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Palmipedone #229 —La Mecca—

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Il Guggenheim è un famoso museo di New York con una struttura architettonica molto particolare:

Dalla strada, l’edificio assomiglia a un nastro bianco che si avvolge attorno a un cilindro più ampio in cima che alla base[…]. All’interno, la galleria espositiva forma una dolce spirale che sale dal piano terra fino alla cima dell’edificio.
[Da Wikipedia]

Io non ci sono mai stata.
Però sono stata qui.

Che col Guggenheim non c’entra niente perché, primo, per passare da un piano all’altro ci sono le scale, secondo, da fuori tutto sembra fuorché un nastro che si avvolge su di un cilindro e, terzo, non è un museo. È il building 40 del CERN di Ginevra,

where scientists keep finding nothing

secondo l’albergatore Ginevrino (ah-ah), la Mecca secondo il fisico delle particelle, e, più in generale, un posto dalla burocrazia efficientissima e soprendentemente veloce, con dei tavolini e dei muri decorati in stile ommiodio (da leggersi in maniera ascendente o discendente a seconda dei sentimenti spontaneamente suscitati da questo genere di cose, non necessariamente legati alla professione e all’ambito di studio -per me, ad esempio, il tavolino è un po’ ommiodio discendente-), un rapporto conflittuale con le donne delle pulizie che son buone e care, ma non si sa mai dove potrebbero metter le mani


e una quasi commovente attenzione ai bisogni di chi ci lavora/vive (spesso le due cose non son distinte) al punto che è possibile trovarci una cosa del genere:

Feel free to borrow these books

E, più della struttura architettonica simil Guggenheim (ma mica tanto), più dei tavolini e dei muri con dei disegni nerdosi, queste qui son le cose che, come direbbe Holden Caulfield

ti lasciano secco. Sul serio.

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Note noiose: Il murales rappresenta una veduta in sezione del rivelatore dell’esperimento ATLAS (non in scala, il rivelatore vero, sottoterra, è ben più grande) mentre, quella sul tavolino, è la rappresentazione di un evento, cioè dei prodotti di una collisione fra particelle, nel rivelatore Aleph, utilizzato nell’esperimento LEP (chiuso nel 2000) il cui tunnel circolare di 27 km è lo stesso che attualmente ospita LHC (dove, per inciso, non è vero che non si trova niente).

Palmipedone #221 —Essi si scrivono—

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Oggi sono stata a Napoli. Per cinque ore. Poi sono tornata. Avevo portato la fotocamera, della serie poi vi faccio vedere le diapositive delle mie vacanze mentre vi racconto delle storie divertentissime (semicit.), come solo io so fare, cioè rendendomi conto che non sono divertentissime quando sono circa a tre quarti del racconto, e buttandola quindi sull’imbarazzante (imbarazzantissimo è un buon surrogato di divertentissimo).

Tanto per cominciare in realtà non è che fosse una vacanza: nell’epoca della comunicazione globale via web, pare comunque che, di tanto in tanto, i fisici preferiscano riunirsi di persona in queste occasioni rispondenti all’appellativo di workshop per guardarsi negli occhi mentre parlano di cose serie durante la pausa caffè, per poi riposarsi da cotale sforzo sedendosi su comode poltrone dei varii centri congressi sparsi qua e là in Italia e nel mondo, e quindi cominciare a fare tutto quello che ci si aspetta che un bravo workshopper faccia durante un workshop e cioè duepunti: prendere il suo laptop e cominciare a mandare e-mail. Un fisico di quelli seri, mica io che son fisico per sbaglio, apre la mail e c’ha un numero di mail non lette con almeno tre cifre. Dici e per forza c’ha da fare. Eh no, non hai capito. Lui mica le legge. Lui ne scrive delle altre. Lunghissime. E poi le invia. Essi si scrivono, ma non si leggono. Poi, dopo che hanno scritto lungamente, essi alzano gli occhi, leggono il numero della slide correntemente oggetto del talk del workshop (se fosse stata una riunione si sarebbe chiamata discussione, ma questo era un workshop, quindi si chiama talk), premono avantiavantiavantiavanti sul loro laptop, trovano la slide uguale a quella proiettata, annuiscono e poi aprono la pagina del loro quotidiano online di fiducia e si fanno i fatti loro, i più giovani aprono Facebook e si fanno pure i fatti degli altri, poi controllano il Seminar Bingo (che l’ho scoperto oggi ed è un giuoco bellissimo – non c’è bisogno di farmi notare che solo io lo trovo bellissimo, grazie).


(Via PHD Comics)

Poi alzano di nuovo gli occhi, vedono che il talk è finito, ci sono domande? Se sì allora puoi star certo che è lo stesso della domanda del talk precedente. Se no, nessuno ci ha capito niente. Pausa caffè? Pausa caffè. Quattro talk ho seguito, oggi. Quattro talk senza il mio laptop, ché ignorando usi e costumi dei workshop, l’avevo lasciato a casa. Poco male, perché di laptop ce ne ho avuti a disposizione non uno, ma almeno una trentina. Contemporaneamente.

E questa è l’unica foto che ho fatto, perché sul treno (quello che profuma, parte in orario, va a trecento all’ora e arriva in anticipo) c’avevo di fianco una giapponese e siccome ero partita con l’idea di fare tante foto come i giapponesi, mi son sentita una persona orribile piena di pregiudizi e non ne ho fatta manco una, sul taxi ero troppo occupata a pregare di non morire in tangenziale, durante il (resto del) workshop ero troppo occupata a guardare i laptop altrui e a giudicare quelli vestiti/pettinati male (o non pettinati affatto), all’uscita del workshop ero troppo occupata a pensare di rubare una delle bocce di vetro decorative con tanto di pesci rossi dentro (everybody needs somebody to love), sui mezzi pubblici di Napoli ero troppo occupata a non cadere, sul treno del ritorno ero troppo stanca per cominciare un servizio fotografico dalla fine.

Comunque a Napoli c’è il rumore che si vede. A me piace il suono del silenzio. Al prossimo che mi chiede che vuoi fare da grande gli rispondo duepunti: né il fisico né il workshopper. L’eremita.

Palmipedone #220 —Se fossi cane, bau (*)—

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Ci son delle volte che mi convinco che mi sarebbe piaciuto assai studiare qualsiasi altra cosa,

che sarebbe stato bello, per esempio, essere una letterata, diventare orba sulle opere di Petrarca (che, come dice Sgarbi,

potrebbero tutte essere riassunte nel verso “Dite a Laura che l’amo”

bonbonbonbon-) invece che davanti ad un terminale che ti rifila errori scritti in sanscrito (che, se non ti spingono a strapparti i capelli uno alla volta, di sicuro prosciugano la tua vena poetica, sopprimono la tua capacità di vedere gli elefanti nelle nuvole e fanno piovere il fine settimana);

che sarebbe stato interessante rinfrescare la mia memoria sul personaggio di Leopardi ché, come diceva la mia prof, gli studenti alla fine si ricordano solo che era gobbo e brutto, e infatti io mi ricordo che era gobbo, brutto, e che ha scritto la ginestra che siccome ha gli steli che non si strappano facilmente è metafora di qualcosa che non si strappa facilmente, ma non qualcosa tipo la plastica delle confezioni dell’acqua, qualcosa che c’ha a che vedere con la figura umana o forse ancora con la figura del poeta, probabilmente umana a sua volta, ma non è detto, i poeti di licenze se ne prendono parecchie.

Dicono pure che a lettere le donne siano migliori. Magari è l’ambiente che ti rende migliore, che ne so, noi scienziate siamo esiliate in un posto infestato dalle formiche e dalle zanzare dove però c’è tanto (?) verde e le persone ci portano a spasso cani e/o bambini, e la gente ci fa jogging/le corse con le minimoto e negli interni hanno deciso di optare per dei colori vivaci quali il giallo e l’arancione per compensare il grigiore degli esterni, un grigiore grigio, di quei grigi ai quali non concederesti mai il beneficio del dubbio.

Ci son delle volte che mi convinco che mi sarebbe piaciuto assai studiare qualsiasi altra cosa invece del bosone di Higgs,

che si può dire che io l’abbia compreso solo oggi quando l’ho letto spiegato ad un cane (secondo me tutti gli articoli scientifici dovrebbero mettere una nota a piè di pagina e portare l’esempio della melassa, davvero),

e che continuo a trovare menzionato ovunque, anche nei film, in brevi fotogrammi, scritto da destra verso sinistra:

Snapshot da "A Serious Man", un film incommentabile dei fratelli Cohen

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Palmipedone #210 —μ—

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Atom Heart Mother è un album dei Pink Floyd del 1970. L’ultima traccia del lato B, quando i dischi bisognava ancora girarli come una frittata per ascoltarli tutti, s’intitola Alan’s Psychedelic Breakfast, dura tredici minuti ed è composta di rumori e suoni: rubinetti che gocciolano, stoviglie che urtano, fiammiferi che si accendono, uova che friggono, Alan che mastica, un pianoforte, una chitarra (non nel senso che li mastica, nel senso che si sentono). Ai Pink Floyd questa traccia faceva schifo,

È una schifezza totale.
(David Gilmour)

A me piace, poi dici.

Sulla copertina di Atom Heart Mother, in una foto dai colori saturatissimi, c’è una mucca. Niente titolo, niente nome della band, una mucca e basta: Lulubelle III (è il nome della mucca).

The ultimate picture of a cow; it’s just totally cow.
(Storm Thorgerson)

I Pink Floyd volevano una copertina il meno psichedelica possibile e affibbiarono il compito di crearne una a questo Storm Thorgerson, inglese col nome da svedese, fotografo e designer di fiducia del gruppo. Storm, presi armi, bagagli e macchina fotografica, si recò nella campagna a nord di Londra con in testa un’idea ben precisa, ispirato da una orripilante meravigliosa carta da parati di Andy Warhol che dietro una scala bianca ci sta come l’aceto balsamico sui campi da golf

fotografò la prima mucca che gli capitò sotto tiro. Che io mica ci credo poi. Mica era uno qualunque, questo Storm. È quello della copertina di The Dark Side of the Moon, quella col prisma e la diffusione della luce, semplice ma efficace, e di un sacco d’altre di artisti che ti aspetti (tipo Alan Parsons, che dei Pink Floyd era il tecnico del suono, ed i Led Zeppelin) e di artisti che non ti aspetti (tipo i Cranberries e i Muse). Però la mia preferita è questa:

Phish - Slip, Stitch, Pass © Storm Thorgerson. Courtesy of Idea Generation.
copertina di un album live dei Phish, che comunque non so chi siano. Ed è la mia preferita perché, sin da piccola, mi son sempre piaciuti gli oggetti di uso comune rappresentati in formato extralarge tant’è che, sulle giostre, alla carrozza di Cenerentola preferivo sedere nella tazzona da tè. A proposito di oggetti fuori scala, poi, a me piacciono anche questa

Exposition d'Art contemporain dans le parc de Chaudfontaine (Belgique)
questo

e questo

peluche del muone, decisamente fuori scala con i suoi 10 cm di diametro, decisamente caro (l’intero set di cosi fuffolosi costa 210 dollaroni senza antiparticelle; duecentodieci dindi ed avrete sul vostro divano tutto il Modello Standard e oltre).

Il muone è la mia particella preferita: il nome fa venire in mente una grossa mucca. A me le mucche piacciono un sacco.
Anche quando fanno i cavalli.

E anche cotte.

Palmipedone #202 —Henry Cavendish—

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La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia.
[Leonardo Sciascia – La scomparsa di Majorana – 1975]

Henry Cavendish (1731-1810) era una persona strana. Di quella stranezza tipica di quei personaggi che li cerchi su Wikipedia e ci trovi scritto che probabilmente avevano la Sindrome di Asperger.
Tanto per cominciare ne esiste un solo ritratto, questo:

E ne esiste uno solo perché Cavendish, come raccontano i suoi colleghi dello Royal Society, era

timido e schivo a livelli patologici

talmente tanto da adottare la strategia della fuga per sottrarsi dalle situazioni da lui giudicate insostenibilmente imbarazzanti, tipo i convenevoli e le presentazioni: guardava a terra e poi scappava a gambe levate. Sempre i suoi colleghi raccontano che l’unico modo di coinvolgerlo in una conversazione era quello di non guardarlo e di parlargli come se fosse stato assente. E comunque le conversazioni dovevano limitarsi all’ambito scientifico, ad argomenti riguardanti il puro intelletto: la sfera dei sentimenti, il concetto di bello e quello di sublime, la religione erano ben lungi dall’essere considerati argomenti degni di nota.

Come se non bastasse non nutriva grande simpatia nemmeno nei confronti del genere femminile: le donne del personale domestico non dovevano avere contatti diretti con lui per nessuna ragione al mondo, tutte le comunicazioni avvenivano per iscritto, gli ingressi per la servitù erano diversi, cioè Cavendish entrava ed usciva dalla sua abitazione utilizzando una scala appositamente installata sul retro. Raccontano i membri della Royal Society che, una sera, vi era un gran via vai alle finestre del posto dove si trovavano riuniti per cenare: Cavendish credette che l’oggetto di quelle osservazioni fosse la luna. Quando, una volta avvicinatosi alle finestre, capì invece che tanta attenzione era rivolta ad una bella fanciulla che, in strada, ricambiava curiosa gli sguardi, se ne tornò al suo posto bofonchiando espressioni di disgusto. Non di disapprovazione, notate bene, di disgusto. Disgusto che poi non era tanto lontano dalle reazioni che il suo modo di vestire suscitava negli altri, della serie “Si veste come mio nonno”: camicie con polsini frufru e cappello a tricorno erano i pezzi forti del suo look.

Tuttavia era un grande matematico barra astronomo barra meteorologo barra geologo barra chimico barra fisico barra filosofo. E per questo, nonostante le sue innumerevoli stranezze, era da tutti molto stimato. Scrive George Wilson, suo biografo e a sua volta membro della Royal Society:

Era esattamente l’opposto di quella classe di pensatori la cui inventiva o abilità o successo nella ricerca sono bel aldisotto del loro desiderio di distinguersi, ma che sono diligenti nel diffondere il loro pensiero nonostante esso sia ben lontano dal meritare la pubblicazione.

Tra i pochi studi che videro la luce c’è quello sul peso della Terra o più precisamente sulla sua densità (“Experiments to Determine the Density of Earth”) di cui ho cominciato a parlare qui e per il quale Cavendish si avvalse della strumentazione progettata da un geologo, tale John Michell, ma ricostruita da zero perché Cavendish era uno preciso, uno pignolo, uno un po’ matto. E anche l’esperimento per misurare la densità della terra l’aveva già condotto un tale Maskelyne utilizzando la deviazione di un filo a piombo dalla verticale provocata dalla grande massa del monte Schienhallion, in Scozia (scelto per la sua forma particolarmente simmetrica, stile montagna disegnata da un cinquenne). Con varie approssimazioni sulla cui legittimità Cavendish era abbastanza scettico Maskelyne era giunto alla conclusione che la densità della terra fosse pari a quattro volte e mezzo quella dell’acqua.

Con uno spirito del tipo ora vi faccio vedere io quanto siete tutti degli incapaci, Cavendish assemblò il seguente set up sperimentale:
alle estremità di un’asta di legno lunga circa 2 metri erano appese due palle di piombo da 160 kg l’una, l’asta era a sua volta sospesa attraverso un cavo metallico flessibile, struttura che in fisica prende il nome di bilancia di torsione. L’idea era quella di avvicinare altre due sfere di piombo più piccole a quelle sospese per indurre delle oscillazioni del pendolo provocate dalla loro attrazione gravitazionale. Misurando l’entità di questa forza e confrontandola con quella (nota) fra le sfere grandi e la terra Cavendish giunse alla conclusione che, con una buona precisione, la densità della terra doveva essere pari a 5,48 volte quella dell’acqua, beccatevi questa.

L’esperimento di Cavendish è importante perché costituisce (implicitamente – non era quello il suo scopo) la prima misura della costante di gravitazione universale G che compare nella formula della forza gravitazionale che si esercita fra due masse (M1 ed M2) distanti r,

F=G \frac{M_1 M_2}{r^2}

formula dovuta al ben più famoso Isaac Newton, quello della mela in testa, morto però qualche anno prima senza conoscere l’effettivo valore della costante G.

Per concludere questo papiro (alla fine del quale saranno giunti sì e no in due) non c’è nulla di meglio di un video didattico d’epoca, di quelli che non ne fanno più di così belli (e non ci sono più le mezze stagioni, piove, governo ladro), di quelli che mi piacciono un sacco perché fanno capire la fisica sia ai fisici che ai muri.

Palmipedone #197 —Sailing to Philadelphia—

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Nel 1861 Re Carlo II d’Inghilterra concesse a tale William Penn la fondazione, in America, di una colonia a maggioranza religiosa quacchera comprendente il territorio del Delaware (già colonia olandese) e le zone circostanti sopra il Maryland che, invece, c’era già da prima.
L’atto costitutivo del Maryland stabiliva il suo confine settentrionale al 40° parallelo nord. Quello della neonata Pennsylvania definiva invece il confine sud lungo il Twelve-Mile Circle (una specie di arco di cerchio di raggio di circa dodici miglia centrato sulla cupola del palazzo di giustizia della città di New Castle, in Delaware), percorso in senso antiorario, e lungo il medesimo 40° parallelo per una longitudine ovest corrispondente a cinque gradi. Capitale della colonia sarebbe stata Philadelphia. Vi ho fatto un disegno:


Sarebbe stato perfetto se il 40° parallelo avesse effettivamente intersecato il Twelve-Mile Circle: non solo è decisamente più a nord, ma si trova anche più a nord della città di Philadelphia la quale non risultava quindi in Pennsylvania, ma in Maryland. Con sommo disappunto quacchero. E che ci fu una guerra di confine non c’è bisogno che ve lo venga a raccontare io.

La corona britannica si decise a risolvere il problema con appena ottant’anni di ritardo, nel 1760, quando inviò due tizi a risolvere la questione.
Il primo era un cartografo, tale Jeremiah Dixon, un Geordie, cioè inglese originario della regione del Tyneside (dal nome del fiume Tyne) e per la precisione della contea di Durham, che se v’immaginate la Gran Bretagna come una vecchia seduta che guida, questi posti stanno un po’ più giù della cervicale della vecchia in questione. Il padre era proprietario di miniere di carbone ed era quacchero, questa è una storia piena di quaccheri.
Il secondo, Charles Mason, era un astronomo del Gloucestershire (che si trova sotto il braccio della vecchia). Per qualche anno aveva lavorato presso l’osservatorio reale di Greenwich come assistente del Reverendo James Bradley. E James Bradley non era mica uno qualunque, ma la sua storia l’ha già raccontata in maniera magistrale uno che di astri e astronomi se ne intende sicuramente più di me, e questo tale è il mio Prof. di astrofisicadue Amedeo Balbi, che è pure un divulgatore di prim’ordine. Quindi se volete sapere qualcosa in più su James Bradley ve lo andate a leggere qui. Charles Mason, figlio di un panettiere (che non sono riuscita a capire se fosse quacchero o meno), si dedicò per tutta la sua vita, in qualità di astronomo, a perfezionare le cosiddette Tavole Lunari che dovevano servire come strumento per determinare la longituidine durante la navigazione.
I due si conobbero durante una spedizione verso Sumatra (nell’Oceano Indiano) per osservare il transito di Venere (Dixon, oltre ad essere un cartografo, era anche un astronomo dilettante); per amor di cronaca a Sumatra non ci arrivarono in tempo perché la spedizione subì un attacco da parte di una tre alberi francese per cui furono costretti ad effettuare l’osservazione da Capo di Buona Speranza, che è la punta meridionale dell’Africa.
Nel 1763 i due furono incaricati dalla Royal Society per conto della Corona Britannica di stabilire un nuovo confine fra Pennsylvania/Delaware e Maryland ché, chiaramente, la scelta del 40° parallelo nord non era ottimale per nessuno. Ci misero cinque anni. La Mason-Dixon Line risultò composta composta di quattro “segmenti”: una linea tangente, una linea Nord, un arco di cerchio (il Twelve-Mile Circle) ed il 39°43′ parallelo nord, appena sotto il punto più a sud di Philadelphia, per fare contenti i quaccheri.


Tra la linea Nord, il 39° parallelo ed il Twelve-Mile Circle risultò confinato un piccolo cuneo di terra (the Wedge) sul quale solamente il Maryland non poteva esercitare alcun diritto di possesso in quanto aldilà della Mason-Dixon Line. D’altro canto Pennsylvania e Delaware si trovavano entrambi sotto lo stesso governatore per cui, inizialmente, non c’era alcun interesse nel chiarire di chi fosse la giurisdizione. Ovviamente quando Delaware e Pennsylvania divennero indipendenti l’uno dall’altro il triangolino di terra divenne motivo di liti che terminarono ufficialmente solo nel 1921. Nel millenovecentoventuno. Dopo tre anni nacque mia nonna. E Rita Levi Montalcini era già nata. Nel millenovecentoventuno decisero che sarebbe appartenuto al Delaware. È così ancora oggi.

Vi ho raccontato tutta questa storia primo per accrescere immensamente la vostra cultura, secondo perché mi piace aver qualcosa da narrare che non siano gli affari miei e terzo perché c’è una canzone bellissima in cui Mark Knopfler e James Taylor interpretano rispettivamente Jeremiah Dixon (the Geordie boy) e Charles “Charlie” Mason (a baker’s boy) che si recano a Philadelphia (a world away the coaly Tyne, un posto lontano dal Tyle nero di carbone) per disegnare la Mason-Dixon Line.
E niente. La canzone è questa:

ed il testo lo trovate qui.

Fra l’altro, mentre si occupavano di prendere le misure necessarie per tracciare la Mason-Dixon Line, i nostri eroi si accorsero di un errore sistematico: detto in soldoni, le misure effettuate con il teodolite tiravano da una parte. Quando queste informazioni giusero alla Royal Society, in Inghilterra, un altro illustre membro, tale Henry Cavendish, capì che la grande massa dei monti Allegheny, esercitava un’attrazione gravitazionale sugli strumenti di misura dei due scienziati britannici: tale attrazione, per quanto lieve, non era compensata sul lato opposto da una massa equivalente poiché l’acqua dell’oceano Atlantico era molto meno densa della roccia.

Poi, magari, il resto della storia ve lo racconto un’altra volta.

Palmipedone #190 —L’istogramma dell’amicizia—

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Nell’analisi dati della fisica delle alte energie esiste uno strumento molto utile che si chiama l’istogramma di cutflow.
Non è un post di fisica, questo, ma una introduzione un po’ lunga devo per forza scriverla per permettervi capire l’argomento della cogitazione cogitata stanotte alle ore dueetrenta, quando improvvisamente il demonio si è impossessato del clacson di una macchina parcheggiata nelle vicinanze della mia dimora, portandolo a suonare senza ragione alcuna e continuativamente per un tempo interminabile (alla fine il beeeep io lo percepivo persino sdoppiato, ho creduto di impazzire): onde evitare di concentarmi sul suono suddetto rendendolo così padrone del mio cervello oltre che delle mie orecchie* mi sono detta pensiamo a quello che devo fare tra ore circa sette ed ho smesso di fare da ore circa sei, che vita di merda che (non) vivo, quindi no, non pensiamo a questo, pensiamo alle persone che ho incontrato in tutta la mia vita. E, combinando alla fine i due pensieri, ho scoperto che gli amici che ho ora costituiscono l’ultima colonna di una specie di istrogramma di cutflow per quella che chiameremo la selezione in amicizia.
Dunque.
La fisica delle alte energie è una branca della moderna fisica sperimentale che si occupa dello studio dei prodotti della collisione di fasci di particelle accelerati ad energie molto elevate, mo’ vi spiego: è come uno scontro frontale fra due automobili ad altissima velocità tranne per il fatto che, nello scontro, le particelle che “muoiono” danno vita a tantissime particelle figlie e di tantissimi tipi. Di tutte queste particelle figlie alcune sono più interessanti da studiare e per questo vanno oppurtunamente riconosciute nel groviglio che si presenta dopo una collisione che è una cosa tipo questa. Bisogna quindi elaborare dei criteri per riconoscerle e, come in un moderno Indovina Chi, scartare per gradi quelle che non soddisfano determinati criteri. La selezione ha come risultato una diminuzione nel numero dei candidati interessanti.
Se, con questi numeri, si riempie un istogramma, si avrà di fatto una cosa che assomiglia ad una scalinata con dei gradini di altezza disuguale, insomma una cosa del genere (direttamente dal mio lavoro di stage):

Tra il passo 1 e il passo 2 la selezione è stata spietata, non così tanto fra il passo 2 ed il passo 3 eccetera eccetera. I superstiti alla selezione che avviene al punto 6 sono i canditati buoni, non vi sto a spiegare per cosa. Tutti gli altri (vale a dire i tipo 30000 di partenza meno i 5000 rimanenti) possono anche cadere nell’oblio.
Ecco.
Nella mia testa stanotte alle ore dueetrenta, mentre il suono del clacson tentava prepotentemente di entrarmi nel cervello, mi sono immaginata l’istogramma di cutflow per la selezione in amicizia.
Ed è più o meno così (che è meno professional di quello di prima, molto più casalingo e anche più bellino, diciamocelo):

Allora.
La colonna 1 rappresenta la totalità delle persone, 100 è un numero a caso, che ho incontrato nel corso della mia esistenza. La colonna 2 rappresenta i sopravvissuti alla selezione sorriso. Sono coloro che almeno una volta sono riusciti a farmi ridere con gli occhi. Magari una volta sola, ma una volta sì. La colonna tre raccoglie i reduci dalla selezione buon ascoltatore. E chi mi ha già letto sa quanto per me sia importante. La colonna quattro è costutuita da coloro che, oltre ad essere irrimediabilmente simpatici ed ottimi ascoltatori sono anche degli ottimi narratori delle cose di tutti i giorni, sono coloro che fanno caso allo sfondo delle foto, per dirlo all’Amélie, ai particolari che nessuno noterà mai, e sanno raccontarli, coloro, e pure questo da qualche parte l’ho già detto, con i quali anche il silenzio non è mai zitto. E rispetto al livello precedente ne sono morti parecchi. Quelli della colonna cinque, oltre a saper fare tutte le cose della colonna quattro, sono coloro che mi cercano anche se io, a riguardo, sono una che si fa un po’ desiderare specialmente in periodi come questo in cui mi sembra di impazzire (colgo l’occasione per chiedere loro scusa). I quattro gatti della colonna sei sono coloro che, infine, mi conoscono.
I quattro gatti della colonna sei hanno passato tutte le strettissime selezioni, i quattro gatti della colonna sei si conoscono (almeno per nome) fra loro, i quattro gatti della colonna sei sono gli amici.
E non è che l’istogramma di cutflow mi sia servito per capire questo (perché lo sapevo già),  piuttosto per rendermi conto di quante persone io abbia perso per la strada, alcune delle quali, a dir tutta la verità, hanno preferito perdersi.
Peggio per loro.

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*l’apparato uditivo è concepito peggio di quello visivo. Nel senso che se uno non vuole vedere basta che chiude gli occhi ed è buio, se uno non vuole sentire deve provvedere ad una otturazione meccanica e beh, non è che sia comodissimo.