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Palmipedone #237 —Into the Wild (ma non troppo)—

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Guardare la nebbia fuori dalla finestra è un po’ come giocare a un due tre stella: la sbirci ed è ferma, le volti le spalle e silenziosamente avanza o si ritrae. Copre e scopre casupole in bilico sui clivi erbosi, dai balconi fioritissimi e dall’architettura caratteristica che ricorda quella dei disegni infantili: la facciata è un rettangolo, un triangolo il tetto, le finestre sono quadrate, le persiane aperte. Sembrano case giocattolo su declivi giocattolo, pubblicità di uno yogurt magro assemblate con un abile lavoro di photoshop, disegni come quelli di Bert di Mary Poppins, che puoi entrarci dentro e incontrarli, gli abitanti dei paesini giocattolo, e parlarci in una delle loro mille lingue: in tedesco, in ladino, in italiano oppure in un misto delle tre che, alla fine è l’italiano sbagliato dei “faggiolini”, della “passarella”, e del “ha due euro a caso?”. A caso? A caso. Vietato calpestare i prati in ladino si dice Proibì da ciapè te pre. Non calpestare i Palmipedoni si dirà Proibì da ciapè te Pedòn. Forse. In tedesco non ne ho idea.
Le nuvole, poi. Alzi gli occhi e son comparse dal nulla, prima bianche, soffici, zucchero filato. Poi grigiastre, polverina di grafite trascinata sul foglio in percorsi spiraleggianti da pigri polpastrelli sporchi. Si riflettono nei laghetti di alta montagna, nel lago Lagaciò, che sta ad oltre 2000 metri sul livello del mare, è alimentato da sorgenti sotterranee e dentro ci sono i pesci.

Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino a Cen­tral Park South? Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela? […] Voglio dire, vanno a pren­derle con un camion o vattelappesca e le portano via, oppure volano via da sole, verso sud o vattelappesca?
[J. D. Salinger – Il Giovane Holden]

I pesci. Mi sapreste dire come ci sono finiti i pesci a 2000 e passa metri sul livello del mare in un laghetto alimentato da sorgenti sotterranee? Voglio dire, li han portati lì in una boccia o vattelappesca oppure son nati dal nulla, son sgorgati dalla sorgente sotterranea o vattelappesca? Roba da uscirci pazzi.
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Sguardo #7

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Prendete un cuscino. Il più vecchio, ma comodo, che avete.
Verso le otto, andate a Villa Borghese, dalle parti di piazza di Siena (col cuscino, mi raccomando).

Il parterre si chiama così perché si sta seduti in terra, mi hanno spiegato.
Davvero? Davvero. È a quello che serve il cuscino.
Si paga meno del cinema in treddì. Eppure le persone sono in treddì.

E in alto ci sono le stelle.
Tutto intorno legno che attentissimo respira, sospira, ride a crepapelle, applaude. Tantissimo.

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Palmipedone #229 —La Mecca—

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Il Guggenheim è un famoso museo di New York con una struttura architettonica molto particolare:

Dalla strada, l’edificio assomiglia a un nastro bianco che si avvolge attorno a un cilindro più ampio in cima che alla base[…]. All’interno, la galleria espositiva forma una dolce spirale che sale dal piano terra fino alla cima dell’edificio.
[Da Wikipedia]

Io non ci sono mai stata.
Però sono stata qui.

Che col Guggenheim non c’entra niente perché, primo, per passare da un piano all’altro ci sono le scale, secondo, da fuori tutto sembra fuorché un nastro che si avvolge su di un cilindro e, terzo, non è un museo. È il building 40 del CERN di Ginevra,

where scientists keep finding nothing

secondo l’albergatore Ginevrino (ah-ah), la Mecca secondo il fisico delle particelle, e, più in generale, un posto dalla burocrazia efficientissima e soprendentemente veloce, con dei tavolini e dei muri decorati in stile ommiodio (da leggersi in maniera ascendente o discendente a seconda dei sentimenti spontaneamente suscitati da questo genere di cose, non necessariamente legati alla professione e all’ambito di studio -per me, ad esempio, il tavolino è un po’ ommiodio discendente-), un rapporto conflittuale con le donne delle pulizie che son buone e care, ma non si sa mai dove potrebbero metter le mani


e una quasi commovente attenzione ai bisogni di chi ci lavora/vive (spesso le due cose non son distinte) al punto che è possibile trovarci una cosa del genere:

Feel free to borrow these books

E, più della struttura architettonica simil Guggenheim (ma mica tanto), più dei tavolini e dei muri con dei disegni nerdosi, queste qui son le cose che, come direbbe Holden Caulfield

ti lasciano secco. Sul serio.

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Note noiose: Il murales rappresenta una veduta in sezione del rivelatore dell’esperimento ATLAS (non in scala, il rivelatore vero, sottoterra, è ben più grande) mentre, quella sul tavolino, è la rappresentazione di un evento, cioè dei prodotti di una collisione fra particelle, nel rivelatore Aleph, utilizzato nell’esperimento LEP (chiuso nel 2000) il cui tunnel circolare di 27 km è lo stesso che attualmente ospita LHC (dove, per inciso, non è vero che non si trova niente).

Palmipedone #226 —Robe Mal Riuscite—

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Robe Mal Riuscite (cover)
Mi chiamo Ilaria, e la mia storia può riassumersi in poche parole: mi piace fare quello che non so fare.

Per esempio: mi piace fare le fotografie nonstante io sia totalmente sprovvista di un qualsiasi talento artistico e, diciamocelo, anche di quei mezzi che a saperli usare il talento lo valorizzano (se c’è). Io le fotografie le faccio così: quando vedo qualcosa che mi piace, che ai miei occhi ha quel non so che, allora, senza studiare particolare angolature, particolari illuminazioni, premo il pulsante e scatto. E forse è colpa dell’ignoranza, forse è colpa del soggetto (ché si sa che nelle cose artistiche di quelli che gli artisti li sanno fare, il soggetto ha sempre una buona parte nella riuscita dell’opera), ma poche volte la fotografia del soggetto che mi piaceva mi piace.
Robe Mal Riuscite/1
Un’altra cosa che mi piace fare, poi, è scrivere. Perché quando scrivo succede che capisco le cose. Quasi sempre. E mentre le capisco me ne vengono in mente delle altre, nuove, da pensare e da capire. E, senza saper scrivere, le scrivo in un posto dove anche le altre persone possano leggerle, e capirle. Qualche volta non capiscono, qualche volta sì. Poi, dopo che ho scritto, vado sempre a leggere le cose di quelli che sanno scrivere e misuro la differenza fra me e loro. Ed è sempre tanta. Di questi che sanno scrivere mica tutti lo fanno per lavoro, che non è detto che se una cosa la fai per lavoro allora sicuramente la fai bene. Pure lì secondo me è una questione di talento, ma anche di esercizio. Il talento è contemporaneamente l’aver cose da dire e saperle dire. Bene. L’esercizio serve a valorizzare il talento. O a nasconderne maldestramente l’assenza. Io non ho un gran talento. Ho smesso di esercitarmi. Scrivo solo perché mi piace, per raccontarmi le storie curiose, per capire le cose difficili.
Robe Mal Riuscite/2
Poi mi piace cucinare. Ma non ho mai gli ingredienti giusti. Per cui sostituisco la salsa di soia con l’aceto balsamico. Vado in crisi quando ci sono le dosi tipo un po’, un pizzico, quanto basta. Quand’è che basta? Che vuol dire un po’? Secondo me uno che sa cucinare questi dubbi non se li pone. Ho scoperto a tentativi che un pizzico di sale è tre volte tanto quello che metterei io. Che la giusta quantità d’olio è mediamente il doppio di quella che uso io, un quarto di quella che usa mia nonna. Cucino cose commestibili. Qualche volta buone. Raramente buonissime.
Robe Mal Riuscite/3
La cosa che, però, mi piace fare più di tutte e, contemporaneamente, quella che mi riesce peggio, è cercare di capire la gente. Osservo. Parlo poco. Ascolto. Penso molto. Leggo. Ho capito a suon di fallimenti che la gente non è quello che dice, la gente non è quello che fa. Non ho capito perché le persone non si pongano la domanda fondamentale cioè “posso permettermi, io, di dire questa cosa a questa persona?” prima di dirgliela. Ho capito che le persone non rimangono uguali a se stesse per sempre come la Gioconda. Ma soprattutto non ho capito perché continuate a farmi la battuta sull’educazione fisica quando vi dico che studio fisica. Non è simpatica. Non fa ridere. Dovreste smetterla, seriamente.
Robe Mal Riuscite/4

Palmipedone #214 —Capelli—

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Non voglio più chiedere scusa
se sulla testa porto questa specie di medusa
o foresta
non è soltanto un segno di protesta
ma è un rifugio per gli insetti
un nido per gli uccelli
che si amano tranquilli fra i miei pensieri
e il cielo.
[Niccolò Fabi – Capelli]

David Lynch, a leggere la voce di Wikipedia, è uno che nella vita ha fatto più o meno cento volte di più di quello che basterebbe fare per essere definito Artista. È quello di Mulholland Drive, che è un film che se state ancora a rompervi la testa sulla trottola di Inception è perché ancora non avete visto Mulholland Drive, e presumibilmente, una volta che l’avrete visto, Mulholland Drive, comincerete a fare ciò che in gergo si dice chiudersi di brutto, vi chiuderete di brutto a cercare di trovare un senso a Mulholland Drive. Poi di David Lynch, visto che nella vita ha fatto più o meno cento volte di più di quello che vedi sopra, immagino che esitano anche altre cose degne di nota e sulle quali chiudersi di brutto, oltre a Mulholland Drive; io non lo so perché ho visto solo quello e questo video per un pezzo di Moby che, siccome è un vegano di quelli integralisti che manco indossa indumenti di lana per quanto è vegano, mi sta antipatico. Il numero preferito di David Lynch è il sette. Il mio no. David Lynch ha dei capelli vivi, dei capelli ribelli, dei capelli artistici, dei capelli pittoreschi.

Noi in Italia c’abbiamo un artista che, se diciamo che l’artisticità di David Lynch è pari a 1 Lyn, ha un’artisticità di circa 0.1429 Lyn, cioè un settimo di Lynch (frazione corrispondente al Lynch musicista) e che ha dei capelli altrettanto vivi, altrettanto ribelli, altrettanto artistici, altrettanto pittoreschi, ma anche architettonici, scultorei e fisici.

A sinistra: i capelli di Morgan A destra e dall’altro verso il basso: il tetto della cappella di Notre Dame Du Haut, dettaglio del dipinto di Van Gogh Campo di grano con allodola, scultura di Hans Arp il cui titolo è Concrezione Umana II  e che secondo me sembra un enorme ippopotamo, dettaglio di Albero Argentato di Mondrian, le nuvole di Monkey Island 3, tracce di particelle cariche in una camera a bolle.

Piesse: io odio andare dal parrucchiere.
Pipiesse: quella di Lynch l’ho trovata qui, quella di Morgan l’ho fatta io.

Palmipedone #210 —μ—

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Atom Heart Mother è un album dei Pink Floyd del 1970. L’ultima traccia del lato B, quando i dischi bisognava ancora girarli come una frittata per ascoltarli tutti, s’intitola Alan’s Psychedelic Breakfast, dura tredici minuti ed è composta di rumori e suoni: rubinetti che gocciolano, stoviglie che urtano, fiammiferi che si accendono, uova che friggono, Alan che mastica, un pianoforte, una chitarra (non nel senso che li mastica, nel senso che si sentono). Ai Pink Floyd questa traccia faceva schifo,

È una schifezza totale.
(David Gilmour)

A me piace, poi dici.

Sulla copertina di Atom Heart Mother, in una foto dai colori saturatissimi, c’è una mucca. Niente titolo, niente nome della band, una mucca e basta: Lulubelle III (è il nome della mucca).

The ultimate picture of a cow; it’s just totally cow.
(Storm Thorgerson)

I Pink Floyd volevano una copertina il meno psichedelica possibile e affibbiarono il compito di crearne una a questo Storm Thorgerson, inglese col nome da svedese, fotografo e designer di fiducia del gruppo. Storm, presi armi, bagagli e macchina fotografica, si recò nella campagna a nord di Londra con in testa un’idea ben precisa, ispirato da una orripilante meravigliosa carta da parati di Andy Warhol che dietro una scala bianca ci sta come l’aceto balsamico sui campi da golf

fotografò la prima mucca che gli capitò sotto tiro. Che io mica ci credo poi. Mica era uno qualunque, questo Storm. È quello della copertina di The Dark Side of the Moon, quella col prisma e la diffusione della luce, semplice ma efficace, e di un sacco d’altre di artisti che ti aspetti (tipo Alan Parsons, che dei Pink Floyd era il tecnico del suono, ed i Led Zeppelin) e di artisti che non ti aspetti (tipo i Cranberries e i Muse). Però la mia preferita è questa:

Phish - Slip, Stitch, Pass © Storm Thorgerson. Courtesy of Idea Generation.
copertina di un album live dei Phish, che comunque non so chi siano. Ed è la mia preferita perché, sin da piccola, mi son sempre piaciuti gli oggetti di uso comune rappresentati in formato extralarge tant’è che, sulle giostre, alla carrozza di Cenerentola preferivo sedere nella tazzona da tè. A proposito di oggetti fuori scala, poi, a me piacciono anche questa

Exposition d'Art contemporain dans le parc de Chaudfontaine (Belgique)
questo

e questo

peluche del muone, decisamente fuori scala con i suoi 10 cm di diametro, decisamente caro (l’intero set di cosi fuffolosi costa 210 dollaroni senza antiparticelle; duecentodieci dindi ed avrete sul vostro divano tutto il Modello Standard e oltre).

Il muone è la mia particella preferita: il nome fa venire in mente una grossa mucca. A me le mucche piacciono un sacco.
Anche quando fanno i cavalli.

E anche cotte.

Palmipedone #201 —Eccheccivuole—

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Da Casa è in cima a una cuccia – Milano Libri Edizioni

Mia nonna mi ha detto

non sei né grassa né magra, sei normale.

Ho fatto finta di prenderla sportivamente.
Adesso, nella mia testa, ci sono delle voci che ne ripetono insistentemente una versione che, ripulita di inutili fronzoli, ridotta all’osso, e solo apparentemente ingentilita da una retorica litote, suona più o meno così:

Sei non magra.

In modo Lucarelliano lasciamo per un attimo stare queste voci nella mia testa e trasferiamoci a Roma, nel corridoio di casa mia. In quel corridoio da qualche giorno c’è una specie di armadietto basso con dentro dei libri. Sono volumi enormi e pesanti, stile encliclopedia. Sono volumi sulla storia del Mondo Medievale e del Mondo Moderno, ma sono talmente vecchi che ormai pure quelli sul mondo moderno sono in realtà sul mondo medievale. Insieme a quei tomi v’è però un altro libro, diverso. Quel libro si intitola come perdere la pancia in 24 giorni. Ed è un libro dal target palesemente maschile, ché, come diceva il mio professore di scienze alla scuola media (invece di insegnare scienze)

gli uomini mettono la ciccia sulla pancia, le donne sui fianchi.

Infatti io non ho la pancia, ad esser sincera non ho manco i fianchi.
E purtroppo non sono né Barbie Snodata né Heather Parisi e neppure un invertebrato.
Ditemi voi, o uomini che siete i destinatari della pubblicazione, se questi sono esercizi fattibili:

Quando smette di piovere io torno a correre.