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Palmipedone #239 —Bambini—

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Generazioni

I bambini che fanno i grandi
io li odio;
quelli compìti
nei loro gilet,
bambini col trench,
bambine col french
sulle unghie.
Finto.
La parlata.
Finta.
Le scarpe
di marca.
Vere.

I bambini “io questo ce l’ho”
“io questo l’ho visto”,
bambini saputi
senza domande,
senza “perché?”,
più esperti di me,
li odio
(anche se,
ad essere onesti,
non è colpa loro
se sono già vecchi).

I bambini devono fare i bambini.

Per diventare grandi
(senza neanche invecchiare)
c’è tutta la vita.

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Palmipedone #219 —Di rosso lo tingerem—

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Poesia su questa mia settimana, non solo sui giorni passati, ma anche su quelli che verranno, tutta pervasa da un contagioso ottimismo.

***

Dopo un lunedì
non proprio da schifo
(direi quasi così così),
vien martedì,
che è brutto in partenza
perché il giorno dopo
arriva mercoledì:
giornata di merda.
Ma te la aspettavi tu
di merda così?
Io sì,
ma un poco diversa,
di merda sfumata,
pensavo,
da marrone a chiara,
almeno avana;
invece la sfumatura
era nell’altro verso:
da avana
a marrone.
Marrone scuro.
Giovedì mica sarà peggio.
O forse sì.
Perché quelle cose,
da fare entro venerdì,
se cominciano male
giovedì
finiranno male
o non finiranno affatto
venerdì.
Secondo me c’è un complotto.
Anche il mio pc partecipa
entusiasta:
riavvii automatici,
come se piovesse
e “queste millemila stampe
tutte uguali
di chi sono?”
“Le mie,
ma in stampa
ce le ha mandate lui,
da solo.”
“Lui chi?”
“Il pc.”
Alzateli pure
gli occhi al cielo,
il complotto è evidente.
Mi stanno incastrando.
È un complotto marrone,
marrone scuro.
Che se non diventa beigino,
almeno beigino,
venerdì,
beh,
di rosso lo tingerem.
Né blu, né ner
né arcobalen,
di rosso lo tingerem.

Rosso sangue.
Il sabato, poi,
gli ebrei si riposano;
io non sono ebrea,
ma facciam finta.
Potrebbe esser peggio.
E come?
Potrebbe piovere.

Secondo me
domenica piove.

Palmipedone #156 —Collage: Mercy Street—

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Anne Sexton

(Newton, 9 novembre 1928 – Weston, 4 ottobre 1974)

***

45 Mercy Street

In my dream,
drilling into the marrow
of my entire bone,
my real dream,
I’m walking up and down Beacon Hill
searching for a street sign —
namely MERCY STREET.
Not there.

I try the Back Bay.
Not there.
Not there.
And yet I know the number.
45 Mercy Street.
I know the stained-glass window
of the foyer,
the three flights of the house
with its parquet floors.
I know the furniture and
mother, grandmother, great-grandmother,
the servants.
I know the cupboard of Spode
the boat of ice, solid silver,
where the butter sits in neat squares
like strange giant’s teeth
on the big mahogany table.
I know it well.
Not there.

Where did you go?
45 Mercy Street,
with great-grandmother
kneeling in her whale-bone corset
and praying gently but fiercely
to the wash basin,
at five A.M.
at noon
dozing in her wiggy rocker,
grandfather taking a nap in the pantry,
grandmother pushing the bell for the downstairs maid,
and Nana rocking Mother with an oversized flower
on her forehead to cover the curl
of when she was good and when she was…
And where she was begat
and in a generation
the third she will beget,
me,
with the stranger’s seed blooming
into the flower called Horrid.

I walk in a yellow dress
and a white pocketbook stuffed with cigarettes,
enough pills, my wallet, my keys,
and being twenty-eight, or is it forty-five?
I walk. I walk.
I hold matches at street signs
for it is dark,
as dark as the leathery dead

and I have lost my green Ford,
my house in the suburbs,
two little kids
sucked up like pollen by the bee in me
and a husband
who has wiped off his eyes
in order not to see my inside out
and I am walking and looking
and this is no dream
just my oily life
where the people are alibis
and the street is unfindable for an
entire lifetime.

Pull the shades down –
I don’t care!
Bolt the door, mercy,
erase the number,
rip down the street sign,
what can it matter,
what can it matter to this cheapskate
who wants to own the past
that went out on a dead ship
and left me only with paper?

Not there.

I open my pocketbook,
as women do,
and fish swim back and forth
between the dollars and the lipstick.
I pick them out,
one by one
and throw them at the street signs,
and shoot my pocketbook
into the Charles River.
Next I pull the dream off
and slam into the cement wall
of the clumsy calendar
I live in,
my life,
and its hauled up
notebooks.

***

Mercy Street

Looking down on empty streets, all she can see
Are the dreams all made solid
Are the dreams all made real […]

Dreaming of Mercy Street
Wear your insides out
Dreaming of mercy
In your daddy’s arms again
Dreaming of Mercy Street
‘swear they moved that sign
Looking for mercy
In your daddy’s arms[…]

Anne with her father is out in the boat
Riding the water
Riding the waves on the sea

Palmipedone #128 —La Vispa Teresa, ovvero Storia di un Lecca Lecca—

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Premesse varie:
Io sto alla poesia come il caffèlungo di Starbucks sta all’espresso.
Lo schema delle rime nel componimento che segue è ABCBACASO.
Per rimare ho utilizzato anche dei verbi, non si fa, andrò all’inferno, lo so, ma è ciò che mi è uscito di getto ieri pomeriggio mentre, per non pensare, ripetevo fra me e me La vispa Teresa, stratagemma che di solito uso nei momenti di disperazione, quando il mio cervello entra in quelle riflessioni-tunnel che hanno l’unica conseguenza di portarmi a vagare per campi di guano. Ieri non ha funzionato nemmeno questo, ché come succede ad Alice avevo l’impressione di non saper più niente, neanche le cose conosciute a memoria:

Alice: La vispa Teresa/avea fra l’erbetta/a volo sorpresa…
Brucaliffo: Stoop. Non essere esattevolmente così. Ascoltare:

Storia di un Lecca Lecca
(e di come venne rubato)

La vispa Ilarietta
avea fra l’erbetta
un giorno trovato
un bel Lecca Lecca.

Serena e paziente,
guardandosi in giro
pensava prudente:
“Per ora lo miro”.

E tutte le sere,
in grande segreto,
celava il tesoro
vicino a un vigneto

pensandolo salvo
da sguardi vogliosi
da bocche impazienti
di cibi dolciosi.

Finché una mattina
andando a guardare
il suo bel tesoro
non seppe trovare.

Guardandosi attorno
con fare sospetto
sbucare dai tralci
vedette un merletto

ché un’altra bimbetta
con ben meno cura
piegava sul dolce
la bassa statura.

“Deh! Ferma, marrana!
Che cosa combini?
Rubare dolciumi
non è da bambini!

Son io che l’ho presa,
è a me che mi spetta,
su molla lo stecco
e scappa, vispetta!”

E quella, non scossa,
rispose distesa:
“Se proprio ci tieni
alla preda contesa,

diventa mia amica
e chiudi quel becco,
così puoi guardarmi
mentre la lecco.”

Amiche? Giammai!
Che peste ti colga!
Tu, ladra di dolci!
La pancia ti dolga!”

Voltate le spalle,
veloce fuggì,
e dalla sua vista
la ladra sparì.

Postmesse, altrettanto varie:
spero che le persone che, inevitabilmente, si sentiranno chiamate in causa dai versi (leggasi il Lecca Lecca non senziente e la vispetta golosa) non si offendano (qualora, per caso, dovesse capitar loro di leggere). È stato un modo per sdrammatizzare una situazione divenuta un po’ pesante. Per me. Non che l’ironia sia risolutiva, ma aiuta.
A proposito della Vispa Teresa, poi, fossi in voi darei uno sguardo anche al sequel

…Perduto l’onore,
sfumata la stima,
la vispa Teresa,
più vispa di prima,
per niente pentita,
per niente confusa,
capì che l’amore
non è che una scusa […]
Contenta e giuliva
s’offriva e soffriva.

Trilussa – La Vispa Teresa