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Palmipedone #238 —Cose che non capisco/1—

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Ci sono cose che non capisco e a cui nessuno dà la minima importanza. E quando faccio una domanda mi rispondono con frasi di circostanza tipo: “[…]Ti fai troppi problemi, non te ne fare più”

[CapaRezza – Cose che non capisco]

La cosa delle prefazioni

Siccome la lettura di Moby Dick mi stava trascinando in un tunnel verticale (mi sa che voi terrestri dite pozzo) di noia e odio nei confronti non tanto delle balene quanto di Melville Herman che sta lì a filosofeggiare anche su la zoologia marina e la baleneria (mestiere schifo) tanto far sembrare il romanzo una specie di antologia filosofico speculativa sui risvolti svolti, volti e divelti dell’umano esistere (e che due palle), allora mi son comprata due libri nuovi scelti uno seguendo lo scriteriato criterio “per autore”, l’altro con la rischiosissima tecnica della rabdomanzia.

Il primo è un libricino (stavolta cartaceo) di Paolo Nori, s’intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, sulla copertina c’è una cosa che l’ho guardata e ho pensato Toh, aLCHEMY (poi ho guardato la cover di aLCHEMY e mi son resa conto che i miei meccanismi di associazione mentale, per dirla elegantemente, seguono dei criteri elastici e piuttosto discutibili) ed è lì che mi implora silenziosamente leggimi leggimi e, ma io resisto perché già lo so che poi lo finisco subito e ci rimango male, perché già lo so che mi piace anche se ho letto solo le prime tre pagine e la terza di copertina dove c’è la vita dell’autore che recita così:

Paolo Nori che è nato a Parma nel 1963 e abita a Casalecchio di Reno, non sa mai cosa scrivere in queste note di copertina dove dovrebbe far finta di non essere lui e fare capire che è bravo, e intelligente, e modesto.

E onesto, direi.
E La meravigliosa utilità del filo a piombo è un libro senza prefazione. Già lo so che mi piace, già lo so.

La tecnica della rabdomanzia, invece, mi aveva condotta dritta dritta dall’ennesimo Murakami però stavolta mi son fermata e ho pensato Fermati Ilaria, vieni da una storia difficile con un libro difficile, una storia finita male fra l’altro, sai già che arrivata a pagina cinquanta, quando cominceranno a nascere cespugli di canguro selvatico avviluppati a pali della luce sottosopra ti chiederai perché perché perché ho comprato un altro Murakami e con veemenza te lo darai sul mignolo del piede per punirti, quindi fermati Ilaria, pensaci bene. Allora ho cambiato scaffale. A volte mi ubbidisco. Il secondo libro che ho comprato è On The Road di Jack Kerouac, nell’edizione “Il rotolo del 1951” cioè quello scritto tra il 2 e il 22 aprile 1951

su una striscia di carta lunga 120 piedi, infilata nella macchina da scrivere e senza paragrafi, fatta srotolare sul pavimento e sembra proprio una strada

Centoventi piedi son circa quarantatrè metri, un palazzo di quattordici piani se ogni piano lo facciamo alto metri tre, ma io di queste cose non ci capisco niente anche se non è questa la cosa che non capisco che volevo dire, questa non la so, se me la spiegano poi magari la capisco. Perché sono brava, e intelligente, e modesta. E non è nemmeno il libro che non capisco. Il libro mi pare proprio bello, una strada di parole che è difficile interromperne la percorrenza perché è tuttadiseguito; il segnalibro non è altro che un confine sfumato tra quello che hai già letto, quello che leggerai e quello che non ti ricordi se l’hai letto già e quindi lo rileggi. Bello. Poi vedremo eh, pure Moby Dick all’inizio pensavo quanta poesia, quanta saggezza.

La cosa che non capisco è questa.
Nel libro ci sono CVI pagine di introduzioni, prefazioni eccetera. Centosei. Loro lo scrivono a numeri romani che sembra di meno. Centosei. Ammesso e non concesso che centosei pagine introduttive ad un romanzo di quarantatrè metri non siano eccessive, andiamo ad analizzarle più da vicino, ma con un esempio.
Mettiamo il caso che io scriva una cosa in cui racconto di alcune persone bizzarre che ho visto durante la mia vacanza e che il succo di questa cosa stia proprio nelle bizzarrìe delle persone bizzarre, raccontate in un crescendo di bizarrìa, partendo dalla famiglia Allegria che quando entravano facevano lo stesso effetto dei dissennatori e arrivando a quella pettinata come la moglie di Frankenstein, già menzionata precedentemente nella cosa che scriverei, senza però specificare questo particolare dei capelli per tenerlo nel finale come effetto sorpresa (non la scrivo poi ‘sta cosa, non temete). Mettiamo il caso che la prefazione a questa cosa che ho scritto io, dopo aver indugiato su particolari curiosi della mia breve esistenza, senza dubbio alcuno utili per la comprensione dell’opera, prosegua così: l’effetto straniamento in seguito alla scoperta che l’acconciatura della signora — è in realtà quella della moglie di Frankenstein eccetera eccetera.
Disappunto.
Qualcuno mi ha detto che le prefazioni vanno lette (casomai) dopo aver letto il libro. Sempre.
Quello che non capisco, allora, è perché non le mettano alla fine dei libri come postfazioni, evitando a me di dover saltare centosei pagine facendomi sentire un’imbrogliona che comincia i libri dalla metà. Fossero alla fine le leggerei anche.
Forse.

Piesse: a proposito di libri che già lo so che mi piacciono, già lo so, è uscito il nuovo libro di Simone Rossi

suonatore di clarini e chitarrini, scrittore e gran brava persona

sia in versione cartacea che in versione elttronica gratuita per Barabba Edizioni (santisubito tutti i Barabbisti). S’intitola croccantissima e se vi ho messo un po’ di curiosità i dettagli li trovate qui.

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Palmipedone #234 —La matematica è scolpita nel granito—

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Paolo Nori, che è nato a Parma nel 1963 e abita a Casalecchio di Reno, scrive dei libri

Ma non solo.
Paolo Nori è uno che lo chiamano sempre a scrivere i diari dei Festival, a buttar giù, cioè, una specie di resoconto di quello che è successo durante la giornata della manifestazione in questione.
Ma non solo.
Perché Paolo Nori è uno che quando scrive i diari dei Festival, dentro ci infila anche tantissime altre cose, alcune talmente strane che non sai mai se son vere o se son inventate di sana pianta, tipo tutte quelle citazioni di genti russe (ché Paolo Nori è laureato in letteratura Russa), per esempio quelle di un tale Vladimir Šinkarev il quale, dice Nori,

ha scritto un libro che si chiama Maksim e Fedor che una frase di quel libro lì è questa: «Quando penso che la birra è fatta di atomi, mi passa la voglia di bere»

A cercarlo su Google, Vladimir Šinkarev, vien fuori quasi tutta roba di Paolo Nori, ci son più io, su Google, che Vladimir Šinkarev e io una cosa così giusta come quella sulla birra non l’ho mai detta. E forse manco lui, ammesso che esista al di fuori dei diari che Paolo Nori scrive.
Ma non solo.
Paolo Nori, i diari dei festival, dopo averli scritti, li legge anche ai festival, alla sera, alla fine. Ed è un piacere, così come leggerlo, ascoltarlo parlare di cose del festival che manco ci sei stato, magari, e di tutte quelle cose strane che non sai mai se sono vere o inventate di sana pianta (come se avesse importanza saperlo, poi) che lui ci infila dentro, ai diari scritti che poi li legge in piazza ai festival, alla sera, alla fine. È un piacere ascoltarlo anche per un tempo maggiore ai dodici minuti, che è la mia soglia massima di attenzione, dopodiché, se non sai parlare in un certo modo, Ilaria te la perdi (e once lost, is lost forever); Paolo Nori lo ascolto piacevolmente anche per mezz’ora, davvero.

Seneghe (che si legge sèneghe con l’accento di cioè sulla prima e) è un paese sardo di duemila anime e

il mare è a quindici minuti di macchina, e la montagna è a quindici minuti di macchina.

Il mare è quello dall’altro lato, quello sempre nostrum, ma meno nostrum e più della Spagna, le montagne son quelle della Sardegna, questo era ovvio. A Seneghe, tutti gli anni a partire dal duemilacinque, il primo fine settimana di settembre si tiene un festival che si chiama Cabudanne de sos poetas che non so cosa significhi Cabudanne, ma di sicuro è un festival sulla, della, per la poesia. E il diarista ufficiale del festival è stato/sarà (?) Paolo Nori, mica ho cominciato per caso a parlare di Seneghe. Seneghe è un paese strano

a una cert’ora, alle dieci di sera in punto, tutti gli specchi del circondario vengono alzati al di sopra del livello delle bocche, che si riesce solo a vedersi i baffi stando in punta di piedi

e strano per via dello scarso campanilismo, cioè lo scarso attaccamento al campanile al punto che sopra

ci era cresciuta l’erba campanilina che, come lei sa, piace molto agli asini, allora noi cosa abbiamo fatto, abbiamo preso delle carrucole, abbiamo issato gli asini sul campanile.

Che poi chissà se è vero o è una cosa inventata di sana pianta, come se avesse importanza, poi.

Seneghe esiste davvero, il festival di Cabudanne de sos poetas pure; a testimonianza ci sono le foto ed i diari degli ultimi cinque anni. I diari sono diventati un libro di carta oppure un e-book e sono bellissimi nonostante all’inzio ti venga da pensare Ma è uno scherzo? per come sono scritti, un po’ così come viene, sembra. Il libro s’intitola La matematica è scolpita nel granito e sono i cinque euri spesi meglio del 2011. Giuro. Le fotografie si trovano in giro sul web, a voler cercare un po’; io ho trovato questo set in cui ci sono Paolo Nori in persona, l’installazione sul tetto che

quella cosa lì che c’è lì, sopra il tetto, che a me, non so a voi, a me sembra come se a Seneghe fosse passato Chagall

e il cartello

«Preferisco il ridicolo di scrivere poesie / al ridicolo di non scriverne», e intorno dei gladioli. Se son poi dei gladioli, comunque sono dei fiori.

No, Nori, quelle son calle.


_________
Note:
– L’incorporamento del set fotografico nel post, secondo me, funziona solo qui sul blog (né sul Reader né nei post via e-mail): nel caso, potete guardare le foto direttamente qui.
La Matematica è scolpita nel granito si acquista qui alla modica cifra di 4.90 euro che più o meno il costo di due coni gelato medi. E non fa ingrassare.
– Paolo Nori che legge diari (ma non solo) si può ascoltare di qua.

Palmipedone #231 —Il cavallo è un tavolo girevole—

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Metafisica significa letteralmente “ciò che va al di là della fisica” (io non ci ho mai capito nulla: trattandosi, secondo me, di una specie di visione sognante delle cose che succedono, ma anche di quelle che non succedono, è difficile comprendere i punti di vista propri, figuriamoci quelli altrui).
Poi c’è la patafisica (che non è mica la scienza della patata eh, zozzoni).

Il termine patafisica, in francese ‘pataphysique, significa duepunti: ciò che è vicino a ciò che è dopo la fisica e, visto che ciò che viene dopo la fisica è la metafisica, la patafisica va oltre la metafisica, pensate che bello. I pilastri della patafisica, dice Wikipedia, sono illustrati nel famoso libro di Alfred Jarry “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico“.

E io l’ho letto.

Il titolo alternativo di questo libro potrebbe essere mistura collosa di metafore audaci e degli AH-AH (anche se poi avrebbe più criterio l’ortografia AA

perché l’aspirazione h non si scriveva affatto nella lingua antica nel mondo)

di una scimmia parlante che ha delle natiche al posto della faccia. Le metafore audaci, molto audaci, sono del tipo

Il cielo si schiuse, il sole fece scoppiare dentro come in una gola il giallo d’uovo d’un prairie-oyster

(rinomato, pare, rimedio antisbornia a base di salsa Worcester, salsa piccante, sale, pepe nero e un tuorlo d’uovo crudo, possibilmente integro, che bontà)

e l’azzurro blu rosso.

Va a finire che la patafisica si riassume in un cambio del punto di vista talmente radicale e fantasioso che le strade sono in realtà dei corsi d’acqua da navigare, non sono i corpi che cadono, ma il vuoto che ascende e il cavallo,

sebbene sia stato dotato dalla natura di quattro piedi forniti di dita, ha acquisito la possibilità di ripudiare un certo numero di quelle dita e di saltellare su quattro unghie solitarie, esagerate e callose, come un mobile scivola su quattro rotelle. Il cavallo è un tavolo girevole.

Ci sono poi tramonti causati da un rospo mostruso

la cui bocca affiora alla superficie dell’Oceano e la cui funzione è di divorare il disco caduto, come la luna mangia le nubi

. Tuttavia, poiché

l’astro transitorio non è per nulla assimilabile

dal suo intestino, immediatamente nell’altro polo il rospo si purga degli escrementi di cui si è lordato.
Il sole è quindi cacca di rospo. Ci avevate mai pensato? No? Per forza, è patafisica.

Le “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico” è una specie di Candido di Voltaire in cui però non si capisce niente come nel poemetto di Carrol sul Ciciarampa o Ciarlestone (traduzione che io preferisco). “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico” è un libro che, preso nella sua interezza, ti manda in brodo di giuggiole se sei matto o almeno metafisico a dei livelli saturati. Altrimenti ad ogni pagina credi di meritare le martellate in testa di Maxwell Edison, il laureando in medicina/assassino seriale della canzone dei Beatles (che faceva schifo a tutti tranne che a Paul McCartney) la cui prima vittima fu appunto una tale Joan, dedita allo studio della patafisica (il legame fra la patafisica e le provette da laboratorio è tutto da provare):

Piesse: Maxwell’s Silver Hammer è la terza traccia del celeberrimo Abbey Road, l’album quello con la foto dei Beatles che attraversano la strada. Foto che (dipende dall’ora in cui cliccate) un po’ tutti si impegnano a riprodurre con grande frustrazione (e pazienza) degli automobilisti inglesi.

Pipiesse: A proposito di assassini seriali, poi, io vi consiglio questa.

Palmipedone #216 —Acciderbolina—

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(Via Bookshelf Porn, un tumblr che io ci vado a nozze)

Io ho una vera e propria passione per le librerie, specialmente per quelle piene e per quelle degli altri: mi piace guardare i libri che dormono sugli scaffali, scovare quelli che conosco, scoprire i criteri con i quali sono disposti o la loro totale assenza. Mi piacciono quelle di legno e che del legno hanno ancora il colore, quelle coi pannelli sul retro, quelle che, invece di grandi e spaziosi scaffali, hanno piccoli scomparti quadrati concepiti a misura di libro che comunque non è mai una misura standard (e per fortuna, perché i gradini fra un libro e l’altro, pure quelli, mi piacciono e le costine di colori vivaci, tutte diverse); mi piacciono le librerie che partono dal pavimento ed arrivano fino al soffitto, quelle in mezzo alle quali si aprono porte, finestre, cabine armadio, passaggi segreti, Stargate, camini per viaggiare con la Metro Polvere, specchi che si attraversano e di là ci trovi il Jabberwocky.

Io non ce l’ho una libreria così: la mia non parte dal pavimento, non arriva al soffitto, sullo sfondo si vede la parete che di certo non è di legno, i ripiani sono quadrati sì, ma ampi e profondi, i libri sono in doppia, terza fila, e in orizzontale sopra gli altri, anche. Quindi la mia passione trova il suo sbocco prevalentemente nell’osservazione delle librerie degli altri.

Ieri in tivvù c’erano Fazio e Camilleri a casa di Camilleri che parlavano di qualcosa che non so cosa fosse perché in quel momento io guardavo la libreria alle spalle di Camilleri, e l’ho fatto fino a quando non è comparso improvvisamente un terzo conversante, cioè il signor Sellerio, che alle spalle aveva una porta o qualcosa del genere, non una libreria, allora ho cominciato ad interessarmi a ciò che andavano dicendo e cioè che la Sellerio ha già altri quattro libri di Montalbano già pronti e io allora ho pensato acciderbolina, che a dir la verità non è stato proprio acciderbolina, ma a volte è bene parafrasare, insomma ho pensato acciderbolina, altri quattro? Voglio dire, nella libreria di cui sopra, di Camilleri di libri ci sono già ventuno, più quattro fa venticinque, ho pensato acciderbolina, come si fa a scrivere 25 libri senza mai ripetersi, io mi ripeto di continuo, nel corso di giorni, a volte nel corso di ore, figuriamoci nel corso di 25 libri, e allora ho pensato acciderbolina, forse è anche questo che rende grande uno scrittore, la capacità di non ripetersi mai, non tanto nella storia che fa da filo conduttore al racconto, ma nei particolari, nel contorno, nel condimento che a mio parere è quello nel quale si tende a raccontarsi più che altrove e quindi, poiché (nonostante gli sforzi) si è sempre gli stessi, a dire sempre le stesse cose. Acciderbolina, ho pensato, forse è questo a rendere grande uno scrittore.

O forse è la sua libreria: quella di Camilleri era proprio bella.

Palmipedone #209 —Un post (troppo) lungo—

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Però l’ho diviso in sezioni.

[Premessa:

La mia prolungata assenza non ha una spiegazione vera e propria.
È che io c’ho questo grande, grandissimo limite, sono monotasking, e lentissima per giunta, per cui la mia dedizione nel compiere attività che altri riuscirebbero persino a conciliare con il salto a corda è  esclusiva (nel senso che ne esclude altre) e totale. E duratura nel tempo e nello spazio. Se sono concentrata vivo in una vera e propria bolla e ciò mi permette di leggere e studiare anche in ambienti non troppo silenziosi, impedisce alle persone che mi circondano di ottenere delle risposte sensate a domande poste di sfuggita (la risposta standard  in automatico è non lo so) e, in un certo senso, rende le mie giornate poco produttive in termini di quantità. L’aver inserito delle “nuove” attività nella mia routine quotidiana ne ha scalzate delle altre, tra cui quella della scrittura che richiede un tempo molto superiore a quello che occorre semplicemente per pigiare i tasti (sì, i deliri che scrivo li penso pure, prima, e a lungo).]

La rabdomante di libri

In libreria c’ero entrata per comprare Dance Dance Dance, che è un libro di Haruki Murakami, lo stesso scrittore di quel Norwegian Wood che tanto mi era piaciuto: doveva essere un acquisto quasi a colpo sicuro per questo motivo (di lei mi fido). Epperò quando entro in una libreria succede sempre la stessa cosa, cioè che comincio a vagare alla ricerca del libro in questione (perché più la libreria è grande più è bella la caccia al tesoro), lo trovo, lo prendo, lo giro, leggo la quarta di copertina, prendo quello di fianco, leggo la quarta di copertina, se sono in compagnia chiedo
–  secondo te qual è meglio, questo o quest’altro?
–  secondo me questo
e allora prendo quell’altro oppure prendo direttamente quell’altro senza interpellare nessuno. Ero entrata per Dance Dance Dance e ho comprato Kafka sulla spiaggia, stesso autore, qualche pagina in più, guidata sostanzialmente dal caso o, per chi ci crede (io mica tanto), da vibrazioni emanate dal libro e definitivamente convinta dal fatto che uno dei protagonisti sia un vecchio che parla con i gatti, io pure parlo con i gatti. E li insulto.

Kafka sulla spiaggia

Kafka sulla spiaggia è un libro strano ai limiti dell’inquietante, popolato di personaggi usciti direttamente dai loghi delle bottiglie di Whisky o delle catene di fast food, un romanzo in cui piovono pesci e sanguisughe (e la notte prima di leggere della pioggia ittica avevo sognato una pioggia di uccelli morti e di polli arrosto esplosivi causata da bombe chimiche dell’URSS detonate nella stratosfera, la coincidenza mi ha fatto un po’ paura), in cui, e non ho capito se questa sia una caratteristica della letteratura giapponese in generale (perché l’ho notata anche in Norwegian Wood), il sesso è come leggerlo sulle istruzioni di montaggio di una cassettiera IKEA, diciamo una cassettiera disinibita, la donna è contemporaneamente colta musa ed escort, niente ha senso, però non riesci a smettere di leggere. Kafka sulla spiaggia è un libro allo stesso tempo bellissimo e orribile, bellissimo mentre lo leggi, orribile quando cerchi di trovargli un senso, bellissimo di nuovo quando smetti di pensarci, orribile quando trovi passaggi tipo

– Dica un po’, non vuole fare la cacca?
– In effetti ,ora che ci penso, sì, ne avrei giusto voglia.
– Allora vada, il gabinetto è lì.
– E lei, signor Hoshino, non deve andare?
– Io la farò dopo con calma, vada prima lei.
– Va bene, grazie, allora Nakata andrà per primo a fare la cacca.

Oppure ancora

Tornato in casa, mi asciugo con cura. Siedo sul letto e mi guardo il pene. Ha un aspetto sano e roseo. Il glande, che solo da poco esce completamente dal prepuzio, battuto dalla pioggia, fa ancora un po’ male.

(Esplorando il corpo umano / quante cose che impariamo)
Se non si considerano tali passaggi che tendo ad attribuire alle differenze socio-psico-fisico-culturali il libro è bellissimo perché è terribilmente senza senso come i miei sogni, è una specie di tana del bianconiglio in cui non si cade solo verso  il basso, ma anche verso destra, sinistra, e a volte verso l’alto (però lo devo ancora finire, mi riservo la possibilità di cambiare radicalmente idea).

Ancora sul Giappone

Siccome il libro non era abbastanza ho visto pure Norwegian Wood, il film, in giapponese con sottotitoli in inglese. E, come quasi sempre mi accade quando guardo la trasposizione cinematografica di un libro che ho letto (e mi è piaciuto), ho avuto come l’impressione che il film fosse una raccolta d’immagini suggestive per accompagnare il libro. Poco altro. E poi c’è sempre quel maledetto problema della donna un po’ musa un po’ escort che mi lascia perplessa, ma forse sono io. Voto 6.

Per il resto

È arrivata di colpo la primavera, forse è già qualcosa in più che primavera,
sono tornata a correre,
ho la stessa quantità di fiato del lupo de La spada nella roccia
e ho imparato a fare il nodo alle cravatte (le cravatte a pois possono essere indossate solo in presenza di tende a pois):

Palmipedone #200 —Di Texas, Sanremo e Strategismo—

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Chili si scrive come i chili però si pronuncia diverso. E nonostante sia un piatto tipico della cucina tex-mex ne vanno pazzi solo i texani. I messicani no. E in quello vero non ci vanno i fagioli. A proposito di Texas, poi, ho scoperto che howdy è il tipico ciao Texano, che se vai in Texas e non senti almeno un howdy allora devi essere sordo.

Poi.

Erano giorni che avevo in testa l’idea di compiere una specie di analisi a fini statistici sui testi delle canzoni di Sanremo, convinta che la parola più ripetuta sarebbe stata AMORE, ché Sanremo è il trionfo del sentimentalismo struggente

Bisogna sempre per forza parlare d’amore? [*]

A Sanremo sì, e infatti

Creato su Wordle.net

Scontato.
Amore, sole, cuore, mare, voglio, vita, cielo, sogno, chiamami, Amanda. Amanda: a me fa sempre venire in mente una citazione da un film di e con Pina Sinalefe:

Che cazzo dici, Amanda?[**]

E, grazie a questo esplicito richiamo cinematografico Albano è arrivato terzo. Grazie a questo ed in minima parte anche grazie all’entrata trionfale sulle note di (I Can’t Get No) Satisfaction che con Albano ci azzecca quanto il signoraggio bancario con lo strategismo sentimentale, quanto l’amore col sistema economico che mai vi sareste pensati fossero collegati e invece.

Indice de “Il Labirinto Femminile”

Purtroppo le pagine in questione non sono comprese nell’anteprima,
purtroppo dell’anteprima non sono riuscita ad andare oltre pagina nove perché de Il Labirinto Femminile è orrenda anche l’impaginazione, la scelta del font, il colore del font,
roba che devono essersi impegnati perché manco la formattazione predefinita di Word è così brutta,
roba che ti vien voglia di scrivere alla casa editrice chiocciola hotmail, giuro, chiocciola hotmail,


e magari chiedere pure come si fa a pubblicare un’indecenza di tali dimensioni, scritta (male) in un italiano forzatamente vecchio nel vano tentativo di innalzare a livello letterario bassezze del genere ‘na birra e quattro chiacchiere fra uomini:

in non so quanto tempo trascorso sprofondando nell’immaginazione di indurti con l’evidenza della mia dedizione all’amoroso assoggettamento simbolico del lasciare che ti prendessi da dietro usando la pazienza e le parole più affettuosamente prive di ritegno per renderti cedevole al punto da non potermene più dimenticare (pag 9).

Uso più punteggiatura io. Il che è tutto dire.

Palmipedone #196 —Nubi di ieri sul nostro domani odierno *—

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Nel 1996 avevo nove anni. Oppure otto e qualcosa, dipende dal mese. Nel 1996 lessi, tutto d’un fiato, il mio primo libro da grande, da bambina grande, un libro senza figure, un libro di duecentottanta pagine, duecentottanta pagine di parole e niente altro perché arriva un momento in cui, per immaginarsi la principessa nella torre, non si sente più il bisogno del disegno della principessa. E della torre anche. Il mio primo libro di duecentottanta pagine che, per la cronaca, s’intitolava Polissena del porcello, appartiene a tutta una serie di ricordi di prime esperienze, di inizi di quelle che poi, nel corso degli anni a venire, sono diventate abitudini, io sono una abbastanza abitudinaria

leggo la targhetta sopra l’ascensore: qual è la capienza, quanti chili porta, poi si apre la porta e non lo so già più *.

Poi siccome mi piacciono i numeri faccio il calcolo di quante me starebbero nell’ascensore ed è una delle poche occasioni in cui il detto più siamo meglio siamo risulta per me applicabile. L’altra mia abitudine, dopo i libri, è il caffè.

Il mio primo caffè, vero caffè con la caffeina e tutto il resto, bevuto puro, non riesco a datarlo in maniera precisa come per il libro (per il quale indubbiamente aiuta la data della stampa), ma risale presumibilmente agli stessi anni. Il mio primo caffè lo bevvi da mia zia. Che poi sarebbe in realtà una specie di zia di secondo grado perché non è la mia, di zia, è la zia di mio padre, la sorella della madre di mio padre, la sorella di mia nonna, non mia zia. Ed già è tanto che esista un termine per chiamarla, un generico zia, mica come i cugini di mia madre i cui figli sono a loro volta miei cugini di secondo grado, ma i cui genitori non sono mica i miei zii di secondo grado, sono i cugini di mia madre, qualcuno dovrebbe occuparsi di riorganizzare le denominazioni associate al parentame per evitare tutti questi giri di parole noiosi.

La casa di mia zia era (ed è) costituita da un paio di stanze ed un cucinino, il tutto ricavato in un’ala di un ex mulino diviso fra tre sorelle, il telefono in comune nel corridoio congiungente la cucina di mia nonna al cucinino della zia del caffè e ancora al bagno della terza zia, la zia dello Scarabeo. Che io mi ricordi, non sono mai entrata dalla porta d’ingresso a casa di mia zia dello Scarabeo, sono sempre passata per la porticina nel bagno, una specie di passaggio segreto verso un paradiso luminosissimo di maioliche azzurre. La zia dello Scarabeo, milanese d’adozione, aveva due occhi pieni di vita resi minuscoli da un paio d’occhiali spessissimi, tipo la moglie di Montale, “Mosca”. Mi chiamava Lilaria, che è come dire l’Ilaria, ma senza l’apostrofo. Giocavamo a Scarabeo, zia Lalla e Lilaria, un trionfo di elle, un trionfo di bisillabi inventati, di sigle di città inesistenti, senza clessidra e senza punteggio, lettere scomode liberamente scambiabili. L’altra mia zia, invece, quella del caffè, mi ha insegnato tutti i solitari del mondo, mi ha offerto caramelle ripiene che non ne ho più trovate di uguali e per me, l’ospite, una specie di vip in quell’ex mulino disseminato di passaggi segreti dietro armadi e librerie, solo per me preparava il caffè. Giocavamo a carte e poi mi preparava il caffè. E mi faceva sentire grande.

E pure quello, il comportarsi da grande, alla fine è diventata un’abitudine.
Sull’esserlo ci sto ancora svogliatamente lavorando.

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[*]