: Rock, pop, jazz & altro.

Nella mia mente, Nick Hornby era (ed è) così


Un tizio un po’ grassoccio col corpo, la stazza facciale e la posa accademica di George Smoot (premio Nobel per la fisica, notare la cravatta), la bocca e la barba di Peter Gabriel (musicista inglese che mi piace un sacco e fra l’altro è identico a Giorgio Faletti), gli occhi di Sting (musicista inglese che mi piace medio coi Police, ma mi piace un sacco come solista) e i capelli di non so bene chi, ma da me opportunamente selezionati tra una carrellata di acconciature maschili su Google. Il mio unico torto, probabilmente, è quello di averlo fatto un po’ troppo vecchio e di avergli fotomontato male il parrucco (ché sulla destra spuntano appena i capelli di Smoot), ma giusto quello.

Quelli che Nick Hornby lo conoscono già ridano pure di me.
Gli altri pensino intensamente ad una loro versione del suddetto prima di lasciarsi soprendere dalla realtà, di scoprire cioè che il vero Hornby è cosà (e rimanere sbigottiti da quanto ci sono andata vicino).

Palmipedone #184 —Uno solo—

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Cheers!

Idoneità Marrone - Cheers!- Scultura di fil in ferro e alluminio (2.3 cm x 2.3 cm x 5.5 cm). Foto mia.



Come si fa con le diete, per attuare i buoni propositi per l’anno nuovo si comincia sempre non dal primo giorno dell’anno, ma dal primo lunedì (se poi il primo lunedì è capodanno allora si comincia dal secondo). Che sarebbe domani.

Io quest’anno ho un proposito solo.
Non avere buoni propositi.

In quest’anno appena trascorso, che è stato un anno da sentirsi (nell’ordine) stanca, realizzata, speranzosa, innamorata, malinconica, quindicenne, triste, gelosa, triste, confusa, triste e poi tristissima (circa 13 litri), delusa, maratoneta, contemplativa, andata, voluta bene, tornata, forte, sorridente, ironica, pasticcera, pasticciona, felice,

in quest’anno appena trascorso, dicevo, ho capito che per me i migliori buoni propositi sono quelli che propositi non hanno il tempo di diventarlo perché subito vengono attuati o definitivamente scartati perché irrealizzabili.

Che equivale a darsi una scossa,
a mettere il profumo buono senza aspettare l’occasione speciale,
ad andare a correre oggi pure se è nuvoloso, domani potrebbe essere peggio,
al sapere che si può fare, che basta metterci un pizzico d’impegno,
a rimproverarsi quando serve,
a volersi bene quando è lecito.

In quest’anno che è trascorso
mi sono cresciuti tantissimo i capelli, ho letto dei libri meravigliosi (tipo Norwegian Wood ed Il Piccolo Principe), ascoltato ossessivamente i Pink Floyd (The Final Cut e The Division Bell su tutti) e collezionato occhiali treddì usa e getta, sperimentato vari tipi di tè ed infusi, rotto un cellulare, ricevuto regali utilissimi, imitato Benedetta Parodi, mi sono laureata, sono stata ad un concerto, ho mangiato sushi e sashimi, rifiutato il voto ad un esame, indossato della biancheria coordinata, imparato a fare i Muffin e inventato i MuffilliTM, cominciato a leggere l’Ulisse (e solo Dio sa quando finirò), pianto nel sonno, imparato tantissime strade nuove, scritto 139 post (di cui una poesia ed una filastrocca), ricevuto 10599 visite sul blog, inaugurato un tumblr, chiuso il tumblr, inaugurato un altro tumblr, chiuso l’altro tumblr, spettegolato tanto e avuto ragione.

Io per l’anno che verrà ho un proposito solo.
Non avere buoni propositi.
Per quanto riguarda quelli cattivi ci devo ancora pensare.

Palmipedone #177 —Almeno credo—

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Io in genere la musica italiana che non sia quella cantautorale intellettualoide e sinistrorsa tendo presuntuosamente a snobbarla, e così anche Ligabue, fatta eccezione per rare perle, leggasi appunto Almeno credo, che se proprio vogliamo essere onesti non è che abbia un gran testo eh, però la versione live, quasi tutta chitarra e armonica (?) e quell’almeno credo rauco e sommesso, c’ha un carico emozionale che mi si rovescia addosso ogni volta; se buttiamo via tutto il testo e ci lasciamo solo l’almeno credo ogni trenta secondi o giù di lì, a Ilaria le viene una cosa qui, tra la gola e il petto, tra il pianto e l’ansia, come con Lover you should’ve come over di Jeff Buckley (ma in un modo diverso), e le piovono addosso tutte le insicurezze vecchie e nuove, tutto ciò a cui credeva e ora non più,

la politica,
la chiesa,
la buona fede degli altri,
Babbo Natale,
il topino dei denti,
i formaggi magri,
i conigli nei cappelli,
le coincidenze,
i mezzi pubblici in orario,
il giallo del semaforo,
il grande cocomero (e questo perché in realtà è una zucca, a quella ci crede ancora),
i miracoli,
la meritocrazia,
le foto perfette delle modelle,
le pubblicità dei mascara,
le pile ricaricabili,
Paola Maugeri (perché ha tentato di convertire al veganesimo tutti i telespettatori de Le Invasioni Barbariche con la storia della mucca scureggiona che causa effetto serra e a cui viene barbaramente sottratto il latte sotto lo sguardo attonito del vitellino),
i calzini bianchi,
lo zucchero nel tè (però dipende dal tè).

Che è come smontare la propria esistenza poco a poco, lasciando solo alcuni punti fissi tipo
gli amici,
gli elenchi,
la cioccolata.

Ho sempre avuto pochissime idee… ma in compenso fisse
Fabrizio De André