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Palmipedone #238 —Cose che non capisco/1—

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Ci sono cose che non capisco e a cui nessuno dà la minima importanza. E quando faccio una domanda mi rispondono con frasi di circostanza tipo: “[…]Ti fai troppi problemi, non te ne fare più”

[CapaRezza – Cose che non capisco]

La cosa delle prefazioni

Siccome la lettura di Moby Dick mi stava trascinando in un tunnel verticale (mi sa che voi terrestri dite pozzo) di noia e odio nei confronti non tanto delle balene quanto di Melville Herman che sta lì a filosofeggiare anche su la zoologia marina e la baleneria (mestiere schifo) tanto far sembrare il romanzo una specie di antologia filosofico speculativa sui risvolti svolti, volti e divelti dell’umano esistere (e che due palle), allora mi son comprata due libri nuovi scelti uno seguendo lo scriteriato criterio “per autore”, l’altro con la rischiosissima tecnica della rabdomanzia.

Il primo è un libricino (stavolta cartaceo) di Paolo Nori, s’intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, sulla copertina c’è una cosa che l’ho guardata e ho pensato Toh, aLCHEMY (poi ho guardato la cover di aLCHEMY e mi son resa conto che i miei meccanismi di associazione mentale, per dirla elegantemente, seguono dei criteri elastici e piuttosto discutibili) ed è lì che mi implora silenziosamente leggimi leggimi e, ma io resisto perché già lo so che poi lo finisco subito e ci rimango male, perché già lo so che mi piace anche se ho letto solo le prime tre pagine e la terza di copertina dove c’è la vita dell’autore che recita così:

Paolo Nori che è nato a Parma nel 1963 e abita a Casalecchio di Reno, non sa mai cosa scrivere in queste note di copertina dove dovrebbe far finta di non essere lui e fare capire che è bravo, e intelligente, e modesto.

E onesto, direi.
E La meravigliosa utilità del filo a piombo è un libro senza prefazione. Già lo so che mi piace, già lo so.

La tecnica della rabdomanzia, invece, mi aveva condotta dritta dritta dall’ennesimo Murakami però stavolta mi son fermata e ho pensato Fermati Ilaria, vieni da una storia difficile con un libro difficile, una storia finita male fra l’altro, sai già che arrivata a pagina cinquanta, quando cominceranno a nascere cespugli di canguro selvatico avviluppati a pali della luce sottosopra ti chiederai perché perché perché ho comprato un altro Murakami e con veemenza te lo darai sul mignolo del piede per punirti, quindi fermati Ilaria, pensaci bene. Allora ho cambiato scaffale. A volte mi ubbidisco. Il secondo libro che ho comprato è On The Road di Jack Kerouac, nell’edizione “Il rotolo del 1951” cioè quello scritto tra il 2 e il 22 aprile 1951

su una striscia di carta lunga 120 piedi, infilata nella macchina da scrivere e senza paragrafi, fatta srotolare sul pavimento e sembra proprio una strada

Centoventi piedi son circa quarantatrè metri, un palazzo di quattordici piani se ogni piano lo facciamo alto metri tre, ma io di queste cose non ci capisco niente anche se non è questa la cosa che non capisco che volevo dire, questa non la so, se me la spiegano poi magari la capisco. Perché sono brava, e intelligente, e modesta. E non è nemmeno il libro che non capisco. Il libro mi pare proprio bello, una strada di parole che è difficile interromperne la percorrenza perché è tuttadiseguito; il segnalibro non è altro che un confine sfumato tra quello che hai già letto, quello che leggerai e quello che non ti ricordi se l’hai letto già e quindi lo rileggi. Bello. Poi vedremo eh, pure Moby Dick all’inizio pensavo quanta poesia, quanta saggezza.

La cosa che non capisco è questa.
Nel libro ci sono CVI pagine di introduzioni, prefazioni eccetera. Centosei. Loro lo scrivono a numeri romani che sembra di meno. Centosei. Ammesso e non concesso che centosei pagine introduttive ad un romanzo di quarantatrè metri non siano eccessive, andiamo ad analizzarle più da vicino, ma con un esempio.
Mettiamo il caso che io scriva una cosa in cui racconto di alcune persone bizzarre che ho visto durante la mia vacanza e che il succo di questa cosa stia proprio nelle bizzarrìe delle persone bizzarre, raccontate in un crescendo di bizarrìa, partendo dalla famiglia Allegria che quando entravano facevano lo stesso effetto dei dissennatori e arrivando a quella pettinata come la moglie di Frankenstein, già menzionata precedentemente nella cosa che scriverei, senza però specificare questo particolare dei capelli per tenerlo nel finale come effetto sorpresa (non la scrivo poi ‘sta cosa, non temete). Mettiamo il caso che la prefazione a questa cosa che ho scritto io, dopo aver indugiato su particolari curiosi della mia breve esistenza, senza dubbio alcuno utili per la comprensione dell’opera, prosegua così: l’effetto straniamento in seguito alla scoperta che l’acconciatura della signora — è in realtà quella della moglie di Frankenstein eccetera eccetera.
Disappunto.
Qualcuno mi ha detto che le prefazioni vanno lette (casomai) dopo aver letto il libro. Sempre.
Quello che non capisco, allora, è perché non le mettano alla fine dei libri come postfazioni, evitando a me di dover saltare centosei pagine facendomi sentire un’imbrogliona che comincia i libri dalla metà. Fossero alla fine le leggerei anche.
Forse.

Piesse: a proposito di libri che già lo so che mi piacciono, già lo so, è uscito il nuovo libro di Simone Rossi

suonatore di clarini e chitarrini, scrittore e gran brava persona

sia in versione cartacea che in versione elttronica gratuita per Barabba Edizioni (santisubito tutti i Barabbisti). S’intitola croccantissima e se vi ho messo un po’ di curiosità i dettagli li trovate qui.

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Palmipedone #233 —Estremi—

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L’estate non vedi l’ora che arrivi quando è inverno, quando hai freddo fin dentro le ossa e nel letto non riesci a scaldarti i piedi,
quando gli alberi son tutti spogli,
quando guardi il mare, piove ed ogni goccia, toccando la sabbia, crea un piccolo cratere sulla spiaggia che d’inverno è terra di nessuno, solo del mare.
L’estate non vedi l’ora che arrivi perché la tonalità della luce si fa arancione, perché la maglietta che vuoi indossare ed è appena uscita dalla lavatrice si asciuga in dieci minuti, d’estate;
non vedi l’ora per il gelato,
per la frutta buona tanto quanto colorata,
per le serate all’aperto,
perché a San Lorenzo ci son le stelle cadenti.

Ma l’estate d’estate è una roba che non fai in tempo a rendertene conto che già non ne puoi più.

Per il caldo umido che sembra di stare in una sauna,
per le zanzare,
perché camminando sul sentiero sterrato del parco si alza una polvere che ti imbratta fino alla vita
per i suggerimenti anti-afa che danno al tiggì e cioè non uscire nelle ore più calde e bere molta acqua. Io aggiungerei ogni tanto ricordatevi di mangiare e di andare al bagno, evitate cibi pesanti tipo i fagioli con le salsicce, e, qualora vi sentiate gonfi, sappiate che non è il caso che voi indossiate un poncho come l’amica della Marcuzzi.

L’estate d’estate fa schifo.

L’inverno non vedi l’ora che arrivi quando è estate, quando stare cinque minuti al sole dà inizio al processo di liquefazione,
quando non riesci a trovare un angolino del materasso che sia ad una temperatura più bassa di quella del tuo corpo,
quando devi asciugarti i capelli,
quando devi prendere i mezzi pubblici.

Ma l’inverno d’inverno fa schifo.

L’estate non vedi l’ora che arrivi quando è inverno, quando hai freddo fin dentro le ossa e nel letto non riesci a scaldarti i piedi,
quando gli alberi son tutti spogli…

Palmipedone #230 —Adesso—

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Via From Me To You

Ho voglia di noccioline caramellate.

Ho voglia di una sera fresca, ventilata, senza zanzare.
Di una festa di paese di quelle con il furgocino delle caramelle gommose e delle noccioline, di quelle con il complessino dal vivo e i vecchietti che ballano la mazurka di periferia (chissà chi gliel’ha insegnata, poi).
Ho voglia di tornare a casa, la sera tardi, calpestando gusci di arachidi.
Di camminare con in bocca un bastoncino di liquirizia, accompagnata solo dal suono dei miei passi e dal canto dei grilli.
Di inciampare subito nel sonno, appena raggomitolata sotto una coperta pesante -anche se è estate- di inciamparci e di caderci dentro, faccia avanti, un sonno nero, senza ronzii elettronici, senza città intorno. Un sonno al retrogusto di liquirizia. Di noccioline caramellate.

Sto invecchiando.

Non è poi così male.
Sarebbe ancora meglio se potessi avere le mie noccioline.
Adesso.

Palmipedone #227 —Bravi—

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Siete andati a votare? Bravi. Avete fatto bene per tre motivi.

Il primo motivo è che era vostro diritto barra dovere.

Il secondo è che il Nano Malefico, che continua a tenersi a galla grazie a maldestri colpi di dubbia autoironia sul bunga bunga, ironia peraltro di qualità discutibile al punto che poco ci manca ai livelli del Martellone di Boris, prima o poi affonderà: porre fine alle sue sofferenze riempiendogli di acqua il gommone non è altro se non un atto di carità dovuto dopo tutto quello che lui ha fatto per noi (cioè niente), ma soprattutto per se stesso (cioè anche troppo). Il problema è che il suo gommone è grande.

Il terzo motivo è che (e forse voi non ci avevate mai pensato, io nemmeno ci avevo mai pensato, prima) tutti gli scrutatori che scrutano (fino a farsi uscire gli occhi dalle orbite) le schede di un referendum che poi si rivela non valido per mancato raggiungimento del quorum sono dei potenziali assassini, quindi avete salvato il mondo da una schiera di potenziali assassini. Gli assassini (potenziali) più pericolosi, poi, sarebbero stati gli scrutatori delle sezioni estero. Una degli assassini potenziali più pericolosi sarei stata io.

Gli scrutatori della sezione estero fanno in un giorno tutto quello che gli scrutatori delle sezioni normali fanno in due giorni. Che poi non lo so. Non sono mai stata una scrutatrice normale. Primo perché non sono normale. Il secondo non c’è. Una mole di burocrazia infinta. Avete presente quando entrate nel seggio e c’è la divisione sessista fra uomini e donne perché ci sono due elenchi e devono spuntare il vostro nome sull’elenco? Ora tenete presente quanto ci mettono considerando la lunghezza degli elenchi e tutto il resto. Gli elenchi degli italiani all’estero sono delle bibbie in formato A3, maschi e femmine insieme, il consolato di New York erano cinque bibbie con 60000 nomi dentro, in lettere sessantamila, dei quali dovevamo spuntarne 650, in lettere seicentocinquanta, distribuiti al loro interno, individuando costoro grazie al rispettivo numero identificativo di sei cifre trovato sul tagliandino incluso nelle buste individuali provenienti dal consolato. Dice, ma i numeri erano consecutivi? No. Dice, ma almeno erano già ordinati? No. Dice ma i tagliandini c’erano sempre? No. Poi nella busta c’era un altra busta, con le schede dentro. Quattro schede per 650 votanti. 2600 schede. In lettere duemilaseicento. Tutte da timbrare e siglare. Anche quelle annullate prima dello scrutinio per assenza di relativo tagliandino o presenza dello stesso nella busta dove dovevano andare le schede (lì sigillato ermeticamente, e le schede fuori, a sguazzare nella busta del consolato, ma cosa vi dice il cervello). Dice, ma almeno le schede erano piegate bene, con la zona destinata al timbro verso l’esterno? NO. Dice, ma l’hanno capito gli italiani residenti all’estero (e sottolineo all’estero, dove certe cose sono amplificate verso le frequenze dell’assurdohertz) che per dire NO al legittimo impedimento bisognava votare SÌ? Secondo me no. Sorvolando sui 300, scritto in lettere trecento, verbali tutti uguali, viene il momento delle buste ovvero duepunti: le schede annullate prima dello scrutinio (foto) vanno nella busta 3B (foto) [e lì capisci il perché della carta da pacchi], una delle buste 6 (non bis, né A, B, C) grande più o meno quanto il Molise porta la dicitura Verbale delle operazioni di scrutinio però di lato c’è scritto attenzione in questa busta non va inserito il Verbale. E dici allora perché ce ne ho 300 copie? Non si sa, forse qualcuna era in più. Forse.

C’è questa strana convinzione, in Italia, che con la burocrazia sia meglio abbondare. C’è questa poca consapevolezza, in Italia, che, con il mancato raggiungimento del quorum, il rischio maggiore sia quello di sguinzagliare una mandria di assassini potenzialmente molto violenti, con il braccio allenato da 2600 timbrature consecutive e perciò propenso alla coltellata. Stavolta vi siete salvati.

BRAVI.

Palmipedone #222 —Di treddì, di chitarre, e di pirati—

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Io il treddì non l’ho mica capito se mi piace oppure no.
Il treddì secondo me c’ha un problema fondamentale e cioè che non è democratico, ora vi spiego: mettete il caso che voi stiate sentendo della musica che vi piace e che nel brano in ascolto ci siano un basso, una chitarra elettrica, una chitarra acustica, una batteria e una voce che canta. Ad un certo punto qualcuno decide per voi che il volume di tutti gli strumenti deve abbassarsi bruscamente, di tutti gli strumenti tranne che del basso, per cui quello che sentirete sarà un sottofondo indistinto, un brusio musicale come quello di una radio sintonizzata male e, sopra a tutto, il basso, bonbonbonbonbonbonbobobobn, il basso. Che, a meno che non siate dei bassisti e pure con una certa passione perversa per il bonbonbonbonbonbonbobobobn dopo un po’ sicuro vi darà fastidio e penserete ma tu guarda, a me piace la chitarra, e quella acustica per giunta, ma tu guarda se devo essere obbligata/o a sentire per forza il basso, bonbonbonbonbonbonbobobobn, il basso. Ecco, il treddì è uguale. Tu stai guardando il film, magari sei lì che con curiosità esplori il paesaggio sullo sfondo e improvvisamente il paesaggio sullo sfondo non lo vedi più, diventa una specie di bokeh tanto suggestivo quanto inutile, che al suo posto potrebbe esserci un telo patchwork, un gran foulard di quelli con la fantasia con le melanzane, a casa mia la chiamiamo la fantasia con le melanzane, e sarebbe uguale. Il treddì sceglie al posto tuo cos’è che devi guardare, c’è poco da perdersi nella ricerca dei particolari che non nota nessuno, come Amélie, perché i particolari non li vedi nemmeno se strizzi gli occhi dato il lavoro di fuochi e controfuochi e, oltretutto, a volte c’hai l’impressione che non è a fuoco nemmeno ciò che dovrebbe esserlo, secondo me dipende da dove stai seduto e, soprattutto, dall’angolazione della testa con la quale guardi lo schermo. Io sono abbastanza irrequieta nelle mie posizioni sedute. E anche in quelle in piedi.
E poi è buio, il treddì.
Però ci son dei particolari impagabili, tipo la spada attraverso la porta in Pirati dei Caraibi quattro [che poi sicuramente fanno pure il cinque e il sei, sperando che perdano meno tempo, in quelli che verranno, a contestualizare la storia: la prima metà del film introduce la seconda che è il film vero e proprio -e, così facendo, risulta troppo corto-] in cui c’è pure il Pirata Barbanera che io ricordavo quasi redento dal vecchio film della Disney del 1968 (che al mondo pare che abbia visto solo io, ma potete sempre recuperare) e invece è tornato cattivo, cattivissimo, un vero pirata, ma quanto mi piacciono le storie di pirati. Poi, a proposito di chitarre e pirati, alla colonna sonora di questo film hanno collaborato anche Rodrigo y Gabriela che se non avete mai sentito la cover di Stairway to Heaven o Tamacun, beh, sentitele. Il perché chevvelodicoaffà.

Palmipedone #217 —Solo a me?—

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Voi altri bloggher con l’acca ché altrimenti mi vien da leggerlo dolce come si legge piogge,
voi bloggher,
ma pure voi altri che scrivete cose che poi rimangono solo vostre,
voi
che lavorate all’uncinetto con le parole e ci ricamate storie, poesie, canzoni,
voi
che i vostri pensieri li acchiappate prima che se la svignino per sempre per organizzarli, per capirli, per capirvi, ché certe cose cominciano ad esistere non nel momento in cui le pensi, ma quando le scrivi,
voi
che usate i due punti anche quando dovete spiegare qualcosa, non solo quando vi servono un paio d’occhi per una faccina sorridente,
insomma, voi

lo rileggete mai quello che avete scritto in passato?

Solo a me fa lo strano effetto di quando riguardo miei vecchi scritti autografi che io stessa faticherei ad attribuirmi se non fosse per il nome vergato sulla seconda di copertina in versioni non ancora stabili della mia calligrafia, prima spigolosa, poi palloccosa, poi fluttuante tra una riga e l’altra, poi fluida, poi essenziale (la versione attuale, forse definitiva, è la 18.0.3)?
Solo io quando mi rileggo dopo nemmeno troppo tempo provo una sensazione di imbarazzo mista a incredulità, quella sensazione che una volta su dieci mi fa dire brava, Ilaria, brava, cinque volte su dieci mi fa dire spàrati, Ilaria, spàrati e le altre quattro non mi fa dire niente perché manco finisco di leggere tanto è l’imbarazzo?
Solo a me succede di non capire una cosa, di riordinare le idee scrivendola, di capirla, di ritrovarmela fra i piedi tempo dopo nella forma scritta di quando stavo disperatamente cercando di elaborarla e, quindi, di sentirmi ridicola adesso che non dico che so come va il mondo, ma quella cosa sì, quella forse l’ho capita e col senno di poi non era poi tanto difficile invece ci sbattevo la testa come una cretina, per di più rendendomi pubblicamente cretina, senza decenza alcuna? (ci va il punto interrogativo perché era partita come domanda, poi si è persa)
Solo a me, se in un momento di follia rileggo ciò che ho scritto e arrivo a cose più vecchie di due, tre settimane, prende un colpo che quasi ci resto secca?

Solo a me?

[Le persone che mi incontrano dopo tanto tempo mi dicono sei sempre uguale. Ma che ne sapete voi, io basta che vado due tre post indietro che, subito, non mi riconosco più]

Palmipedone #216 —Acciderbolina—

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(Via Bookshelf Porn, un tumblr che io ci vado a nozze)

Io ho una vera e propria passione per le librerie, specialmente per quelle piene e per quelle degli altri: mi piace guardare i libri che dormono sugli scaffali, scovare quelli che conosco, scoprire i criteri con i quali sono disposti o la loro totale assenza. Mi piacciono quelle di legno e che del legno hanno ancora il colore, quelle coi pannelli sul retro, quelle che, invece di grandi e spaziosi scaffali, hanno piccoli scomparti quadrati concepiti a misura di libro che comunque non è mai una misura standard (e per fortuna, perché i gradini fra un libro e l’altro, pure quelli, mi piacciono e le costine di colori vivaci, tutte diverse); mi piacciono le librerie che partono dal pavimento ed arrivano fino al soffitto, quelle in mezzo alle quali si aprono porte, finestre, cabine armadio, passaggi segreti, Stargate, camini per viaggiare con la Metro Polvere, specchi che si attraversano e di là ci trovi il Jabberwocky.

Io non ce l’ho una libreria così: la mia non parte dal pavimento, non arriva al soffitto, sullo sfondo si vede la parete che di certo non è di legno, i ripiani sono quadrati sì, ma ampi e profondi, i libri sono in doppia, terza fila, e in orizzontale sopra gli altri, anche. Quindi la mia passione trova il suo sbocco prevalentemente nell’osservazione delle librerie degli altri.

Ieri in tivvù c’erano Fazio e Camilleri a casa di Camilleri che parlavano di qualcosa che non so cosa fosse perché in quel momento io guardavo la libreria alle spalle di Camilleri, e l’ho fatto fino a quando non è comparso improvvisamente un terzo conversante, cioè il signor Sellerio, che alle spalle aveva una porta o qualcosa del genere, non una libreria, allora ho cominciato ad interessarmi a ciò che andavano dicendo e cioè che la Sellerio ha già altri quattro libri di Montalbano già pronti e io allora ho pensato acciderbolina, che a dir la verità non è stato proprio acciderbolina, ma a volte è bene parafrasare, insomma ho pensato acciderbolina, altri quattro? Voglio dire, nella libreria di cui sopra, di Camilleri di libri ci sono già ventuno, più quattro fa venticinque, ho pensato acciderbolina, come si fa a scrivere 25 libri senza mai ripetersi, io mi ripeto di continuo, nel corso di giorni, a volte nel corso di ore, figuriamoci nel corso di 25 libri, e allora ho pensato acciderbolina, forse è anche questo che rende grande uno scrittore, la capacità di non ripetersi mai, non tanto nella storia che fa da filo conduttore al racconto, ma nei particolari, nel contorno, nel condimento che a mio parere è quello nel quale si tende a raccontarsi più che altrove e quindi, poiché (nonostante gli sforzi) si è sempre gli stessi, a dire sempre le stesse cose. Acciderbolina, ho pensato, forse è questo a rendere grande uno scrittore.

O forse è la sua libreria: quella di Camilleri era proprio bella.