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Palmipedone #175 —Allora pure io—

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È che io avevo bisogno di riposarmi, di rilassarmi, di non fare, di non pensare, di trascorrere una settimana lontano dai problemi reali o fittizi e allora avevo scelto una vacanza all inclusive in un villaggio, dove il più grande disagio che potevi incontrare era quello di dover riempire di nuovo la brocca dell’acqua durante il pranzo o la cena e, magari, fare un po’ di fila davanti al dispenser, oppure quello di dover gentilmente declinare l’invito a giocare a freccette, una, due, tre volte, eccolo di nuovo, facciamo finta di dormire ronf ronf l’amica tua dorme? Eh sì. Ma dorme sempre? Eh sì (sai com’è sto in vacanza apposta, per ritrovare oniricamente me stessa sciò, pussavia). Che io ci stavo veramente per ritrovare me stessa attraverso il contatto silenzioso con la natura, con il mondo inteso come insieme di persone che non per forza deve interagire con te, ma, comportandosi, diventa materia di studio, oggetto di attenta osservazione, io sono un’ottima osservatrice (che se fossi anche un minimo furba avrei già conquistato il mondo) e se lo unite al fatto che sono donna alla fine succede che molte cose le so anche se voi vi pensate che no, ma non perché sono cose segrete, semplicemente perché non me le avete mai dette e io non ve le ho mai chieste, ecco, io molte cose non le chiedo perché non mi serve. Poi succede pure che mi sbaglio. Ma sono più le volte che voi credete sia sbagliato che quelle che è sbagliato veramente. Modestamente parlando.

Quindi. Io me ne stavo in vacanza in un villaggio per oziare, letteralmente oziare, costituendo un importante contributo per la bassissima percentuale di villagisti (se escludiamo le famiglie con bambini e le coppie puccipucci) il cui scopo primario non fosse l’accoppiamento lampo, un due tre stella, in tutti i modi in tutti i luoghi in tutti i laghi, che male c’è mi hanno detto, nessuno, ma io sono una sciocca sentimentale e, insomma, devo prima evaporare visibilmente cuoricini, e pure con una certa intensità, sennò non c’è trippa pe’ gatti e in genere questo richiede tanto tempo e dedizione per cui una vacanza di una settimana non si prospetta in modo favorevole già in partenza, e poi mettiamoci pure che il mio umore era ai suoi minimi storici, il mio più grande desiderio era di riuscire a compiere la fotosintesi clorofilliana in modo da poter trascorrere il resto della mia vita nella forma di un silenzioso vegetale, che ora vi direi un ulivo, che è l’albero più bello che c’è, allora vi avrei detto un salice piangente, sempre bello, ma in un altro modo. Comunque. Di tutte le persone che popolano un villaggio vacanze, la categoria più triste è quella formata dai gruppi di sìngol attempate che fanno le cascamorte con gli animatori i quali. oltre ad essere dongiovanni per deformazione professionale (e quindi continuamente ammiccanti con chiunque), sono in genere mediamente vent’anni più giovani delle suddette e vabbè che l’età non è un problema, però.

Insomma c’era questo gruppo di allegre attempate campane (nel senso di Campania, non di dindondan) sìngol a un tavolo, Eppoi c’eravamo noi, una compagnia piuttosto variegata per età e provenienza geografica, ma subito etichettata come “il nord”, al tavolo di fianco. E la carampana di turno, con l’intenzione civettuola di farsi bella ed intelligente agli occhi dell’animatore di passaggio, attacca con l’argomento politico (e qua arriviamo a quello che voleva essere il succo del post), che il nord ricco deve aiutare il sud povero, che in Campania va proclamata l’emergenza nazionale, che noi dobbiamo aiutare loro coi rifiuti ma pure con tutto il resto, perché è una questione di nazionalismo, di unità, che in ogni frase c’era questa cosa del dovere: dovete aiutare, dovete risolvere, dovete fare qualcosa. E la sua vicina di sedia a tentare di rincarare la dose dicendo io vivo a Casal Di Principe. E io, come si vive a Casal Di Principe? E lei io vivo bene, io sto a casa mia e mi faccio gli affari miei.

Bene, allora pure io.

___

Nota: non voglio offendere nessuno, con questo post, solo mettere in evidenza come una mentalità troppo diffusa (e non solo al sud, e non solo in “poLLitica”), quelle dell “io mi faccio gli affari miei”, ci abbia portato dove siamo ora. Vi piaccia o no.

Palmipedone #163 —È catartico—

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Premessa duepunti, lavare i piatti a mano è una delle cose più brutte del mondo, non c’è niente di più schifoso dell’avere a che fare con i residui di cibo (peggio ancora se sono quelli altrui), con le padelle incrostate, con i bicchieri opachi, con le posate unte, fa schifo, meno schifo della pulizia dei sanitari del bagno eh, ma non volevo fare un post sugli incubi della casalinga, primo perché non sono una casalinga, secondo perché più vado avanti più sto blog mi sembra il declino della carriera di un cantante impomatato di quelli che poi li invitano solo alle sagre di paese insieme al complessino che suona la mazurka di periferia,
e gli anziani si buttano nel turbinio delle danze
e la piazza è d’improvviso una balera
e tutti sanno i passi come se nella vita non avessero fatto altro che ballare da mane a sera,
è uno spettacolo ipnotico, di quelli che se mi dicono che palle noi andiamo a fare due passi che fai vieni o rimani a guardare i vecchi danzerini, io dico andate voi poi vi raggiungo e invece non li raggiungo mai perché rimango a guardare la mazurka
e quel che segue
e i balli di gruppo per gente di mezza età col busto di legno e le gambe svelte,
sia-amo i watussi sia-amo i watussi,
come si fa a smettere di guardarli,
solo un altro ballo,
solo un’altra riflessione fuori tema, sto cominciando a prendere il vizio di ragionare per frattali (ah l’inventore dei frattali è morto, come Cossiga, come Vianello, però, come Nicola Cabibbo, non se lo è filato nessuno eh, mica ce l’avevano il coccodrillo pronto per quello dei frattali, se schiatta Andreotti, e prima o poi accadrà, non farete in tempo a dire ammaccabanane che già vi staranno propinando l’edizione speciale del tiggì e, se è sera, speciale porta a porta al posto dell’unico film decente del palinsesto annuale, con sempre gli stessi ospiti e le stesse facce e frasi di circostanza, ché questo mondo bizzarro piange solo i pollitici e i conduttori tivvù) dicevo sto prendendo il vizio di ragionare per frattali anche quando chiacchiero, che da una parte è un bene perché significa che la me scrivente e la me parlante procedono nella medesima direzione (come volevo) che però non è detto che sia quella giusta, quindi non so, fatemi un cenno quando non ne potete più, cercherò di frenarmi, fine della premessa.

Succo del post duepunti, lavare i piatti a mano è catartico. Dovreste provare.

Palmipedone #145 —Esercizi spirituali—

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Fonte asca (click sull'immagine per leggere l'articolo completo)

Va bene, la notizia è un po’ vecchia, ma io l’ho sentita solo oggi. E ‘sta cosa degli onorevoli pellegrini che hanno bisogno di riflettere sul proprio ruolo di cristiani impegnati in pollitica m’ha fatto venire in mente una roba ancora più vecchia. Una roba del millenovecentosettantaquattro, che di solito si tende a dire eh quanto sono cambiati i tempi dal millenovecentosettantaquattro, trentasei anni fa e sembra un secolo. No, non è cambiato niente, tanto che se io ora vi trascrivo un passo di Todo Modo, romanzo di Sciascia per l’appunto del millenovecentosettantaquattro, secondo me ce la vedete pure voi la somiglianza fra gli onorevoli pellegrini e i politici che fanno gli esercizi spirituali.

Non assistevo ad una messa da almeno un quarto di secolo […] e poiché era la prima volta che la sentivo in italiano, mi abbandonai a riflessioni sulla Chiesa, la sua storia, il suo destino. E cioè il suo passato splendore, il suo squallido presente, la sua inevitabile fine. […] Mi assalì allora un pensiero un po’ molesto, un po’ ironico, che continuando così a riflettere, avrei finito col fare davvero gli esercizi spirituali: e sarei stato il solo, poiché tutti quegli altri che a fare gli esercizi erano venuti sembravano, ed erano, del tutto alieni dal farli. Durante la messa non facevano che parlarsi all’orecchio, i vicini; salutarsi con cenni e con sorrisi, i lontani. Si sentivano in vacanza: ma una vacanza che permetteva di riannodare fruttuose relazioni, ordire trame di potere e di ricchezza, rovesciare alleanze e restituire tradimenti. […]
Finita la refezione e man mano che i commensali uscivano all’aperto, vidi che tutti andavano raccogliendosi intorno a Don Gaetano[…]. Facevano cerchio. A un certo punto, forse quando ritennero di essere tutti presenti, il cerchio si scompose e prese la forma di un quadrato. Don Gaetano, che era stato al centro del cerchio, si trovò nel mezzo della prima fila del quadrato. Così ordinati stettero un momento fermi ed in silenzio: poi si alzò la voce di Don Gaetano «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen» e il quadrato si mosse. Lo spiazzale, come ho detto, era vasto; e ancora più vasto lo rendeva il fatto che le luci vi erano state quasi tutte spente. Il quadrato marciò dalla porta d’albergo al margine opposto. Arrivandoci, mi parve si aggrumasse in confusione e stentasse a ricomporsi, mentre in coro recitavano il Padrenostro. Ricomposto venne verso l’albergo con l’Avemaria[…]. Quell’andare su e giù nello spiazzale quasi buio, non come in un quieto passeggio, ma a passo svelto, appunto come chi ha paura del buio e si affretta a raggiungere la zona di luce […], quelle loro voci che si levavano nel Padrenostro, nell’Avemaria, nel Gloria con un che di atterrito e di isterico; la voce di Don Gaetano, che succedeva alla loro, distante e fredda: e da quella voce espressioni come «misterioso messaggio», «mistero della salvezza», «antico serpente», «spada che trafiggerà l’anima» si intridevano di un senso tutto fisico […]. E in quel momento anche chi li vedeva
nell’abbietta mistificazione e nel grottesco, scopriva che c’era qualcosa di vero, vera paura, vera pena, in quel loro andare nel buio dicendo preghiere: qualcosa che veramente attingeva all’esercizio spirituale: quasi che fossero e si sentissero disperati, nella confusione di una bolgia, sul punto della metamorfosi. E veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri.

[Leonardo Sciascia – Todo Modo – 1974]

Piesse: gli onorevoli pellegrini sosterranno personalmente tutte le spese del viaggio. Beh, ci mancherebbe altro.

Non assistevo ad una messa da almeno un quarto di secolo […] e poiché era la prima volta che la sentivo in italiano, mi abbandonai a  riflessioni sulla Chiesa, la sua storia, il suo destino. E cioè il suo passato splendore, il suo squallido presente, la sua inevitabile fine. […] Mi assalì allora un pensiero un po’ molesto, un po’ ironico, che continuando così a riflettere, avrei finito col fare davvero gli esercizi spirituali: e sarei stato il solo, poiché tutti quegli altri che a fare gli esercizi erano venuti sembravano, ed erano, del tutto alieni dal farli. Durante la messa non facevano che parlarsi all’orecchio, i vicini; salutarsi con cenni e con sorrisi, i lontani. Si sentivano in vacanza: ma una vacanza che permetteva di riannodare fruttuose relazioni, ordire trame di potere e di ricchezza, rovesciare alleanze e restituire tradimenti. […]

Finita la refezione e man mano che i commensali uscivano all’aperto, vidi che tutti andavano raccogliendosi intorno a don Gaetano[…]. Facevano cerchio. A un certo punto, forse quando ritennero di essere tutti presenti, il cerchio si scompose e prese la forma di un quadrato. Don Gaetano, che era stato al centro del cerchio, si trovò nel mezzo della prima fila del quadrato. Così ordinati stettero un momento fermi ed in silenzio: poi si alzò la voce di Don Gaetano « Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen » e il quadrato si mosse. Lo spiazzale, come ho detto, era vasto; e ancora più vasto lo rendeva il fatto che le luci vi erano state quasi tutte spente. Il quadrato marciò dalla porta d’albergo al margine opposto. Arrivandoci, mi parve si aggrumasse in confusione e stentasse a ricomporsi, mentre in coro recitavano il Padrenostro. Ricomposto venne verso l’albergo con l’Avemaria[…]. Quell’andare su e giù nello spiazzale quasi buio, non come in un quieto passeggio, ma a passo svelto, appunto come chi ha paura del buio e si affretta a raggiungere la zona di luce […], quelle loro voci che si levavano nel Padrenostro, nell’Avemaria, nel Gloria con un che di atterrito e di isterico; la voce di Don Gaetano, che succedeva alla loro, distante e fredda: e da quella voce espressioni come «misterioso messaggio», «mistero della salvezza», «antico serpente», «spada che trafiggerà l’anima» si intridevano di un senso tutto fisico […]. E in quel momento anche chi li vedeva nell’abbietta mistificazione e nel grottesco, scopriva che c’era qualcosa di vero, vera paura, vera pena, in quel loro andare nel buio dicendo preghiere: qualcosa che veramente attingeva all’esercizio spirituale: quasi che fossero e si sentissero disperati, nella confusione di una bolgia, sul punto della metamorfosi. E veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri.

Palmipedone #139 —Semiseriamente—

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Ci sono degli argomenti che in questo blog io non tocco quasi mai, se non molto di sfuggita e con una buona dose di ironia, e, comunque, mai con l’intenzione di convincere qualcuno: nei testi argomentativi sono sempre stata un terribile fallimento, non ho mai capito da cosa nasca la necessità di stare lì a spiegare alla gente perché una determinata cosa è bella e buona e l’altra è brutta e cattiva, ho sempre pensato che i cervelli e le coscienze altrui fossero perfettamente in grado di discriminare fra giusto e sbagliato, tra ciò che ha senso e ciò che invece non ne ha (io sono un’amante del nonsense, è vero, ma finché è per scherzo va bene; la vita reale, poi, è un’altra cosa). E quando mi rendo conto che non funziona così, che i criteri che portano le persone a scegliere se non proprio sbagliati sono almeno diversi dai miei, tutte le sante volte, allo sconvolgimento iniziale segue la fase dell’infervoramento in cui i tentativi di portare acqua al mio mulino si riducono alla ripetizione continua e sconvolta delle due esclamazioni Cosa dici?!? e Ma tutto questo non ha senso!!!, con tono di voce crescente fin quasi a rasentare le urla; dibattere con me in queste occasioni è veramente disarmante, sarebbe meglio che il mio interlocutore mi dicesse siediti Ilaria, al mondo c’è anche qualcuno che la pensa così, vuoi dell’acqua? No, vorrei qualcosa di più forte, o almeno del Martini Bianco (e non occupare spazio con quelle inutili olive). Ecco, io non parlo seriamente di politica qui (ho detto politica, ma lo stesso discorso potrebbe essere esteso a molte altre sfere della vita reale). Perché mi sembra sufficiente (e che poi non lo sia è un altro paio di maniche) che le persone si guardino attorno per capire che c’è qualcosa che non va. E non venite a dirmi che non è vero, perché non ha senso.

Palmipedone #110 —Senza titolo/4—

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Ieri ero lì che tentennavo per cominciare a studiare, ché cominciare a studiare dopo pranzo è una cosa che mi pesa tanto, veramente fare qualsiasi cosa dopo pranzo mi pesa tanto, anche fare il caffè dopo pranzo mi pesa, e tanto; penso che se fosse per me dopo pranzo me ne starei seduta a tavola a fissare un punto nel vuoto, dopo pranzo il nulla, la digestione, dopo pranzo.
Comunque.
Ero lì che traslocavo i libri dalla camera alla cucina, perché io studio in cucina per evitare le distrazioni e poi la camera la lascio a mio fratello che quest’anno è maturando perché io voglio andare in paradiso, ma non quello normale, quello ancora più su, quello da dove si ha il panorama sul paradiso standard, da dove si vedono le teste pelate dei raccomandati del piano di sotto e si può sputar loro in testa.
Comunque.
Facevo il trasloco portando un pezzo alla volta, prima il quaderno, poi le dispense, poi le penne, poi i fogli bianchi, un pezzo alla volta per impiegarci un’eternità e poi, detto sinceramente, portare tutto insieme mi pesa perché poi mi cadono i pezzi per la strada e per raccoglierli va a finire che mi cade tutto e faccio il doppio della fatica.
Comunque.
Ero lì che portavo un pezzo alla volta e in salone c’era la tivvù accesa su raitre (mi pare) e c’era una specie di concerto di musica classica per bambini con l’orchestra sinfonica della rai, una cosa bella stavano facendo su raitre ieri dopo pranzo mentre io facevo il trasloco; ad ogni passaggio dalla camera alla cucina facevo la sosta davanti alla televisione, imitata da mia madre con gli stessi miei sentimenti nei confronti dei suoi doveri di insegnante, le famigerate relazioni finali; insegna da una vita mia madre, ci mette anima e corpo nel suo lavoro, è un po’ come me, mia madre, o forse è il viceversa, non tollera le ingiustizie, piccole e grandi che siano, è esasperata da certi aspetti del mondo della scuola, ma nel suo lavoro ci mette sempre lo stesso impegno e la stessa passione, pure se al governo dicono che le spese pubbliche inutili vanno tagliate, inutili l’hanno detto oggi al tiggì, inutili come lei che di mestiere fa l’insegnante da una vita e da una vita ci mette anima e corpo e lo fa per passione, non per i soldi, quindi tanto vale bloccarli gli stipendi degli statali, perché le spese pubbliche inutili vanno tagliate, dicono.
Comunque.
A questo concerto il pubblico era composto esclusivamente da bambini, non so quanto piccoli, faccio fatica a valutare l’età dei bambini, diciamo in età scolare, da scuola elementare, ecco, piccoli più o meno così. Se ne stavano seduti buoni buoni, anche interessati, solo che dovevano muovere le mani, perché palesemente c’era qualcuno da dietro la telecamera che gli faceva il gesto di muovere le mani, muovevano le mani stì poveri bambini, come se avessero dovuto dirigere loro l’orchestra. Hanno mosso le mani per tutto il tempo, ce n’era alla fine qualcuno esausto sulle poltrone, con la testa reclinata e le mani ancora in moto ma le braccia flosce e lo sguardo perso nel vuoto e io che pensavo basta fateli smettere, lasciateli essere bambini, semplicemente lasciateli ascoltare come vogliono, se vogliono. Se avessi un bambino e della musica classica da far incontrare semplicemente mi limiterei a metterli l’uno davanti l’altro, senza suggerire strambe mosse da imitare, che poi sembrano animali da circo e ci sono gusti e gusti, ma a me il circo non è mai piaciuto.
Comunque.
Sono una vecchia bacchettona.
Logorroica.