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Palmipedone #133 —Di Maledizioni e di Epitaffi—

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A proposito di Pietro Aretino, di cui si scriveva qui, ma non a proposito delle sue opere (i sonetti lussuriosi, se proprio volete, ve li andate a leggere altrove a vostro rischio e pericolo, anzi scusate un attimo, visto che ci sono c’ho da lanciare delle maledizioni: dannato Google, perché mi mandi gli zozzi? E voi, brutti zozzoni che non siete altro, questo è un blog serio, di classe, qua NON ci stanno le cose zozze che cercate voi, quindi sciò, pussavia, fuori di qui. E, uscendo, non toccate niente, chissà che c’avete fatto co’ quelle mani), dicevo, a proposito di Pietro Aretino, anzi più precisamente a proposito del suo irriverente epitaffio, pensavo che sarebbe bello se anch’io componessi in anticipo un epitaffio (magari irriverente) da trascrivere sulla mia pietra tombale quando sarà arrivato il momento di rinchiudermi in un buio loculo (per le cui specifiche esistono già custodi delle mie volontà, spero che se ne ricordino, per cui evito di ammorbarvi oltre su posizione, esposizione eccetera), più in là possibile, ovvio, ma Magò me lo dice sempre Memento mori, ricordati che devi morire, io me lo ricordo e ogni tanto ci penso. Dunque, dicevo della mia idea di comporre un epitaffio: la mia vena poetica è stata tuttavia interamente prosciugata dalla composizione Storia di un Lecca Lecca, non c’è rimasta nemmeno una goccia di ispirazione filastroccosa in me, e da una parte menomale. Quindi, in attesa di un nuovo forte dolore portatore sano di ispirazione e rime a garganella, avevo pensato una cosa un po’ autocelebrativa (almeno da morta lasciate che io lo sia), che poi però ho trovato già fatta sul uèb, quindi misà tanto che non è così originale come mi credevo…
Naturalmente non così grande, sia chiaro, una versione piccolina, da scolpirsi in basso a destra.
Al centro, sotto la foto (una bella, mi raccomando), ci andrà l’epitaffio. Sperando che me ne venga in mente uno prima di tirar le cuoia.