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Palmipedone #232 —Estate alternativa—

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Da piccola disegnavo persone solo se costretta, preferendo di gran lunga nature morte composte prevalentemente di castagne, case in campagna in fondo a sentieri costeggiati da cipressi, covoni e staccionate, tetti innevati ed elefanti visti di spalle:

(mi ci sono impegnata, l’ho anche colorato)

A volerle trovare, le persone, si sarebbe potuto immaginarle dentro le case (con le persiane rigorosamente aperte), dietro i covoni e dentro gli elefanti (oppure dentro i covoni e dietro gli elefanti), all’ombra dei cipressi (ombra che, comunque, non ho mai disegnato). Immaginarle, ché comunque nelle mie case io non ci avevo messo nessuno.

Da grande le persone non le ho mai disegnate (quando necessario, sono sempre bastate due, tre forme geometriche; il talento artistico è inutile spremersi come un limone per farlo trasudare dai pori, non funziona. E lo dico perché ci provo di continuo).

Quando da piccola/o disegni le persone, la loro pelle la colori di rosa. Poi cresci, vai in profumeria e trovi solo fondotinta marroni. Quindi credi di esser marrone. Ebbene, quello della pelle marrone è un falso mito (per noi dalla pelle chiara, intendo). Noi studenti che pure ci piace l’aria aperta (a patto che non si rischi di liquefarcisivi) siamo #E3CACD [RGB(227,202,205), cioè così] o di gradazioni simili (io, però, son proprio quella). Diciamo basta alla pelle marrone, all’abbronzatura a tutti i costi. Facciamo un vanto del nostro roseo pallore e rendiamolo parte di una specie di manifesto dell’estate alternativa assieme ad una specie di mini compilation con pezzi vecchi e nuovi,  ricca di genti (italiane) diverse da quelle che si sentono di solito (e non si capisce il perché), ma non necessariamente sconosciute (almeno i Baustelle li conoscono tutti, spero).

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Tracklist

  1. Brunori Sas – Tre capelli sul comò
  2. Baustelle – Colombo
  3. Carpacho! – Niente che non va
  4. Babalot – Panca bestia
  5. I Cani – Velleità

Playlist

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Palmipedone #225 —Gattoni—

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La cosa più difficile è lavarsi il viso.
Un conto è mantenere l’equilibrio ad occhi aperti, in posizione più o meno verticale, un conto è chiuderli, chinarsi e compiere dei movimenti precisi se non al millimetro almeno al centimetro, ché altrimenti si rischiano allagamenti copiosi.

-Dai, salta giù.
-N-n-n-no-o.
-Dai, ti tengo io.
-Tienimi stretta.
Sono in piedi su di una cassettina di legno alta più o meno quanto un dizionario di latino e devo saltare giù. Facile a dirsi se ti fidi delle tue caviglie. Un po’ più complicato se l’ultima volta una ti ha tradito e, con un rumore che non avresti mai immaginato di poter produrre (una roba simile alle bollicine della plastica da imballaggio che scoppiano), ha preferito piegarsi, torcersi, e lasciarti cadere come corpo morto cade. Facile a dirsi se non hai paura del dolore che potresti sentire se. Quindici centimetri, un’altezza vergognosa, un salto schifoso con la gamba buona in anticipo su quella fellona.
-Brava, col tempo imparerai a fidarti di nuovo.

Più o meno sette anni dopo, la traditrice redenta tiene in piedi la baracca, letteralmente. Mentre la sua compagna si gode l’ozio derivante da un intervento di manutenzione straordinaria, la poveraccia, quasi fosse una punizione giunta in ritardo, si affanna a sostenere e a trasportare, a ritmo di simpatici balzelli, la poco-leggiadra-nei-modi persona che sarei io.

Una fatica che non vi dico.
La cosa più difficile è lavarsi il viso,
A votare ci vado, ovviamente, dovessi andarci gattoni.

E così dovreste fare voi tutti, mi raccomando.

Palmipedone #220 —Se fossi cane, bau (*)—

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Ci son delle volte che mi convinco che mi sarebbe piaciuto assai studiare qualsiasi altra cosa,

che sarebbe stato bello, per esempio, essere una letterata, diventare orba sulle opere di Petrarca (che, come dice Sgarbi,

potrebbero tutte essere riassunte nel verso “Dite a Laura che l’amo”

bonbonbonbon-) invece che davanti ad un terminale che ti rifila errori scritti in sanscrito (che, se non ti spingono a strapparti i capelli uno alla volta, di sicuro prosciugano la tua vena poetica, sopprimono la tua capacità di vedere gli elefanti nelle nuvole e fanno piovere il fine settimana);

che sarebbe stato interessante rinfrescare la mia memoria sul personaggio di Leopardi ché, come diceva la mia prof, gli studenti alla fine si ricordano solo che era gobbo e brutto, e infatti io mi ricordo che era gobbo, brutto, e che ha scritto la ginestra che siccome ha gli steli che non si strappano facilmente è metafora di qualcosa che non si strappa facilmente, ma non qualcosa tipo la plastica delle confezioni dell’acqua, qualcosa che c’ha a che vedere con la figura umana o forse ancora con la figura del poeta, probabilmente umana a sua volta, ma non è detto, i poeti di licenze se ne prendono parecchie.

Dicono pure che a lettere le donne siano migliori. Magari è l’ambiente che ti rende migliore, che ne so, noi scienziate siamo esiliate in un posto infestato dalle formiche e dalle zanzare dove però c’è tanto (?) verde e le persone ci portano a spasso cani e/o bambini, e la gente ci fa jogging/le corse con le minimoto e negli interni hanno deciso di optare per dei colori vivaci quali il giallo e l’arancione per compensare il grigiore degli esterni, un grigiore grigio, di quei grigi ai quali non concederesti mai il beneficio del dubbio.

Ci son delle volte che mi convinco che mi sarebbe piaciuto assai studiare qualsiasi altra cosa invece del bosone di Higgs,

che si può dire che io l’abbia compreso solo oggi quando l’ho letto spiegato ad un cane (secondo me tutti gli articoli scientifici dovrebbero mettere una nota a piè di pagina e portare l’esempio della melassa, davvero),

e che continuo a trovare menzionato ovunque, anche nei film, in brevi fotogrammi, scritto da destra verso sinistra:

Snapshot da "A Serious Man", un film incommentabile dei fratelli Cohen

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Palmipedone #203 —Weeklylist—

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Io ho sempre amato gli elenchi. Li amavo prima di questo blog, prima di conoscere le top five di Altà Fedeltà, prima di che Vieni Via Con Me li portasse all’attenzione del grande pubblico quasi attribuendosene la paternità.
Prendendo ispirazione appunto da Roberto Saviano, a sua volta ispirato da altri, ho deciso di stilare anche io una lista delle dieci cose per cui vale la pena vivere, di quelle che ti accendono dentro una scintilla, che fanno nascere una specie di gioia pulsante che è facile ravvivare continuamente con il ricordo di sapori, di odori, di suoni, di colori, di visi, di sensazioni e, ogni tanto, con una nuova “razione”.

La mia lista ha esplicitamente (ed involontariamente) un punto in comune con quella di Saviano; implicitamente ce ne sono anche altri, mozzarella inclusa.

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  1. Seguire le gocce di pioggia che corrono orizzontalmente sul finestrino della macchina in moto e tifare per la più lenta.
  2. Vedere il sole di mezzanotte.
  3. Tuffarsi in mare aperto avendo paura di schiantarsi sul fondale (che si vede bene come se fosse ad un metro perché l’acqua è limpidissima).
  4. Scoprire che gli amici “sanno”.
  5. Mangiare il cioccolato.
  6. Ritrovare oggetti dopo mesi quando ormai ci si era rassegnati ad averli persi per sempre.
  7. Ascoltare tutto Love Over Gold (saltando Industrial Disease) senza fare altro se non evaporare con la musica.
  8. Graffiarsi con i rovi per raccogliere le more.
  9. Fare figure di cacca epocali.
  10. Ridere fino ad avere mal di stomaco.

Palmipedone #198 —Allergici in generale–

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Via FFFFOUND!

Qualche anno fa ho avuto l’orticaria idiopatica. Senza causa alcuna. Semplicemente mi venivano delle bolle enormi tipo quelle da zanzara stronza (che è la zanzara che punge a tutte le ore del giorno e che ti sveglia la notte ronzandoti nell’orecchio, accendi la luce e scompare, spegni la luce e ti punge sulla palpebra e la mattina c’hai un occhio che manco fight club) e soprattutto un prurito da strapparsi la pelle che campavo grazie agli antistaminici e al borotalco. Perché? Perché sei un soggetto allergico, mi avevano detto. Allergico a cosa? Tecnicamente a niente, però un po’ a tutto.

Non mangiare le fragole,
non mangiare i crostacei,
non mangiare i cibi in scatola e surgelati,
non mangiare gli insaccati,
non bere alcolici,
non mettere l’aceto nell’insalata,
non mangiare il cioccolato,
non  mangiare i pomodori.

Nient’altro?
Ah sì, se puoi evita anche i kiwi.
Tanto non mi piacciono i kiwi. Che culo.

Mangiavo pasta in bianco e insalata scondita. Ma le bolle c’erano lo stesso.

L’OKI non c’era nell’elenco, l’OKI l’antinfiammatorio con il sapore più schifoso della storia, io avevo mal d’orecchio e provate voi a sopportare orticaria e mal d’orecchio insieme, voi uomini che c’avete il naso che vi cola e già vi sembra di morire, io non ce l’ho fatta: in dieci minuti la mia faccia si è gonfiata a dismisura e mi sentivo gonfiare anche dentro, la trachea, la lingua, ho pensato adesso muoio soffocata, può avere effetti collaterali anche gravi, gravi tipo la morte, ecco sto morendo sdrammatizziamo: toh che belle labbra sembro Taylor di Beautiful, però non respiro sto morendo. All’ospedale mi hanno detto i soggetti allergici non devono assumere FANS, cioè farmaci antinfiammatori non steroidei, tipo Moment, Aulin, Oki, Aspirina, Buscofen. Cioè tutti. Ma io l’ho sempre presi! E ora non li prendere più.
La mia faccia tornerà come prima?
Risate. Odio risultare divertente quando in realtà sono disperata.

Forse hai l’Elicobacter Pylori. E quasi ci speravo. Ho donato alla ASL la mia personalissima versione di Merda d’Artista, l’ho lasciata su di un carrello apposito perché al muro c’è un cartello per favore non poggiate le feci sul bancone, giuro. Sono andata a ritirare le risposta con la speranza di stare male. Di leggere un positivo con milioni di asterischi. E invece niente.

Mi hanno spiegato che l’istamina è come l’acqua in un bicchiere, che il mio, il quanto soggetto allergico, era sempre più che mezzo pieno, una specie di eccessivo ottimismo molesto, e che bastava poco per farlo traboccare. E quando l’istamina trabocca vengono le bolle. E io rispondevo sempre che non ero mai stata un soggetto allergico e poi allergico a cosa?, e loro ribattevano che si può diventare soggetti allergici, allergici in generale, anche a cinquant’anni. Così. Magari a causa dello stress.

E io ho scoperto che, nella vita, di colpo, si può diventare allergici anche ad alcune persone, magari dopo averne fatta indigestione, dopo aver preso le loro parole come insegnamenti, dopo aver elargito fiducia a bastimenti carichi carichi di. E niente. Di colpo ti scopri allergico. L’istamina trabocca. E non è un tipo di allergia che  si può mitigare con gli antistaminici, questa. L’unica arma che ti sembra di avere è lo sguardo assassino, per cui ne elargisci di penetranti ad ogni altrui parola sperando che la fonte si disintegri.

Palmipedone #196 —Nubi di ieri sul nostro domani odierno *—

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Nel 1996 avevo nove anni. Oppure otto e qualcosa, dipende dal mese. Nel 1996 lessi, tutto d’un fiato, il mio primo libro da grande, da bambina grande, un libro senza figure, un libro di duecentottanta pagine, duecentottanta pagine di parole e niente altro perché arriva un momento in cui, per immaginarsi la principessa nella torre, non si sente più il bisogno del disegno della principessa. E della torre anche. Il mio primo libro di duecentottanta pagine che, per la cronaca, s’intitolava Polissena del porcello, appartiene a tutta una serie di ricordi di prime esperienze, di inizi di quelle che poi, nel corso degli anni a venire, sono diventate abitudini, io sono una abbastanza abitudinaria

leggo la targhetta sopra l’ascensore: qual è la capienza, quanti chili porta, poi si apre la porta e non lo so già più *.

Poi siccome mi piacciono i numeri faccio il calcolo di quante me starebbero nell’ascensore ed è una delle poche occasioni in cui il detto più siamo meglio siamo risulta per me applicabile. L’altra mia abitudine, dopo i libri, è il caffè.

Il mio primo caffè, vero caffè con la caffeina e tutto il resto, bevuto puro, non riesco a datarlo in maniera precisa come per il libro (per il quale indubbiamente aiuta la data della stampa), ma risale presumibilmente agli stessi anni. Il mio primo caffè lo bevvi da mia zia. Che poi sarebbe in realtà una specie di zia di secondo grado perché non è la mia, di zia, è la zia di mio padre, la sorella della madre di mio padre, la sorella di mia nonna, non mia zia. Ed già è tanto che esista un termine per chiamarla, un generico zia, mica come i cugini di mia madre i cui figli sono a loro volta miei cugini di secondo grado, ma i cui genitori non sono mica i miei zii di secondo grado, sono i cugini di mia madre, qualcuno dovrebbe occuparsi di riorganizzare le denominazioni associate al parentame per evitare tutti questi giri di parole noiosi.

La casa di mia zia era (ed è) costituita da un paio di stanze ed un cucinino, il tutto ricavato in un’ala di un ex mulino diviso fra tre sorelle, il telefono in comune nel corridoio congiungente la cucina di mia nonna al cucinino della zia del caffè e ancora al bagno della terza zia, la zia dello Scarabeo. Che io mi ricordi, non sono mai entrata dalla porta d’ingresso a casa di mia zia dello Scarabeo, sono sempre passata per la porticina nel bagno, una specie di passaggio segreto verso un paradiso luminosissimo di maioliche azzurre. La zia dello Scarabeo, milanese d’adozione, aveva due occhi pieni di vita resi minuscoli da un paio d’occhiali spessissimi, tipo la moglie di Montale, “Mosca”. Mi chiamava Lilaria, che è come dire l’Ilaria, ma senza l’apostrofo. Giocavamo a Scarabeo, zia Lalla e Lilaria, un trionfo di elle, un trionfo di bisillabi inventati, di sigle di città inesistenti, senza clessidra e senza punteggio, lettere scomode liberamente scambiabili. L’altra mia zia, invece, quella del caffè, mi ha insegnato tutti i solitari del mondo, mi ha offerto caramelle ripiene che non ne ho più trovate di uguali e per me, l’ospite, una specie di vip in quell’ex mulino disseminato di passaggi segreti dietro armadi e librerie, solo per me preparava il caffè. Giocavamo a carte e poi mi preparava il caffè. E mi faceva sentire grande.

E pure quello, il comportarsi da grande, alla fine è diventata un’abitudine.
Sull’esserlo ci sto ancora svogliatamente lavorando.

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Palmipedone #183 —Sbrilluccicare—

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Ero contento che mio padre fosse un tipo che sorrideva con gli occhi: così non poteva mai rivolgermi un sorriso falso, perché è difficile far scintillare gli occhi se non ci si sente una scintilla dentro. Il sorriso con la bocca è diverso. Si può simulare un sorriso in qualsiasi circostanza, solo atteggiando le labbra. Inoltre un vero sorriso con le labbra è sempre accompagnato da un sorriso con gli occhi: perciò state attenti, dico io, quando qualcuno vi sorride con la bocca ma gli occhi non mutano. Potete star sicuri che è una fregatura.
[Roald Dahl – Danny, il campione del mondo]

Che sono le piccole grandi verità che si trovano nei libri per bambini, e ci potete pure non credere, io di questo libro (letto l’ultima volta alla rispettabilissima età di anni undici o giù di lì) non ricordo nulla: la trama, i personaggi, niente. Nulla tranne questa citazione che all’epoca mi colpì come un macigno, una scoperta di cui fare tesoro, una verità da tenere gelosamente custodita per insegnarla agli altri quando ne sarebbe valsa veramente la pena, da sussurrarsi piano per non spezzare la magia, È la ragione per la quale questo libro, nel corso delle innumerevoli risistemazioni della libreria, non ha mai lasciato la casa per finire in uno scatolone assieme agli altri libri per bambini (nessuno dei libri di Roald Dahl, comunque, finirà mai in uno scatolone per mano mia: Il GGG, Le Streghe, Gli Sporcelli, son tutti lì, sullo scaffale, l’uno di fianco all’altro; chi li ha letti e che anche oggi ama leggere forse capisce perché staccarsene è tanto difficile, chi non li ha letti e ama leggere legga almeno Il GGG – oppure La Fabbrica di Cioccolato – chi non li ha letti e non ama leggere è inutile che glielo spiego).  Potete anche non crederci che io, poco fa, abbia trovato questa citazione con la stessa facilità con la quale ho trovato il libro, copiandola solo per un eccesso di pignoleria, perché è esattamente come l’ho sempre ricordata (da grande, oggi, vi dico che in inglese è ancora più bella, c’è quel twinkle che più che con scintillare io renderei con sbrilluccicare, i sorrisi con gli occhi che sbrilluccicano sono i più belli, pure se sbrilluccicare non è italiano da Accademia della Crusca).

Tutto questo per dire che è vero che ci manca sempre l’altro mezzo post, quello dell’introduzione lunga una quaresima e più, però ho deciso che la sua scrittura la rimando. La capacità di conciliare l’autoironia con la tristezza cosmica è una dote veramente poco comune e non tutti gli esempi (viventi) di cui volevo parlare sarebbero in grado di riderne, di dire oddio ma io sono così (sì sei proprio così), di dirlo con gli angoli della bocca all’insù, con gli occhi sbrilluccicosi. Che poi magari non gliene importa niente a nessuno di quello che scrivo e di quello che invece no (il problema è che a me importa tutto – e di questo me ne sono accorta solo perché me l’hanno detto).