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Palmipedone #223 —Raphanus sativus*—

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[Sperando di non urtare la vostra sensibilità religiosa]

Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l’Uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’Uomo divenne un essere vivente.

Allora Dio disse all’Uomo: Uomo, lavora il suolo e fa’ salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo.
E l’Uomo disse a Dio: ciao Dio, grazie per avermi creato e tutto il resto, ma io di braccia ce ne ho due, e, con tutta la buona volontà, non ce la faccio a fare tutto da solo quindi o mi mandi della manodopera oppure t’accontenti di una coltivazione di ravanelli in vaso.
Dio disse all’Uomo: i ravanelli mi fanno schifo.
L’Uomo disse a Dio: peggio per te.
Dio sbuffò, sollevò della terra e plasmò controvoglia dei maschi dall’aria poco sveglia.
L’Uomo disse a Dio: sembrano un po’ scemi.
Dio disse all’Uomo: Uomo, tieni a freno la tua impudenza.
L’Uomo tacque perché in fondo un po’ di paura di Dio ce l’aveva.

Passarono i mesi; l’Uomo e i maschi lavoravano sodo, coltivavano ogni sorta di frutta e verdura, allevavano il bestiame, giocavano a calcio con le arance. L’Uomo però era triste. Tutte le sere, seduto sotto un ulivo nodoso, intonava All By Myself e affogava la propria tristezza nel sidro. Dio, che scemo non era e, essendo Dio, conosceva tutte le lingue del mondo e Eric Carmen, capì che la sua creatura si sentiva sola.

Allora il Signore fece scendere un torpore sull’Uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’Uomo, una Donna e la condusse all’Uomo.

Gli disse: Uomo, tieni, facci quello che vuoi, ma per favore smettila di cantare ché sei una campana.
L’uomo disse, Signore, cos’è una campana?
Allora il Signore Iddio alzò gli occhi (non al cielo, ma più su), fece scendere di nuovo un torpore sull’Uomo e si dileguò. Dopo qualche ora l’uomo si svegliò intorpidito. Quando i maschi si accorsero che l’Uomo aveva una compagna e loro no, incorciarono le braccia in quello che viene ricordato come uno dei più grandi scioperi della storia: le pecore non venivano tosate, le vacche non venivano munte, le uve marcivano sui tralci, i ravanelli rinsecchivano nella terra. Alcuni morirono di fame. Dio vide tutto questo, dagli scheletri al suolo raccolse un mucchio di costole e da esse creò malvolentieri un mucchio di femmine.
La Donna disse a Dio: sembrano un po’ sceme.
Dio disse alla Donna: eri costola e se non taci costola ritornerai.
La Donna tacque perché in fondo un po’ di paura di Dio ce l’aveva.

E così viveano in armonia, l’Uomo e la Donna, i maschi e le femmine, ognuno a modo proprio, tutti in pace sulla terra. Finché arrivò il serpente, che era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore. E probabilmente anche la più viscida. Egli disse alla Donna: assaggia questo frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male e potrai distinguere il bene dal male. La Donna chiamò le femmine e i maschi che erano a portata di voce invitandoli ad assaggiare il frutto, ma essi erano troppo impegnati a tirarsi dei fichi come se fossero state palle di neve.
Solo l’Uomo accorse.
Entrambi ne mangiarono.
Dio si arrabbiò con tutti, molti erano ancora intenti a tirarsi fichi e non se ne accorsero.

Il resto della storia è noto. Vale la pena di sottolineare che l’Uomo e la Donna diedero origine ad una discendenza piena di rimorsi di coscienza, di persone che prima di compiere qualsiasi azione considerano tutte le possibili conseguenze e le eventuali ingerenze nella vita altrui. Gli altri diedero origine a quelli che obbligano un intero autobus a sorbirsi la musica truzza che fuoriesce dagli altoparlanti gracchianti dei loro cellulari. L’asimmetria iniziale risulta oggi più che mai accentuata poiché la selezione naturale Darwiniana è un filtro insufficiente.
Bisognerà ammazzarli.

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Palmipedone #175 —Allora pure io—

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È che io avevo bisogno di riposarmi, di rilassarmi, di non fare, di non pensare, di trascorrere una settimana lontano dai problemi reali o fittizi e allora avevo scelto una vacanza all inclusive in un villaggio, dove il più grande disagio che potevi incontrare era quello di dover riempire di nuovo la brocca dell’acqua durante il pranzo o la cena e, magari, fare un po’ di fila davanti al dispenser, oppure quello di dover gentilmente declinare l’invito a giocare a freccette, una, due, tre volte, eccolo di nuovo, facciamo finta di dormire ronf ronf l’amica tua dorme? Eh sì. Ma dorme sempre? Eh sì (sai com’è sto in vacanza apposta, per ritrovare oniricamente me stessa sciò, pussavia). Che io ci stavo veramente per ritrovare me stessa attraverso il contatto silenzioso con la natura, con il mondo inteso come insieme di persone che non per forza deve interagire con te, ma, comportandosi, diventa materia di studio, oggetto di attenta osservazione, io sono un’ottima osservatrice (che se fossi anche un minimo furba avrei già conquistato il mondo) e se lo unite al fatto che sono donna alla fine succede che molte cose le so anche se voi vi pensate che no, ma non perché sono cose segrete, semplicemente perché non me le avete mai dette e io non ve le ho mai chieste, ecco, io molte cose non le chiedo perché non mi serve. Poi succede pure che mi sbaglio. Ma sono più le volte che voi credete sia sbagliato che quelle che è sbagliato veramente. Modestamente parlando.

Quindi. Io me ne stavo in vacanza in un villaggio per oziare, letteralmente oziare, costituendo un importante contributo per la bassissima percentuale di villagisti (se escludiamo le famiglie con bambini e le coppie puccipucci) il cui scopo primario non fosse l’accoppiamento lampo, un due tre stella, in tutti i modi in tutti i luoghi in tutti i laghi, che male c’è mi hanno detto, nessuno, ma io sono una sciocca sentimentale e, insomma, devo prima evaporare visibilmente cuoricini, e pure con una certa intensità, sennò non c’è trippa pe’ gatti e in genere questo richiede tanto tempo e dedizione per cui una vacanza di una settimana non si prospetta in modo favorevole già in partenza, e poi mettiamoci pure che il mio umore era ai suoi minimi storici, il mio più grande desiderio era di riuscire a compiere la fotosintesi clorofilliana in modo da poter trascorrere il resto della mia vita nella forma di un silenzioso vegetale, che ora vi direi un ulivo, che è l’albero più bello che c’è, allora vi avrei detto un salice piangente, sempre bello, ma in un altro modo. Comunque. Di tutte le persone che popolano un villaggio vacanze, la categoria più triste è quella formata dai gruppi di sìngol attempate che fanno le cascamorte con gli animatori i quali. oltre ad essere dongiovanni per deformazione professionale (e quindi continuamente ammiccanti con chiunque), sono in genere mediamente vent’anni più giovani delle suddette e vabbè che l’età non è un problema, però.

Insomma c’era questo gruppo di allegre attempate campane (nel senso di Campania, non di dindondan) sìngol a un tavolo, Eppoi c’eravamo noi, una compagnia piuttosto variegata per età e provenienza geografica, ma subito etichettata come “il nord”, al tavolo di fianco. E la carampana di turno, con l’intenzione civettuola di farsi bella ed intelligente agli occhi dell’animatore di passaggio, attacca con l’argomento politico (e qua arriviamo a quello che voleva essere il succo del post), che il nord ricco deve aiutare il sud povero, che in Campania va proclamata l’emergenza nazionale, che noi dobbiamo aiutare loro coi rifiuti ma pure con tutto il resto, perché è una questione di nazionalismo, di unità, che in ogni frase c’era questa cosa del dovere: dovete aiutare, dovete risolvere, dovete fare qualcosa. E la sua vicina di sedia a tentare di rincarare la dose dicendo io vivo a Casal Di Principe. E io, come si vive a Casal Di Principe? E lei io vivo bene, io sto a casa mia e mi faccio gli affari miei.

Bene, allora pure io.

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Nota: non voglio offendere nessuno, con questo post, solo mettere in evidenza come una mentalità troppo diffusa (e non solo al sud, e non solo in “poLLitica”), quelle dell “io mi faccio gli affari miei”, ci abbia portato dove siamo ora. Vi piaccia o no.

Palmipedone #162 —Diario di una ggiovane romana—

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Ciò che segue non è opera mia (ché io c’ho ancora i postumi del vairus del bloggher): si tratta di un vero e proprio capolavoro scaturito dalla fantasia del mio amico Idoneità Marrone (Visagista delle Dive la cui arma segreta è il filler calcareo), il quale si è sua volta ispirato all’elenco di ciò che più odio al mondo (lo trovate qui di fianco) per dipingere magistralmente il ritratto della classica persona che non mi dispiacerebbe prendere a sprangate evitare di incontrare nella mia vita di tutti i giorni (perché sì, ne esistono siffatte).
Mi ha detto “Te lo regalo, fanne quello che vuoi”, io l’ho reso ancora più odioso con l’aggiunta di qualche k qua e là, ma non ho nessuna intenzione di usurparne la proprietà intellettuale.

Piesse: l’immagine, invece, è collegata a ciò che amo (cioè i disegni fatti male). Via alphabet soup.

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So ‘na giovane ragazza di 50 anni ke je piacciono le riviste di gossip, ma leggo solo i titoloni grossi tipo LA HUNZIKER VISTA A PASSEGGIO A NOCERA CON UN CANE DALLO SGUARDO AMBIGUO e poi guardo tanto le figure ke tanto se uno c’ha da nasconne qualcosa tipo ke va coi trans lo capisci dalla faccia. Cmq l’altro pomeriggio stavo a giocà a Farmville e intanto me smangiucchiavo un kiwi con tutta la buccia ke poi me li so finiti allora me so attaccata all’uva ke c’ha quei semini asprognoli ke me li rigiro in bocca per due ore…
Ansomma stavo a giocà al computer e me telefona n’amica mia ke me fa “Aò ma l’hai visto che vennono la smart nova, quella FUCSIA?” “Nooo, ma dai peccato che c’ho pochi soldi senno me la compravo, mò scusa ma c’ho casa piena de bestie che voleno, tipo zanzare, api, licaoni sta roba qua te devo lascià”. Insomma j’avevo buttato lì na bujia, ma nun è ke so stronza, è ke magari de smart fucsia ce ne stavano poche e allora so corsa fori e me so imbarcata p’annà a pijamme la smartuccia mia. So arrivata dal tipo ke venne le macchine e c’era ne folla ke aprite cielo allora ho cominciato a spintonà tutti “A stronzi levateve da li cojoni ke c’ho fretta” ma tanto glielo so ke non se sò scansati perché pensano ke le donne guideno male…

(Idoneità Marrone)

Palmipedone #147 —Conosco le leggi del mondo—

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Perché i ggiovani di oggi sono così, perché i ggiovani di oggi sono cosà, non c’è più rispetto, non c’è più religione, non c’è più educazione.
Io vi chiedo se avete finito di parlare per frasi fatte, chiedo se avete finito di lamentarvi di chi vi circonda e, allo stesso tempo, di comportarvi come degli screanzati: i giovani sono i figli che avete educato voi e che vi somigliano, che vi imitano o lo faranno non appena saranno in grado di farlo, che vi passeranno avanti nelle code perché lo hanno visto fare a voi oppure perché non gli avete mai detto che è sbagliato, che, con il loro super macchinone, si sentiranno autorizzati ad avere la precedenza su tutto e su tutti, che vi pesteranno i piedi e non vi chiederanno scusa; sono figli che, a loro volta genitori, lasceranno i loro bambini urlare in giardino alle due del pomeriggio proprio quel giorno che a farvi scoppiare il cervello ci pensa già il mal di testa, che criticheranno i giovani che loro stessi sono stati e che a loro volta stanno allevando, sempre con quel brutto vizio di far di tutta l’erba un fascio e sempre tirandosene fuori, solo capaci a puntare il dito, come se davvero fossero tutti uguali, come se non ci fossero persone, giovani, a cui l’educazione è stata veramente insegnata con le buone e, quando serviva con le cattive, con i no, i non si fa, i chiedi scusa, i per favore e, soprattutto, con i grazie.
Piantatela.
Perché il silenzio di chi subisce dei torti idioti, da parte di gente idiota, per motivi idioti, non è un silenzio di chi ama vivere cento giorni da pecora piuttosto di uno da leone. È il silenzio di chi è superiore, anche se, in quanto silenzio, non fa notizia. Nel mio caso, poi, è quello (superbo, ma educato) di chi conosce le leggi del mondo e che, no, non ve ne farà dono, ma potrebbe usarle per distruggervi tutti.
Sappiatelo.
Uomo avvisato mezzo salvato.

Palmipedone #142 —Acquari—

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Ogni tanto mi piace fare dei bagni di mondo, che io chiamo così quelle cose che a farle tutti i giorni poi succede che le persone se ne stancano e se ne lamentano, tipo prendere i mezzi pubblici, tipo stare seduta delle ore in una sala d’aspetto e poter ascoltare di cosa parla la gente che nel mondo ci vive sicuramente più di me che quando mi ci immergo sono come un pesce d’acqua dolce buttato a mare. E a lungo termine mi bruciano gli occhi.

Nell’acquario al sapor di salsedine in cui stavo ieri l’altro c’era un tizio che pretendeva di poter fare un intervento senza appuntamento, senza aver pagato il ticket, senza nemmeno aver preso il numero, lui doveva fare questo piccolo intervento perché gli avevano detto che doveva operarsi, ma mica una cosa grave, una cosa piccola, da niente, ci sarebbero voluti solo pochi minuti, poteva passare avanti, no signore dove sta andando? Io devo fare un intervento. Ma quale intervento mi scusi, lei ha preso un appuntamento? No, ma io dovevo venire oggi. Beh oggi lei non può fare proprio niente, a parte prendere un appuntamento per un altro giorno.

E lui che poi la voleva ammazzare però l’avrebbe graziata perché era un gentiluomo. E lei (chi fosse non so) che con un carico di bottigliette d’acqua ponderava ad alta voce sulla maleducazione che dilaga. E io con i mie auricolari alle orecchie, ma rigorosamente muti perché mi servono solo come stratagemma per favorire l’isolamento dalle persone blaterone che scelgono sempre me per raccontare la loro vita, la loro malattia, la loro figlia che sa si è appena sposata e invece lei che fa, va a scuola? Io no,  ho ventitré anni e vado all’università, ma pensi un po’ proprio l’età di mia figlia che si è appena sposata e io che di anni gliene avrei dati diciassette ché la vedevo così sottile, ah io alla sua età ero proprio come lei, poi sa con i figli succede che uno si sforma e poi ci si mette pure la malattia. Ma perché scelgono me, perché la mia aria dimessa piace solo alla gente che, come diciamo a Roma, s’accolla o, come dicono a Milano o da quelle parti, che t’asciuga? Sciò, pussavia, io vengo da un altro acquario, qua ci sto solo per guardare, lasciatemi fare la spia silenziosa.

Voglio poter guardare quello seduto (con le gambe accavallate) di fianco a me che si lima le unghie, sì avete letto bene, quello, maschile (alquanto) singolare, che sono cose queste che mi fanno sentire così poco donna, io non ce l’ho una limetta per le unghie nella borsa, la cosa più stravagante che potreste trovarci sono cerotti di varie forme e dimensioni che mi servono per darli in giro a chi ha bisogno di un cerottino, sì, io dispenso cerotti e non è che mo’ che lo sapete ve ne dovete approfittare; io c’ho la sindrome della crocerossina (è inutile che ci diciamo che non è vero) però di curarvi lo decido io, dal momento che me lo chiedete svanisce tutta la magia che c’è nell’incerottarvi a vostra parziale insaputa. Se mi diverto? Mica tanto, anche perché in genere vado attaccando cerotti a casaccio, sarei un’infermiera con tanta passione e poca attitudine. Se poi voi non ci vedete manco la passione sarà perché siete dell’acquario salato.

Io, di solito, vivo di là.

Palmipedone #139 —Semiseriamente—

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Ci sono degli argomenti che in questo blog io non tocco quasi mai, se non molto di sfuggita e con una buona dose di ironia, e, comunque, mai con l’intenzione di convincere qualcuno: nei testi argomentativi sono sempre stata un terribile fallimento, non ho mai capito da cosa nasca la necessità di stare lì a spiegare alla gente perché una determinata cosa è bella e buona e l’altra è brutta e cattiva, ho sempre pensato che i cervelli e le coscienze altrui fossero perfettamente in grado di discriminare fra giusto e sbagliato, tra ciò che ha senso e ciò che invece non ne ha (io sono un’amante del nonsense, è vero, ma finché è per scherzo va bene; la vita reale, poi, è un’altra cosa). E quando mi rendo conto che non funziona così, che i criteri che portano le persone a scegliere se non proprio sbagliati sono almeno diversi dai miei, tutte le sante volte, allo sconvolgimento iniziale segue la fase dell’infervoramento in cui i tentativi di portare acqua al mio mulino si riducono alla ripetizione continua e sconvolta delle due esclamazioni Cosa dici?!? e Ma tutto questo non ha senso!!!, con tono di voce crescente fin quasi a rasentare le urla; dibattere con me in queste occasioni è veramente disarmante, sarebbe meglio che il mio interlocutore mi dicesse siediti Ilaria, al mondo c’è anche qualcuno che la pensa così, vuoi dell’acqua? No, vorrei qualcosa di più forte, o almeno del Martini Bianco (e non occupare spazio con quelle inutili olive). Ecco, io non parlo seriamente di politica qui (ho detto politica, ma lo stesso discorso potrebbe essere esteso a molte altre sfere della vita reale). Perché mi sembra sufficiente (e che poi non lo sia è un altro paio di maniche) che le persone si guardino attorno per capire che c’è qualcosa che non va. E non venite a dirmi che non è vero, perché non ha senso.

Palmipedone #133 —Di Maledizioni e di Epitaffi—

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A proposito di Pietro Aretino, di cui si scriveva qui, ma non a proposito delle sue opere (i sonetti lussuriosi, se proprio volete, ve li andate a leggere altrove a vostro rischio e pericolo, anzi scusate un attimo, visto che ci sono c’ho da lanciare delle maledizioni: dannato Google, perché mi mandi gli zozzi? E voi, brutti zozzoni che non siete altro, questo è un blog serio, di classe, qua NON ci stanno le cose zozze che cercate voi, quindi sciò, pussavia, fuori di qui. E, uscendo, non toccate niente, chissà che c’avete fatto co’ quelle mani), dicevo, a proposito di Pietro Aretino, anzi più precisamente a proposito del suo irriverente epitaffio, pensavo che sarebbe bello se anch’io componessi in anticipo un epitaffio (magari irriverente) da trascrivere sulla mia pietra tombale quando sarà arrivato il momento di rinchiudermi in un buio loculo (per le cui specifiche esistono già custodi delle mie volontà, spero che se ne ricordino, per cui evito di ammorbarvi oltre su posizione, esposizione eccetera), più in là possibile, ovvio, ma Magò me lo dice sempre Memento mori, ricordati che devi morire, io me lo ricordo e ogni tanto ci penso. Dunque, dicevo della mia idea di comporre un epitaffio: la mia vena poetica è stata tuttavia interamente prosciugata dalla composizione Storia di un Lecca Lecca, non c’è rimasta nemmeno una goccia di ispirazione filastroccosa in me, e da una parte menomale. Quindi, in attesa di un nuovo forte dolore portatore sano di ispirazione e rime a garganella, avevo pensato una cosa un po’ autocelebrativa (almeno da morta lasciate che io lo sia), che poi però ho trovato già fatta sul uèb, quindi misà tanto che non è così originale come mi credevo…
Naturalmente non così grande, sia chiaro, una versione piccolina, da scolpirsi in basso a destra.
Al centro, sotto la foto (una bella, mi raccomando), ci andrà l’epitaffio. Sperando che me ne venga in mente uno prima di tirar le cuoia.