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Palmipedone #239 —Bambini—

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Generazioni

I bambini che fanno i grandi
io li odio;
quelli compìti
nei loro gilet,
bambini col trench,
bambine col french
sulle unghie.
Finto.
La parlata.
Finta.
Le scarpe
di marca.
Vere.

I bambini “io questo ce l’ho”
“io questo l’ho visto”,
bambini saputi
senza domande,
senza “perché?”,
più esperti di me,
li odio
(anche se,
ad essere onesti,
non è colpa loro
se sono già vecchi).

I bambini devono fare i bambini.

Per diventare grandi
(senza neanche invecchiare)
c’è tutta la vita.

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Palmipedone #238 —Cose che non capisco/1—

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Ci sono cose che non capisco e a cui nessuno dà la minima importanza. E quando faccio una domanda mi rispondono con frasi di circostanza tipo: “[…]Ti fai troppi problemi, non te ne fare più”

[CapaRezza – Cose che non capisco]

La cosa delle prefazioni

Siccome la lettura di Moby Dick mi stava trascinando in un tunnel verticale (mi sa che voi terrestri dite pozzo) di noia e odio nei confronti non tanto delle balene quanto di Melville Herman che sta lì a filosofeggiare anche su la zoologia marina e la baleneria (mestiere schifo) tanto far sembrare il romanzo una specie di antologia filosofico speculativa sui risvolti svolti, volti e divelti dell’umano esistere (e che due palle), allora mi son comprata due libri nuovi scelti uno seguendo lo scriteriato criterio “per autore”, l’altro con la rischiosissima tecnica della rabdomanzia.

Il primo è un libricino (stavolta cartaceo) di Paolo Nori, s’intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, sulla copertina c’è una cosa che l’ho guardata e ho pensato Toh, aLCHEMY (poi ho guardato la cover di aLCHEMY e mi son resa conto che i miei meccanismi di associazione mentale, per dirla elegantemente, seguono dei criteri elastici e piuttosto discutibili) ed è lì che mi implora silenziosamente leggimi leggimi e, ma io resisto perché già lo so che poi lo finisco subito e ci rimango male, perché già lo so che mi piace anche se ho letto solo le prime tre pagine e la terza di copertina dove c’è la vita dell’autore che recita così:

Paolo Nori che è nato a Parma nel 1963 e abita a Casalecchio di Reno, non sa mai cosa scrivere in queste note di copertina dove dovrebbe far finta di non essere lui e fare capire che è bravo, e intelligente, e modesto.

E onesto, direi.
E La meravigliosa utilità del filo a piombo è un libro senza prefazione. Già lo so che mi piace, già lo so.

La tecnica della rabdomanzia, invece, mi aveva condotta dritta dritta dall’ennesimo Murakami però stavolta mi son fermata e ho pensato Fermati Ilaria, vieni da una storia difficile con un libro difficile, una storia finita male fra l’altro, sai già che arrivata a pagina cinquanta, quando cominceranno a nascere cespugli di canguro selvatico avviluppati a pali della luce sottosopra ti chiederai perché perché perché ho comprato un altro Murakami e con veemenza te lo darai sul mignolo del piede per punirti, quindi fermati Ilaria, pensaci bene. Allora ho cambiato scaffale. A volte mi ubbidisco. Il secondo libro che ho comprato è On The Road di Jack Kerouac, nell’edizione “Il rotolo del 1951” cioè quello scritto tra il 2 e il 22 aprile 1951

su una striscia di carta lunga 120 piedi, infilata nella macchina da scrivere e senza paragrafi, fatta srotolare sul pavimento e sembra proprio una strada

Centoventi piedi son circa quarantatrè metri, un palazzo di quattordici piani se ogni piano lo facciamo alto metri tre, ma io di queste cose non ci capisco niente anche se non è questa la cosa che non capisco che volevo dire, questa non la so, se me la spiegano poi magari la capisco. Perché sono brava, e intelligente, e modesta. E non è nemmeno il libro che non capisco. Il libro mi pare proprio bello, una strada di parole che è difficile interromperne la percorrenza perché è tuttadiseguito; il segnalibro non è altro che un confine sfumato tra quello che hai già letto, quello che leggerai e quello che non ti ricordi se l’hai letto già e quindi lo rileggi. Bello. Poi vedremo eh, pure Moby Dick all’inizio pensavo quanta poesia, quanta saggezza.

La cosa che non capisco è questa.
Nel libro ci sono CVI pagine di introduzioni, prefazioni eccetera. Centosei. Loro lo scrivono a numeri romani che sembra di meno. Centosei. Ammesso e non concesso che centosei pagine introduttive ad un romanzo di quarantatrè metri non siano eccessive, andiamo ad analizzarle più da vicino, ma con un esempio.
Mettiamo il caso che io scriva una cosa in cui racconto di alcune persone bizzarre che ho visto durante la mia vacanza e che il succo di questa cosa stia proprio nelle bizzarrìe delle persone bizzarre, raccontate in un crescendo di bizarrìa, partendo dalla famiglia Allegria che quando entravano facevano lo stesso effetto dei dissennatori e arrivando a quella pettinata come la moglie di Frankenstein, già menzionata precedentemente nella cosa che scriverei, senza però specificare questo particolare dei capelli per tenerlo nel finale come effetto sorpresa (non la scrivo poi ‘sta cosa, non temete). Mettiamo il caso che la prefazione a questa cosa che ho scritto io, dopo aver indugiato su particolari curiosi della mia breve esistenza, senza dubbio alcuno utili per la comprensione dell’opera, prosegua così: l’effetto straniamento in seguito alla scoperta che l’acconciatura della signora — è in realtà quella della moglie di Frankenstein eccetera eccetera.
Disappunto.
Qualcuno mi ha detto che le prefazioni vanno lette (casomai) dopo aver letto il libro. Sempre.
Quello che non capisco, allora, è perché non le mettano alla fine dei libri come postfazioni, evitando a me di dover saltare centosei pagine facendomi sentire un’imbrogliona che comincia i libri dalla metà. Fossero alla fine le leggerei anche.
Forse.

Piesse: a proposito di libri che già lo so che mi piacciono, già lo so, è uscito il nuovo libro di Simone Rossi

suonatore di clarini e chitarrini, scrittore e gran brava persona

sia in versione cartacea che in versione elttronica gratuita per Barabba Edizioni (santisubito tutti i Barabbisti). S’intitola croccantissima e se vi ho messo un po’ di curiosità i dettagli li trovate qui.

Palmipedone #237 —Into the Wild (ma non troppo)—

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Guardare la nebbia fuori dalla finestra è un po’ come giocare a un due tre stella: la sbirci ed è ferma, le volti le spalle e silenziosamente avanza o si ritrae. Copre e scopre casupole in bilico sui clivi erbosi, dai balconi fioritissimi e dall’architettura caratteristica che ricorda quella dei disegni infantili: la facciata è un rettangolo, un triangolo il tetto, le finestre sono quadrate, le persiane aperte. Sembrano case giocattolo su declivi giocattolo, pubblicità di uno yogurt magro assemblate con un abile lavoro di photoshop, disegni come quelli di Bert di Mary Poppins, che puoi entrarci dentro e incontrarli, gli abitanti dei paesini giocattolo, e parlarci in una delle loro mille lingue: in tedesco, in ladino, in italiano oppure in un misto delle tre che, alla fine è l’italiano sbagliato dei “faggiolini”, della “passarella”, e del “ha due euro a caso?”. A caso? A caso. Vietato calpestare i prati in ladino si dice Proibì da ciapè te pre. Non calpestare i Palmipedoni si dirà Proibì da ciapè te Pedòn. Forse. In tedesco non ne ho idea.
Le nuvole, poi. Alzi gli occhi e son comparse dal nulla, prima bianche, soffici, zucchero filato. Poi grigiastre, polverina di grafite trascinata sul foglio in percorsi spiraleggianti da pigri polpastrelli sporchi. Si riflettono nei laghetti di alta montagna, nel lago Lagaciò, che sta ad oltre 2000 metri sul livello del mare, è alimentato da sorgenti sotterranee e dentro ci sono i pesci.

Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino a Cen­tral Park South? Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela? […] Voglio dire, vanno a pren­derle con un camion o vattelappesca e le portano via, oppure volano via da sole, verso sud o vattelappesca?
[J. D. Salinger – Il Giovane Holden]

I pesci. Mi sapreste dire come ci sono finiti i pesci a 2000 e passa metri sul livello del mare in un laghetto alimentato da sorgenti sotterranee? Voglio dire, li han portati lì in una boccia o vattelappesca oppure son nati dal nulla, son sgorgati dalla sorgente sotterranea o vattelappesca? Roba da uscirci pazzi.
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Palmipedone #233 —Estremi—

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L’estate non vedi l’ora che arrivi quando è inverno, quando hai freddo fin dentro le ossa e nel letto non riesci a scaldarti i piedi,
quando gli alberi son tutti spogli,
quando guardi il mare, piove ed ogni goccia, toccando la sabbia, crea un piccolo cratere sulla spiaggia che d’inverno è terra di nessuno, solo del mare.
L’estate non vedi l’ora che arrivi perché la tonalità della luce si fa arancione, perché la maglietta che vuoi indossare ed è appena uscita dalla lavatrice si asciuga in dieci minuti, d’estate;
non vedi l’ora per il gelato,
per la frutta buona tanto quanto colorata,
per le serate all’aperto,
perché a San Lorenzo ci son le stelle cadenti.

Ma l’estate d’estate è una roba che non fai in tempo a rendertene conto che già non ne puoi più.

Per il caldo umido che sembra di stare in una sauna,
per le zanzare,
perché camminando sul sentiero sterrato del parco si alza una polvere che ti imbratta fino alla vita
per i suggerimenti anti-afa che danno al tiggì e cioè non uscire nelle ore più calde e bere molta acqua. Io aggiungerei ogni tanto ricordatevi di mangiare e di andare al bagno, evitate cibi pesanti tipo i fagioli con le salsicce, e, qualora vi sentiate gonfi, sappiate che non è il caso che voi indossiate un poncho come l’amica della Marcuzzi.

L’estate d’estate fa schifo.

L’inverno non vedi l’ora che arrivi quando è estate, quando stare cinque minuti al sole dà inizio al processo di liquefazione,
quando non riesci a trovare un angolino del materasso che sia ad una temperatura più bassa di quella del tuo corpo,
quando devi asciugarti i capelli,
quando devi prendere i mezzi pubblici.

Ma l’inverno d’inverno fa schifo.

L’estate non vedi l’ora che arrivi quando è inverno, quando hai freddo fin dentro le ossa e nel letto non riesci a scaldarti i piedi,
quando gli alberi son tutti spogli…

Palmipedone #232 —Estate alternativa—

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Da piccola disegnavo persone solo se costretta, preferendo di gran lunga nature morte composte prevalentemente di castagne, case in campagna in fondo a sentieri costeggiati da cipressi, covoni e staccionate, tetti innevati ed elefanti visti di spalle:

(mi ci sono impegnata, l’ho anche colorato)

A volerle trovare, le persone, si sarebbe potuto immaginarle dentro le case (con le persiane rigorosamente aperte), dietro i covoni e dentro gli elefanti (oppure dentro i covoni e dietro gli elefanti), all’ombra dei cipressi (ombra che, comunque, non ho mai disegnato). Immaginarle, ché comunque nelle mie case io non ci avevo messo nessuno.

Da grande le persone non le ho mai disegnate (quando necessario, sono sempre bastate due, tre forme geometriche; il talento artistico è inutile spremersi come un limone per farlo trasudare dai pori, non funziona. E lo dico perché ci provo di continuo).

Quando da piccola/o disegni le persone, la loro pelle la colori di rosa. Poi cresci, vai in profumeria e trovi solo fondotinta marroni. Quindi credi di esser marrone. Ebbene, quello della pelle marrone è un falso mito (per noi dalla pelle chiara, intendo). Noi studenti che pure ci piace l’aria aperta (a patto che non si rischi di liquefarcisivi) siamo #E3CACD [RGB(227,202,205), cioè così] o di gradazioni simili (io, però, son proprio quella). Diciamo basta alla pelle marrone, all’abbronzatura a tutti i costi. Facciamo un vanto del nostro roseo pallore e rendiamolo parte di una specie di manifesto dell’estate alternativa assieme ad una specie di mini compilation con pezzi vecchi e nuovi,  ricca di genti (italiane) diverse da quelle che si sentono di solito (e non si capisce il perché), ma non necessariamente sconosciute (almeno i Baustelle li conoscono tutti, spero).

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Tracklist

  1. Brunori Sas – Tre capelli sul comò
  2. Baustelle – Colombo
  3. Carpacho! – Niente che non va
  4. Babalot – Panca bestia
  5. I Cani – Velleità

Playlist

Palmipedone #231 —Il cavallo è un tavolo girevole—

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Metafisica significa letteralmente “ciò che va al di là della fisica” (io non ci ho mai capito nulla: trattandosi, secondo me, di una specie di visione sognante delle cose che succedono, ma anche di quelle che non succedono, è difficile comprendere i punti di vista propri, figuriamoci quelli altrui).
Poi c’è la patafisica (che non è mica la scienza della patata eh, zozzoni).

Il termine patafisica, in francese ‘pataphysique, significa duepunti: ciò che è vicino a ciò che è dopo la fisica e, visto che ciò che viene dopo la fisica è la metafisica, la patafisica va oltre la metafisica, pensate che bello. I pilastri della patafisica, dice Wikipedia, sono illustrati nel famoso libro di Alfred Jarry “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico“.

E io l’ho letto.

Il titolo alternativo di questo libro potrebbe essere mistura collosa di metafore audaci e degli AH-AH (anche se poi avrebbe più criterio l’ortografia AA

perché l’aspirazione h non si scriveva affatto nella lingua antica nel mondo)

di una scimmia parlante che ha delle natiche al posto della faccia. Le metafore audaci, molto audaci, sono del tipo

Il cielo si schiuse, il sole fece scoppiare dentro come in una gola il giallo d’uovo d’un prairie-oyster

(rinomato, pare, rimedio antisbornia a base di salsa Worcester, salsa piccante, sale, pepe nero e un tuorlo d’uovo crudo, possibilmente integro, che bontà)

e l’azzurro blu rosso.

Va a finire che la patafisica si riassume in un cambio del punto di vista talmente radicale e fantasioso che le strade sono in realtà dei corsi d’acqua da navigare, non sono i corpi che cadono, ma il vuoto che ascende e il cavallo,

sebbene sia stato dotato dalla natura di quattro piedi forniti di dita, ha acquisito la possibilità di ripudiare un certo numero di quelle dita e di saltellare su quattro unghie solitarie, esagerate e callose, come un mobile scivola su quattro rotelle. Il cavallo è un tavolo girevole.

Ci sono poi tramonti causati da un rospo mostruso

la cui bocca affiora alla superficie dell’Oceano e la cui funzione è di divorare il disco caduto, come la luna mangia le nubi

. Tuttavia, poiché

l’astro transitorio non è per nulla assimilabile

dal suo intestino, immediatamente nell’altro polo il rospo si purga degli escrementi di cui si è lordato.
Il sole è quindi cacca di rospo. Ci avevate mai pensato? No? Per forza, è patafisica.

Le “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico” è una specie di Candido di Voltaire in cui però non si capisce niente come nel poemetto di Carrol sul Ciciarampa o Ciarlestone (traduzione che io preferisco). “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico” è un libro che, preso nella sua interezza, ti manda in brodo di giuggiole se sei matto o almeno metafisico a dei livelli saturati. Altrimenti ad ogni pagina credi di meritare le martellate in testa di Maxwell Edison, il laureando in medicina/assassino seriale della canzone dei Beatles (che faceva schifo a tutti tranne che a Paul McCartney) la cui prima vittima fu appunto una tale Joan, dedita allo studio della patafisica (il legame fra la patafisica e le provette da laboratorio è tutto da provare):

Piesse: Maxwell’s Silver Hammer è la terza traccia del celeberrimo Abbey Road, l’album quello con la foto dei Beatles che attraversano la strada. Foto che (dipende dall’ora in cui cliccate) un po’ tutti si impegnano a riprodurre con grande frustrazione (e pazienza) degli automobilisti inglesi.

Pipiesse: A proposito di assassini seriali, poi, io vi consiglio questa.

Palmipedone #227 —Bravi—

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Siete andati a votare? Bravi. Avete fatto bene per tre motivi.

Il primo motivo è che era vostro diritto barra dovere.

Il secondo è che il Nano Malefico, che continua a tenersi a galla grazie a maldestri colpi di dubbia autoironia sul bunga bunga, ironia peraltro di qualità discutibile al punto che poco ci manca ai livelli del Martellone di Boris, prima o poi affonderà: porre fine alle sue sofferenze riempiendogli di acqua il gommone non è altro se non un atto di carità dovuto dopo tutto quello che lui ha fatto per noi (cioè niente), ma soprattutto per se stesso (cioè anche troppo). Il problema è che il suo gommone è grande.

Il terzo motivo è che (e forse voi non ci avevate mai pensato, io nemmeno ci avevo mai pensato, prima) tutti gli scrutatori che scrutano (fino a farsi uscire gli occhi dalle orbite) le schede di un referendum che poi si rivela non valido per mancato raggiungimento del quorum sono dei potenziali assassini, quindi avete salvato il mondo da una schiera di potenziali assassini. Gli assassini (potenziali) più pericolosi, poi, sarebbero stati gli scrutatori delle sezioni estero. Una degli assassini potenziali più pericolosi sarei stata io.

Gli scrutatori della sezione estero fanno in un giorno tutto quello che gli scrutatori delle sezioni normali fanno in due giorni. Che poi non lo so. Non sono mai stata una scrutatrice normale. Primo perché non sono normale. Il secondo non c’è. Una mole di burocrazia infinta. Avete presente quando entrate nel seggio e c’è la divisione sessista fra uomini e donne perché ci sono due elenchi e devono spuntare il vostro nome sull’elenco? Ora tenete presente quanto ci mettono considerando la lunghezza degli elenchi e tutto il resto. Gli elenchi degli italiani all’estero sono delle bibbie in formato A3, maschi e femmine insieme, il consolato di New York erano cinque bibbie con 60000 nomi dentro, in lettere sessantamila, dei quali dovevamo spuntarne 650, in lettere seicentocinquanta, distribuiti al loro interno, individuando costoro grazie al rispettivo numero identificativo di sei cifre trovato sul tagliandino incluso nelle buste individuali provenienti dal consolato. Dice, ma i numeri erano consecutivi? No. Dice, ma almeno erano già ordinati? No. Dice ma i tagliandini c’erano sempre? No. Poi nella busta c’era un altra busta, con le schede dentro. Quattro schede per 650 votanti. 2600 schede. In lettere duemilaseicento. Tutte da timbrare e siglare. Anche quelle annullate prima dello scrutinio per assenza di relativo tagliandino o presenza dello stesso nella busta dove dovevano andare le schede (lì sigillato ermeticamente, e le schede fuori, a sguazzare nella busta del consolato, ma cosa vi dice il cervello). Dice, ma almeno le schede erano piegate bene, con la zona destinata al timbro verso l’esterno? NO. Dice, ma l’hanno capito gli italiani residenti all’estero (e sottolineo all’estero, dove certe cose sono amplificate verso le frequenze dell’assurdohertz) che per dire NO al legittimo impedimento bisognava votare SÌ? Secondo me no. Sorvolando sui 300, scritto in lettere trecento, verbali tutti uguali, viene il momento delle buste ovvero duepunti: le schede annullate prima dello scrutinio (foto) vanno nella busta 3B (foto) [e lì capisci il perché della carta da pacchi], una delle buste 6 (non bis, né A, B, C) grande più o meno quanto il Molise porta la dicitura Verbale delle operazioni di scrutinio però di lato c’è scritto attenzione in questa busta non va inserito il Verbale. E dici allora perché ce ne ho 300 copie? Non si sa, forse qualcuna era in più. Forse.

C’è questa strana convinzione, in Italia, che con la burocrazia sia meglio abbondare. C’è questa poca consapevolezza, in Italia, che, con il mancato raggiungimento del quorum, il rischio maggiore sia quello di sguinzagliare una mandria di assassini potenzialmente molto violenti, con il braccio allenato da 2600 timbrature consecutive e perciò propenso alla coltellata. Stavolta vi siete salvati.

BRAVI.