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Palmipedone #100 —Cento—

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Il centesimo doveva essere il Palmipedone col botto, un post autocelebrativo, perché chi se lo aspettava che sarei arrivata a cento e a quasi cinquemila visitatori nel corso di poco più di un anno? Chi se lo aspettava questo?

Voleva essere una scommessa con me stessa questo blog, un tentativo acchiappare le idee, di fermare il loro continuo fluire, un tentativo di osservarle una volta immobili, una volta scritte, per capire meglio me stessa e gli altri, un tentativo di fuggire dalla vita di tutti giorni, uno spazio in cui rifugiarmi in cui poter essere veramente me stessa senza timori, senza censure, senza timidezze.

Ho fallito in tutto. E, ancora una volta mi viene in mente Baricco, il professor Mondrian Kilroy (è veramente un bel libro City, dovreste leggerlo, volendo lo trovate qui), il suo Saggio sull’Onestà Intellettuale (pagina 84 e seguenti):

1. Gli uomini hanno idee.
Le idee, se sono allo stato puro, sono un meraviglioso casino. Sono apparizioni provvisorie di infinito, diceva. Le idee chiare e distinte sono una truffa, non esistono idee chiare, le idee sono oscure per definizione, se hai un’idea chiara, quella non è un’idea.
2. Gli uomini esprimono idee.
Questo è il guaio, diceva il prof. Mondrian Kilroy. Quando esprimi un’idea le dai un ordine che essa in origine non possiede. In qualche modo le devi dare una forma coerente, e sintetica, e comprensibile dagli altri. Finché ti limiti a pensarla, essa può rimanere il meraviglioso casino che è. Ma quando decidi di esprimerla inizi a scartare qualcosa, a riassumere un’altra parte, a semplificare questo e tagliare quello, a ordinare il tutto dandogli una certa logica: ci lavori un po’, e alla fine hai qualcosa che la gente può capire. Un’idea chiara e distinta.

Con l’unica differenza che le mie, di idee, anche dopo la lavorazione, anche dopo un curato taglia e cuci, non sono chiare e distinte, continuano ad essere un casino. Un casino totalmente privo di meraviglia, un garbuglio. Fuggire dalla vita di tutti i giorni rifugiandosi in un garbuglio, questo è ciò che ho fatto. Scrivere nell’aldiquà e scoprire di essere letta nell’aldilà, nel mondo reale, da persone reali, talmente reali da potergli associare un volto e quindi ritrovare quei timori, quelle censure e quelle timidezze che pensavo di aver avuto (almeno qui) la forza di abbandonare.

Cento Palmipedoni, un lungo esercizio di stile: ancora una volta non sono dell’umore giusto per festeggiare.

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Palmipedone #54 —La gente—

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Gente è un nome collettivo che proprio non mi va giù. Suona così superficiale, dispregativo e denigratorio che non mi piace dovermici trovare inclusa senza volerlo.

Dire le persone è diverso, riconosce l’esistenza di molti individui, ciascuno con il proprio pensiero, ciascuno con le proprie opinioni. Tante individualità che formano un insieme eterogeneo, come un sacchetto di biglie di vetro, apparentemente tutte uguali eppure diverse, l’una in contatto con l’altra solo in un singolo punto.

La gente è qualcosa di informe, un impasto di vari pezzi di Didò colorato che, come emerge dai miei ricordi di infanzia, dà sempre un risultato tendente al marrone, omogeneo e spento, completamente immemore delle sfumature di partenza.

Io voglio essere me stessa fra le persone, una biglia anche se fra tante, per conservare l’illusione di sapere chi sono, di poter scegliere come pensare e, soprattutto, cosa dire. Senza che sia del pongo marrone a farlo al mio posto.

Palmipedone #48 —Senza titolo—

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Avete presente quelle ovvietà che si dicono di tanto in tanto, del tipo “La vita è come uno spettacolo teatrale in cui noi siamo gli attori e il mondo è il palcoscenico” ?

Non ti sembrano poi così ovvie quando ti accorgi che il tuo professore (mentre spiega e tenta di rendere simpatico il teorema di Cauchy) sembra uno di quegli attori tragicomici da night che non fanno ridere nessuno, di quelli che gli urlano vattene a casa e magari gli tirano pure i bicchieri. Più lo guardo e più mi sento un solitario avventore incazzato col mondo, di quelli convinti che avere davanti un bicchiere di whisky on the rocks ed una scatola di sigari potrebbe aiutare a dimenticare tutte le sventure subite (e quelle ancora in agguato), di quelli che se la prendono col barista perché il drink fa schifo e il pianista nell’angolo suona coi piedi ma signore qui non c’è alcun pianista, non fa niente qui fa tutto schifo anche quello che non c’è, la vita fa schifo, me ne porti un altro…migliore di questo.

Poi alzi gli occhi e ti sei perso mezza lezione, ma quel maledetto comico da quattro soldi è ancora lì, solo che non hai alcun bicchiere da tirargli. Nemmeno di plastica.

E forse è meglio così.

Palmipedone #46 —Remembrance Day—

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L’11 Novembre, nei paesi del Commonwealth e in alcuni stati Europei, è il Remembrance Day, cioè il giorno del ricordo. E’ un’occasione per commemorare i caduti (militari e civili) di tutte le guerre, a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

All’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese del 1918, con la firma dell’armistizio da parte della Germania, le ostilità vennero formalmente terminate; ogni anno, per ricordare questo momento, prevalentemente nei paesi di lingua anglosassone si osservano due minuti di silenzio ed è usanza applicare sul risvolto della giacca (il più vicino possibile al cuore) un papavero (spesso artificiale come quelli nella foto).

La scelta  di questo fiore come simbolo della ricorrenza è stata ispirata dalla poesia “In Flanders Fields” del tenente colonnello John Alexander McCrae (30 Novembre 1872 – 28 Gennaio 1918):

In Flanders fields the poppies blow
Between the crosses, row on row,
That mark our place; and in the sky
The larks, still bravely singing, fly
Scarce heard amid the guns below.

We are the dead. Short days ago
We lived, felt dawn, saw sunset glow,
Loved, and were loved, and now we lie
In Flanders fields.

Take up our quarrel with the foe:
To you from failing hands we throw
The torch; be yours to hold it high.
If ye break faith with us who die
We shall not sleep, though poppies grow
In Flanders fields.

Anche io voglio ricordarli, e questo è il “mio” modo di farlo.

Palmipedone #45 —Per tutto il resto c’è Mastercard—

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“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.”
Antoine Lavoisier

E così, se a casa lo spazio non c’è, tutto ciò che viene considerato (prevalentemente da mia madre) superfluo o momentaneamente inutile finisce in garage. Tanto che oramai sembra una cantina invece che un box. Tutto è cominciato quando abbiamo ripulito casa, qualche anno fa: da deposito temporaneo si è trasformato in parcheggio permanente soprattutto per due categorie di oggetti: i libri ed i dischi in vinile.

Non che a casa mia non ci siano più libri, intendiamoci. Ce ne sono ovunque. Solo che mentre prima, nella libreria del salotto erano in doppia fila, ora (a causa di una fissazione materna a proposito dell’ordine) di fila ce n’è una sola. O meglio ce ne dovrebbe essere una sola: i libri nuovi da qualche parte dovremmo pure metterli, in camera mia sono perfino in terza fila, aggiungerli lì proprio non si può, quindi la temuta seconda fila si va pian piano (e segretamente) riformando.

I dischi in vinile era effettivamente inutile tenerli in casa, non avendo più il giradischi, e quindi sono rimasti per anni nello scatolone dello stepper, giù nel box (nel frattempo lo stepper si è rotto ed è finito nel secchione: è incredibile come a volte gli imballaggi siano più duraturi di ciò che contengono) e nessuno ci aveva più pensato. Fino ad oggi.

Si perché, con la morte di mia nonna e la conseguente spartizione dei (piccoli) beni, oltre ad paio di centinaia di libri (che dove metteremo proprio non si sa) siamo entrati in possesso di un giradischi (praticamente nuovo), con mia grande gioia e conseguente discesa nel box alla ricerca del tesoro dimenticato. Visto che per fortuna esiste una corollario (da me formulato) della legge di Lavoisier che afferma

impila gli oggetti finché puoi

il suddetto ha trovato posto sopra il videoregistratore (spazio precedentemente occupato dal cofanetto con i cd di De André, ora a sua volta impilato su altri cd) e rende non valido il corollario per eventuali impilamenti successivi, avendo un coperchio che deve necessariamente essere sollevato per inserire un disco.

Dei dischi nello scatolone ne ho riesumato solo il 30% (perché, per il rimanente 70%, ho bisogno di spazio che non c’è) e, nonostante questo, ho fatto una faticaccia per riportarli su, senza contare che faceva freddissimo oggi pomeriggio, e pioveva pure (piove ancora, quindi aspettare qualche minuto non sarebbe servito). Ne è valsa veramente la pena però, perché ascoltare un vinile di Louis Armstrong mentre piove, con il suono della tromba che si mescola al caratteristico fruscio della puntina e al picchiettare dell’acqua che scende a catinelle non ha prezzo.