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Palmipedone #213 —Good writing is a hard work—

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Parte prima.
Era una notte buia e tempestosa, ad un tratto echeggiò uno sparo, una porta sbatté. La ragazza lanciò un grido. All’improvviso apparve all’orizzonte una nave pirata.
Mentre milioni di persone morivano di fame, il re viveva nel lusso.
Intanto, in una piccola fattoria del Kansas, cresceva un ragazzo.

Parte seconda.
Cadeva una neve leggera, e la fanciulla con lo scialle a brandelli non aveva venduto una violetta in tutto il giorno.
In quel preciso momento, un giovane interno all’Ospedale Civico stava facendo una importante scoperta. La misteriosa paziente della stanza 23 si era finalmente svegliata. Emise un debole lamento. Era possibile che si trattasse della sorella del ragazzo del Kansas che amava la fanciulla con lo scialle a brandelli che era la figlia della ragazza che era sfuggita ai pirati? […]

Scriveva, magistralmente, Snoopy.
E nel meraviglioso musical dei Peanuts c’è pure la canzone corrispondente che è nella prima parte del video qui sotto (non che la seconda parte sia da meno eh).
Più sotto, nel magnifico box, ci son le parole.

It, it, it, it
It was a dark and stormy morning

Packed, flat, trite
It was a dark and stormy evening
It was a dark and stormy night

Night, right!
When suddenly a shot was heard
A shot was fired
When suddenly a shot rang out

Rang out,
Inspired!
The door slammed
The maid screamed

That’s building suspense
When suddenly a pirate ship
Appears on the horizon

Appears?
Appeared
Past tenseWhile millions of people are starving
While millions of people are starving
While millions of people are starving

What?The King lives in luxury
Now to thicken the plotMeanwhile, on a small farm in Kansas
A boy was growing up

Masterful ol’ pup,
Brillantly done!
You, son of a gun!
Writing is fun!
End of part one.What’s that wonderful smell?
Don’t tell me,
Let me guess
Smells like money dipped in honey
Yes, the smell of success
Take a good whiff
Take a good sniff
Pay me a lump that’s due
Fame and fortune
Fortune and fame
And now, for part two.A light snow was falling
And the little girl

Small, no
Little, no, small
No, the little girl
Ah, with the tatted shawl
Had not sold a flower all day

Ah, should she be selling matches?
Ah, no, flowers
A violet let’s say
She had not sold a violet all dayAt that very moment
A young intern was making
An important discovery
The mysterious patient in room
Twenty-three had suddenly awakened
She moaned softly
Could it be that she was the sister
Of the boy in Kansas
Who loved the girl with the tatted shawl
Who was the daughter of the maid
Who had escaped from the pirates
The intern from…
That has a good ring to it

Just see how neatly it all fits together!What about the King?

Stampede, the foreman shouted
And forty thousand head of cattle
Up and down the tiny ramp
Two men rolled on the ground
Rattling beneath the murderous hooves
A left, and a right, and a left, and another left, and right

Isn’t this exciting?
An upper cut to the jaw
The fight was over
And so the ranch was saved

Sometimes when you are a great writer
the words come so fast
you can hardly put them down on paper
There’s that wonderful smell called
“Eau de happiness”
Smells like money
Dipped in honey
Yes, the smell of success
Take a good whiff
Take a good sniff
Wise stop at one, be rude
Fame and fortune
Fortune and fame
And now
To conclude…

The young intern, sat by himself
In the corner of the coffee shop

Now, zing in the moral old friend
He had learned about medicine
But, more important is
He had learned about life!

The, the, the, the, the,
The end!

“Dear contributor,
we are returning your stupid story.
Give up!
You’re a terrible writer!
Why do you bother us?
We wouldn’t use one of your stories
if you pay us.
Drop dead!
Never send us another story!
Get lost!
Signed,
the Editors.”

It’s just a Xerox form.
But tomorrow, we start on a trilogy!

Tutto questo perché?
Ve lo ricordate il mio giallo da quattro soldi?
Io no; ogni tanto qualcuno me lo riporta alla mente, dice siamo rimasti al maggiordomo insanguinato e il resto? Il resto c’è bisogno che io raccolga le redini di tutti i personaggi disparati e disparati che ho introdotto per scriverlo. O più semplicemente, data la mia scarsa osservanza delle regole che, secondo Umberto Eco, un bravo scrittore dovrebbe sempre seguire a cominciare dalla numero sei che recita

Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

oppure dal terzetto delle seguenti

I paragoni sono come le frasi fatte.
Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

anche se, ad onor del vero, le metafore le usavo molto di più nella cosiddetta fase due di questo blog, quella in cui amavo lacerarmi in cuore live e offrirvene i brandelli, quella in cui scrivevo molto più spesso e solo cose tristi, perché scrivi solo cose tristi?

Quando sono felice esco.
(Luigi Tenco)

a proposito del parlare per bocca di altri, poi, ci sarebbe anche la regola undici

Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.

e, a propostito del mio modo di scrivere in generale, la regola ventidue

Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe o spezzate da incisi […]

Le altre regole (che io trasgredisco quasi tutte) potete trovarle qui.
E, assieme al fatto di non avere in mente idee migliori, costituiscono la motivazione che mi spinge a trovare una immediata conclusione per il mio giallo (senza che esso abbia mai avuto una parte centrale). Anzi, quattro conclusioni alternative, delle quali potrete leggere quella alla quale l’oscuro test qui sotto vi condurrà, ma anche tutte le altre.

  1. Qual è la risposta esatta?
    1. La 3
    2. La 1
    3. La 2
  2. Quanti sono questi?
    1. Zero
    2. Tre
    3. Cinque
  3. Come si suol dire?
    1. Tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”.
    2. Una rondella non fa primavera.
    3. Dio li fa e poi li accoppa.

Maggioranza di risposte 1 (profilo Ilaria):
In realtà tutti gli ospiti della villa sono in quarantena perché hanno contratto la peste nera (solo il giardiniere Manolo ne è portatore sano). La quarantena della peste nera dura quarant’anni. L’omicidio è in realtà una messinscena per distrarre gli ospiti dalle finestre della villa ed attirarli tutti nella biblioteca (unico locale della casa senza finestre). Durante la loro assenza tutte le finestre e più in generale tutte le aperture verso l’esterno verranno murate e gli ospiti malati moriranno alcuni incastrati nella canna fumaria nel tentativo di fuggire per il camino, altri di peste, altri di noia, ché in quarant’anni di quarantena sai che palle.

Maggioranza di risposte 2 (profilo Lost secondo i Simpson):
Era tutto un sogno del gatto della vecchia.

Maggioranza di risposte 3 (profilo realista):
È stato veramente il maggiordomo: facendo leva sul fatto che il giardinere Manolo è un comunista

volete farmi credere che uno con quella barba sia innocente (cioè non comunista)?

riesce ad incastrarlo e viene così scagionato. Diventa prima nuovo marito della Signora Vittima, poi presidente, poi Papa. Quando Manolo esce di prigione (dopo 23 anni) per buona condotta, gli spara durante il pontificato (ma non lo uccide) e, ricercato, si rifugia a Cuba dove diventa testimonial per l’Adidas con il falso nome di F. Castro.

Nessuna maggioranza, ho scelto una risposta 1, una risposta 2 ed una risposta 3 (profilo rompipalle):
Rifai il test.

Un giallo da quattro soldi – Tre

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Pensavate che mi fossi dimenticata eh? Invece no.
Continua da qui.

***

– Venga, investigatore! Le presento la signora…
Sono signorina
– …la signorina Pottini.
– Mpf

– Oh lei è un investigatore? Ho sempre sognato di conoscere un investigatore, di quelli che ci sono nei libri gialli che risolvono i crimini in campagna dove muoiono le signore con tanto rossetto, sa lei mi ricorda il mio fidanzato, lo sa una volta ero promessa sposa, avevamo deciso la data del matrimonio e tutto, poi lui è morto in guerra, ha messo il piede su di una mina, me lo scrisse nella sua ultima lettera domani potrei morire tipo mettendo il piede su di una mina, qua è pieno di mine, e infatti poi è morto, povero il mio Willi, che in realtà si chiamava Tommaso, ma io lo chiamavo Willi, così all’inglese, soffrii molto per la sua morte lei non s’immagina nemmeno, e poi le calunnie, la cosa più difficile da superare furono le calunnie, che me lo presentavano vivo e felice con un’altra donna, una cantante di varietà di quelle con lo smalto rosso, di quelle col sorriso invadente e i capelli pieni di lacca, mi mostravano delle foto di un tizio che devo dire la verità gli somigliava incredibilmente e mi volevano far credere che si fosse fatto una famiglia con quella, mentre io sapevo per certo che era morto mettendo il piede su di una mina, disintegrandosi, tanto che di lui non c’era rimasto nulla, nemmeno un capello, povero il mio Willi, mi scusi che ancora mi commuovo, per il nostro matrimonio avevamo scelto il menù, e lo sa qual era il piatto forte? L’anitra all’arancia! Da allora feci un giuramento, mai più nei prossimi quarant’anni mangerò l’anitra all’arancia e ora che di anni ne son passati quarantuno non ho più nemmeno questo giuramento da rispettare e durante il giorno mi annoio terribilmente, lo sa che ieri mi è morto il gatto, povero micio, la sua asma se l’è infine portato via, questo gatto che continua a strusciarsi sulle mie gambe deve aver sentito l’odore del suo sfortunato simile, a pranzo oggi ho ripassato in padella con un po’ d’olio il contenuto di quelle scatolette che davo al mio povero micio, eh, ne ho ancora dieci confezioni, mica si può buttarle, buttar via il cibo è peccato, e, mi sono detta, ciò che non ammazza ingrassa e devo dirle la verità, non era niente male, molto meglio di quelle cose da grande chef che ti propinano una palletta di cibo nel mezzo del piatto, uno gnocco, un pomodoro e il primo boccone potrebbe farti anche schifo, non avresti mica la possibilità di chiarirti le idee con il secondo perché hai già finito di mangiare, mi creda, questa cucina moderna, questa roba chic che ci vogliono far credere che sia anche buona oltre che innovativa, io non ci credo, qui tutti tendono a raccontarci una montagna di frottole, uh sento dei passi, magari si mangia, sì finalmente ecco gli antipasti, il mio stomaco aveva cominciato a brontolare.
-E questo qui è il signor Degli Orsi, si occupa di importazione di diamanti, vi lascio alle vostre chiacchiere, vado a dare una controllata in cucina, sento un odore un po’ forte, non lo sentite anche voi? Giovanna! Giovanna! Cosa stai facendo bruciare? Giovanna…
-Piacere, la vecchia ha attaccato a parlare, le conviene fuggire finché è in tempo, io non posso perché, come potrà lei stesso osservare, la mia mano è attaccata a questo bicchiere che proprio non ne vuole sapere di spostarsi di qui da solo.
– È vuoto.
– Come dice?
– Il bicchiere è vuoto.
– Oh si si è di nuovo svutotato, sarà la decima volta che lo rabbocco, ma lui niente, non ne vuole sapere di rimanere pieno. Vuole sapere come la penso? Secondo me è colpa dell’oliva, sono ore che la guardo e si va ingrossando di minuto in minuto. La guardi.
– Chi è?
– Chi?
– Quello seduto in poltrona davanti al caminetto.
– Nessuno lo sa, nemmeno l’autrice di questo giallo da quattro soldi. Vuole sapere come la penso in proposito? Secondo me l’autrice è da quattro soldi pure lei…
– È l’oliva.
– Prego?
– L’autrice è l’oliva.
– Dice davvero? Oh perdincibacco, lei si che è un investigatore come si deve. Lo sapevo io che quest’oliva…
– Dov’è finito il signor Vittima?
– Non ne ho la più pallida idea, poco fa era proprio lì, a parlare con quel tizio alto e abbronzato, che non è Obama, ahaha, Obama. L’ha capita?
– No.
– Ahaha, lei è uno fuori dal mondo, se lo lasci dire. Comunque è il signor Cruz, è un diplomatico argentino e sul perché si trovi qui potremmo interrogare l’oliva. Cara oliva…
– Il signor Vittima, dov’è?
– Ma che ne so io! Senta vuole sapere il mio parere? Che poi non è solo il mio, lo sanno un po’ tutti. Il padrone di casa se la spassa con Giovanna. E la moglie col maggiordomo. Entrambi fanno finta di ignorare le corna che portano cercando di ingigantire il più possibile quelle dell’altro, ci danno dentro, dia retta a me. E nei momenti più impensati. Forse persino adesso.
– No, Giovanna sta entrando ora con la signora Vittima, credo siano arrivati gli antipasti.
– Vuol dire che dobbiamo prendere posto. Credo che, visto che lui non vuole muoversi, il bicchiere intendo, il bicchiere con l’autrice dentro, quindi loro, ecco, visto che loro non vogliono muoversi li lascerò qui.
-Dopo di lei.

– Prego signori! Prendete pure posto…
Breve concitazione, chiacchiericcio che si smorza, bocche piene.
Un passo felpato per il corridoio. La porta che si apre. Battista che entra, cosparso di sangue, con in mano il coltello per sfilettare il filetto, rossgocciolante:
– Ho ucciso il signore, signori. In biblioteca c’è un po’ di sangue, signora, sarà il caso che io vada a dare una pulita, signora. Buon appetito, signori.

Continua…

Un giallo da quattro soldi — Due

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(Continua da qui)

Uno sguardo veloce da sinistra verso destra ed uno, successivo ad altrettanto veloce, da destra verso sinistra permisero all’investigatore Toni Ponti di cogliere tutti i dettagli (visibili ed invisibili) della scena che, aldilà della porta a doppio battente, si presentò davanti ad i suoi occhi a fessura nascosti nell’ombra proiettata dalla tesa del cappello.
Seduta su di una sedia, con in testa un cappellino fiorato ed in grembo un gatto, impegnata in una conversazione (che più che una conversazione sembrava a tutti gli effetti essere un monologo) sull’importanza dello zucchero per la lievitazione degli impasti preparati con il lievito di birra, c’era la classica vecchia zitella ciarliera dei gialli da quattro soldi, che il nostro investigatore dedusse senza fatica essere la Signora (anzi Signorina) Pottini. Di fianco a lei un bicchiere di Martini Bianco e relativa oliva sostenuto da una mano curata ornata di un vistoso anello al dito mignolo, attaccata ad un braccio avvolto in una manica di un elegante abito da uomo, a sua volta attaccato al corpo di un uomo altrettanto elegante e visibilmente annoiato, più interessato ai fenomeni di galleggiamento dell’oliva nel bicchiere che ai discorsi su impasti gonfi e spumosi; in tal caso Toni Ponti dedusse che doveva trattarsi del signor Degli Orsi, importatore di diamanti e spregiudicato avventuriero; “quegli occhi mi darebbero i brividi se io fossi in grado di avere paura”, fu il pensiero fugace dell’investigatore prima di proseguire il suo esame da sinistra verso destra.
Al centro della stanza, davanti ad un imponente camino acceso sul quale troneggiava una copia de La Madre di Whistler, una grande poltrona dallo schienale altissimo, tanto che la presenza di un occupante veniva rivelata solamente da una voluta di fumo che, a tratti serpeggiando, a tratti dritta come un fuso, si innalzava lentamente verso il soffitto ornato da due grandi lampadari in cristallo, per poi gradualmente dissolversi rilasciando un penetrante odore di sigaro d’importazione.
Più a sinistra altri due uomini, il padrone di casa il Signor Vittima avvolto in una vestaglia blu di seta indossata sopra una camicia bianca (“sembra il tizio di Brava Giovanna, Brava, ha anche la stessa espressione” pensò Toni Ponti) e di fronte a lui il diplomatico argentino, il Signor Crùz, impegnati in una conversazione apparentemente molto divertente, probabilmente noiosissima, e anche più probabilmente sconcia, ma questo è un romanzo da quattro soldi e non di cosa stessero parlando non ci è dato sapere.
Da destra verso sinistra, quindi, due uomini sbellicantisi, una poltrona fumante davanti ad un camino con sopra un ritratto orrendo, un annoiato milionario ed il suo Martini, una zitella chiacchierona, un gatto.
Immediatamente davanti agli occhi di Toni Ponti, poi, in primissimo piano, il sorriso a trentasei denti della Signora Vittima, una biondona (artificiale) ornata di perle (vere), la cui voce suadente stava già da qualche minuto pronunciando frasi di benvenuto alle quali l’investigatore non si dava cura di rispondere se non con eloquenti mugugni
– Non ha posato il suo soprabito? E il suo cappello?
– Mpf
Avrebbe dovuto imparare a tacere, quella donna. Magari, nel silenzio, anche lei avrebbe potuto accorgersi di quello sguardo insistente, dietro le tende, della presenza inquietante ed ingombrante di Manolo, il giardiniere.

Continua…

Un giallo da quattro soldi — Uno

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Quella fredda sera di novembre l’aria odorava di giallo da quattro soldi.
Passo dopo passo la ghiaia scricchiolava sotto i piedi dell’investigatore Toni Ponti* nonostante stesse facendo attenzione a camminare come sulle uova, un po’ per deformazione professionale, un po’ per evitare di sporcare le sue lucidissime scarpe per le occasioni speciali con la polvere di quella maledettissima ghiaia. Stretto nel suo immancabile impermeabile color cachi, il bavero alzato, le mani in tasca, il cappello calcato in testa, camminava (e qui dovreste immaginarlo come se lo vedeste un po’ da dietro e un po’ di profilo, tipo di tre quarti da dietro, come un investigatore che si rispetti, con l’aria un po’ misteriosa e con la sigaretta in bocca di cui però si riesce a vedere solo il fumo, ecco proprio così), camminava tenendo lo sguardo basso diretto verso Villa Vittima, il cui profilo imponente, in fondo al viale, faceva già presagire crimini tipici di un giallo da quattro soldi: le finestre del pianterreno illuminate, un andirivieni di sagome dietro le pesanti tende, schiamazzi da ricevimento e gli occhi indiscreti di un giardiniere, proprio lì, dietro la siepe di bosso, un meccanico rumore di cesoie e quello sguardo invisibile, ma quasi tangibile, un po’ (pure questo) da giallo di quattro soldi, in cui i giardinieri potano le siepi di notte ed i viali di ghiaia durano tutto il tempo che serve all’autore, nel mio caso giusto quello di introdurre i primi due personaggi: un investigatore stereotipato ed un giardiniere inquietante.
Saliti i gradini prima del pesante portone in legno, l’investigatore Toni Ponti, estratta una mano (e con essa un fazzoletto) dalla tasca, si fermò per dare una veloce lucidata alle sue scarpe per le occasioni speciali, senza mancare di sbuffare e di maledire la ghiaia e, finalmente, impugnato uno dei massicci anelli in ferro battuto, bussò. Dall’interno, assieme al suono di risate e bicchieri tintinnanti, un lento rumore di passi; poco dopo l’investigatore vide una sagoma sottile ma autorevole stagliarsi in controluce nell’apertura e sentì una voce impostata pronunciare
– Buonasera Signore, la stanno aspettando Signore, vuole lasciarmi il Suo soprabito ed il Suo cappello Signore?
– No
– Come desidera Signore, mi segua Signore.
Due strani personaggi che si muovono lentamente l’uno dietro l’altro, il primo con una camminata maestosa e dalla ampie falcate, l’altro (vestito di tutto punto con tanto di cappello in testa) come se camminasse sulle uova, come prima, ma stavolta senza fare rumore, ché la moquette attutisce ogni rumore, lo ingoia, lo rende lontano. In fondo al corridoio una porta a doppio battente, socchiusa. Dall’interno un allegro vociare, e odore di sigaro, e colori caldi.
– Attenda qui Signore, vado ad annunciarla Signore.
Porta aperta e subito socchiusa, di nuovo, e poi una voce femminile lontana, come da un mondo sommerso:
– Ma certo Battista, fallo entrare.

Continua (ma non lo so dove andrà a finire)…

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*ho storpiato il nome per evitare querele varie ed eventuali.