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Palmipedone #124 —Ascoltare—

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È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.

J.D. Salinger – Il Giovane Holden.

C’è una cosa che ho capito ieri mentre studiavo, e che naturalmente non riguarda affatto quello che stavo studiando perché la mia capacità di concentrazione, che già da tempo si trova ai minimi storici, di certo non è incoraggiata da dispense volutamente scritte in un italiano dal retrogusto ottocentesco che vanno ad appesantire la già di per se pallosissima illustrazione dei molteplici e fantasiosi modi di presentare (in modo sbagliato) la medesima formula inutile che grazie a varii cambiamenti di variabili ed alquanta algebra (da consultarsi in una appendice peraltro assente) si riduce alla semplice forma della 4.36.105 bis comma 67 sfortunatamente scritta per giuoco con l’inchiostro simpatico su di un foglio divorato dai cani alsaziani.
Quindi ieri, mentre sottolineavo meccanicamente frasi altisonanti alla vana ricerca del loro significato perduto, pensavo ad altro. Pensavo alla differenza che c’è fra le persone a cui piace ascoltare e quelle che, invece, la qualità di ascoltatori ce l’hanno innata. Mi spiego. A me ascoltare piace, forse anche più che parlare: mi piace sentire racconti, raccogliere sfoghi, prendere i cocci e ricomporli nella mia mente a formare l’originale (o quello che io credo sia l’originale), sedere in un silenzio presente, empatico, guardarlo riempirsi gradualmente della sostanza di cui sono fatti gli altri, mi piace. Ma non sempre ci riesco e, soprattutto, non con tutti. Ci sono volte che mi vien da sovrastare, volte che mi distraggo, volte che non ho voglia, volte che non mi interessa. E poi ci son quegli altri. Pochi altri. Quelli che a me sembrano ascoltatori nati, quelli ai quali senza sforzo mi vien da raccontarmi, quelli che sommergo di parole (prevalentemente scritte) che io vorrei tanto frenare, ma mi vengono fuori da sole e posso stare tranquilla che nemmeno una verrà persa per la strada. Quelli che, a prescindere dalla loro volontà, si portano dentro dei pezzettini di me (perché io ce li ho messi). Quelli che, qualche volta, mi mancano.

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Palmipedone #111 —Rinunce—

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È proprio di ciò che non hai mai avuto che senti di più la mancanza quando, alla fine, decidi di rinunciarci. Continui a chiederti all’infinito come sarebbe potuto essere il possederlo e, ogni volta, sei costretta da quello che conosci come buon senso a risponderti  con un’alzatina di spalle, a dirti pazienza, a mentirti con il solito forse è meglio così; in realtà lo senti dentro che la rinuncia non è indolore. Senti la mancanza della tensione nella quale puntualmente vivevi quando anelavi alla realizzazione dei tuoi desideri, al completamento di te stessa, capisci di aver ammazzato la speranza con le tue mani e non sai se è peggiore il rimorso per averlo fatto oppure la consapevolezza di aver percorso l’unica strada possibile.

L’unica certezza che hai è che fa male e l’unico rimedio è aspettare. Aspettare che passi.