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Palmipedone #228 —Grease—

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Grease in inglese significa brillantina.
E questo avrebbe dovuto farvi intuire che Grease è, prima di tutto, un film sui capelli. In particolare, poi, è un film sui capelli di Sandy.

Sandy è la protagonista e all’inizio del film è pettinata da brava ragazza/vecchia. Così:

Poi succede che Sandy decide di dare una mini-svolta alla sua vita di brava ragazza e si improvvisa cheerleader. Per l’emozione le crescono i capelli di almeno venti centimetri, tanto che, seppur raccolti in una coda altissima, sono anche più lunghi di qualche ora prima, quando era pettinata da vecchia, ohibò.

La sua indole da brava ragazza è però prepotente al punto che, nel giro di cinque minuti, la nostra eroina torna alla sua condizione di partenza se non ad una addirittura precedente.

Poi decide di uscire con uno un po’ tonto. I capelli si allungano q.b.

Quando decide di uscire con uno meno tonto i capelli si allungano assai.

Alla fine decide di diventare una bad bad girl, i suoi capelli non ci capiscono più niente e si arricciano tutti.

Fine.

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Palmipedone #220 —Se fossi cane, bau (*)—

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Ci son delle volte che mi convinco che mi sarebbe piaciuto assai studiare qualsiasi altra cosa,

che sarebbe stato bello, per esempio, essere una letterata, diventare orba sulle opere di Petrarca (che, come dice Sgarbi,

potrebbero tutte essere riassunte nel verso “Dite a Laura che l’amo”

bonbonbonbon-) invece che davanti ad un terminale che ti rifila errori scritti in sanscrito (che, se non ti spingono a strapparti i capelli uno alla volta, di sicuro prosciugano la tua vena poetica, sopprimono la tua capacità di vedere gli elefanti nelle nuvole e fanno piovere il fine settimana);

che sarebbe stato interessante rinfrescare la mia memoria sul personaggio di Leopardi ché, come diceva la mia prof, gli studenti alla fine si ricordano solo che era gobbo e brutto, e infatti io mi ricordo che era gobbo, brutto, e che ha scritto la ginestra che siccome ha gli steli che non si strappano facilmente è metafora di qualcosa che non si strappa facilmente, ma non qualcosa tipo la plastica delle confezioni dell’acqua, qualcosa che c’ha a che vedere con la figura umana o forse ancora con la figura del poeta, probabilmente umana a sua volta, ma non è detto, i poeti di licenze se ne prendono parecchie.

Dicono pure che a lettere le donne siano migliori. Magari è l’ambiente che ti rende migliore, che ne so, noi scienziate siamo esiliate in un posto infestato dalle formiche e dalle zanzare dove però c’è tanto (?) verde e le persone ci portano a spasso cani e/o bambini, e la gente ci fa jogging/le corse con le minimoto e negli interni hanno deciso di optare per dei colori vivaci quali il giallo e l’arancione per compensare il grigiore degli esterni, un grigiore grigio, di quei grigi ai quali non concederesti mai il beneficio del dubbio.

Ci son delle volte che mi convinco che mi sarebbe piaciuto assai studiare qualsiasi altra cosa invece del bosone di Higgs,

che si può dire che io l’abbia compreso solo oggi quando l’ho letto spiegato ad un cane (secondo me tutti gli articoli scientifici dovrebbero mettere una nota a piè di pagina e portare l’esempio della melassa, davvero),

e che continuo a trovare menzionato ovunque, anche nei film, in brevi fotogrammi, scritto da destra verso sinistra:

Snapshot da "A Serious Man", un film incommentabile dei fratelli Cohen

_________________
(*)

Palmipedone #209 —Un post (troppo) lungo—

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Però l’ho diviso in sezioni.

[Premessa:

La mia prolungata assenza non ha una spiegazione vera e propria.
È che io c’ho questo grande, grandissimo limite, sono monotasking, e lentissima per giunta, per cui la mia dedizione nel compiere attività che altri riuscirebbero persino a conciliare con il salto a corda è  esclusiva (nel senso che ne esclude altre) e totale. E duratura nel tempo e nello spazio. Se sono concentrata vivo in una vera e propria bolla e ciò mi permette di leggere e studiare anche in ambienti non troppo silenziosi, impedisce alle persone che mi circondano di ottenere delle risposte sensate a domande poste di sfuggita (la risposta standard  in automatico è non lo so) e, in un certo senso, rende le mie giornate poco produttive in termini di quantità. L’aver inserito delle “nuove” attività nella mia routine quotidiana ne ha scalzate delle altre, tra cui quella della scrittura che richiede un tempo molto superiore a quello che occorre semplicemente per pigiare i tasti (sì, i deliri che scrivo li penso pure, prima, e a lungo).]

La rabdomante di libri

In libreria c’ero entrata per comprare Dance Dance Dance, che è un libro di Haruki Murakami, lo stesso scrittore di quel Norwegian Wood che tanto mi era piaciuto: doveva essere un acquisto quasi a colpo sicuro per questo motivo (di lei mi fido). Epperò quando entro in una libreria succede sempre la stessa cosa, cioè che comincio a vagare alla ricerca del libro in questione (perché più la libreria è grande più è bella la caccia al tesoro), lo trovo, lo prendo, lo giro, leggo la quarta di copertina, prendo quello di fianco, leggo la quarta di copertina, se sono in compagnia chiedo
–  secondo te qual è meglio, questo o quest’altro?
–  secondo me questo
e allora prendo quell’altro oppure prendo direttamente quell’altro senza interpellare nessuno. Ero entrata per Dance Dance Dance e ho comprato Kafka sulla spiaggia, stesso autore, qualche pagina in più, guidata sostanzialmente dal caso o, per chi ci crede (io mica tanto), da vibrazioni emanate dal libro e definitivamente convinta dal fatto che uno dei protagonisti sia un vecchio che parla con i gatti, io pure parlo con i gatti. E li insulto.

Kafka sulla spiaggia

Kafka sulla spiaggia è un libro strano ai limiti dell’inquietante, popolato di personaggi usciti direttamente dai loghi delle bottiglie di Whisky o delle catene di fast food, un romanzo in cui piovono pesci e sanguisughe (e la notte prima di leggere della pioggia ittica avevo sognato una pioggia di uccelli morti e di polli arrosto esplosivi causata da bombe chimiche dell’URSS detonate nella stratosfera, la coincidenza mi ha fatto un po’ paura), in cui, e non ho capito se questa sia una caratteristica della letteratura giapponese in generale (perché l’ho notata anche in Norwegian Wood), il sesso è come leggerlo sulle istruzioni di montaggio di una cassettiera IKEA, diciamo una cassettiera disinibita, la donna è contemporaneamente colta musa ed escort, niente ha senso, però non riesci a smettere di leggere. Kafka sulla spiaggia è un libro allo stesso tempo bellissimo e orribile, bellissimo mentre lo leggi, orribile quando cerchi di trovargli un senso, bellissimo di nuovo quando smetti di pensarci, orribile quando trovi passaggi tipo

– Dica un po’, non vuole fare la cacca?
– In effetti ,ora che ci penso, sì, ne avrei giusto voglia.
– Allora vada, il gabinetto è lì.
– E lei, signor Hoshino, non deve andare?
– Io la farò dopo con calma, vada prima lei.
– Va bene, grazie, allora Nakata andrà per primo a fare la cacca.

Oppure ancora

Tornato in casa, mi asciugo con cura. Siedo sul letto e mi guardo il pene. Ha un aspetto sano e roseo. Il glande, che solo da poco esce completamente dal prepuzio, battuto dalla pioggia, fa ancora un po’ male.

(Esplorando il corpo umano / quante cose che impariamo)
Se non si considerano tali passaggi che tendo ad attribuire alle differenze socio-psico-fisico-culturali il libro è bellissimo perché è terribilmente senza senso come i miei sogni, è una specie di tana del bianconiglio in cui non si cade solo verso  il basso, ma anche verso destra, sinistra, e a volte verso l’alto (però lo devo ancora finire, mi riservo la possibilità di cambiare radicalmente idea).

Ancora sul Giappone

Siccome il libro non era abbastanza ho visto pure Norwegian Wood, il film, in giapponese con sottotitoli in inglese. E, come quasi sempre mi accade quando guardo la trasposizione cinematografica di un libro che ho letto (e mi è piaciuto), ho avuto come l’impressione che il film fosse una raccolta d’immagini suggestive per accompagnare il libro. Poco altro. E poi c’è sempre quel maledetto problema della donna un po’ musa un po’ escort che mi lascia perplessa, ma forse sono io. Voto 6.

Per il resto

È arrivata di colpo la primavera, forse è già qualcosa in più che primavera,
sono tornata a correre,
ho la stessa quantità di fiato del lupo de La spada nella roccia
e ho imparato a fare il nodo alle cravatte (le cravatte a pois possono essere indossate solo in presenza di tende a pois):

Palmipedone #199 —Tuàilait—

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Ciò che segue è il riassunto del primo film di Tuàilat (nel caso in cui vi stiate mangiando i gomiti per non averlo ancora visto) copiato ed incollato (a grande richiesta) da un vecchio monolgo su msn prontamente ripescato dagli archivi dopo aver udito oggi pronunziar cotali parole

Tuàilait è un bel film.

Beh NO.

***

Allora
c’è questa qua che si chiama Bella di nome e di fatto (pare) e ha cambiato scuola perché si è trasferita vivere con il padre in un paese triste e piovoso; nella nuova scuola non conosce nessuno e, pur essendo simpatica quanto Mercoledì della famiglia Addams e piena di vita quanto un bradipo morto, siccome è bella (pare), tutti sono amici suoi da subito
e poi c’è Edward Cullen che è un tipo strano con la faccia piatta ed il colorito cianotico che quando vede Bella ha degli incontenibili conati di vomito e lei pensa “forse è perché puzzo, fatemi sentire se puzzo [si annusa] no, non puzzo”, allora lo affronta
-ciao Edward io sono Bella perché mi odi?
-no bella (inteso nel senso di bella mia) non possiamo ESSERE AMICI, io sono cattivo
-no tu sei buono
-no, tu non lo sai, ecco
e poi Edward non va più a scuola, poi torna
-attenta Bella ti stanno per investire
e lui la salva e lei dice
-chi sei?
e lui
-non te lo posso dire, io sono cattivo
allora lei va su Yahoo Answer e scrive “lui mi odia. Xké?” e su Yahoo Answer le rispondono “lo vuoi un calcio rotante?”, “puzzi” e “attenta, forse è un vampiro”; comiciano quindi a venirle dei dubbi e, per chiarirseli, va da lui, lo prende per mano e lo porta nel bosco mentre c’è la musica di sottofondo (in tutto il film c’è la musica di sottofondo, e quando dico tutto intendo tutto), comunque lo porta nel bosco e gli dice
-io ho capito chi sei
e lui
-dillo ad alta voce
-sei un vampiro
-hai paura?
-ma anche no
-ottimo perché io non posso starti lontano visto che mi piace il tuo odore, tu sei la mia eroina, tu sei il mio barbecue, magari un giorno non resisto più e ti mangio
e lei, non si sa bene il perché, continua a strofinare il suo odore di ciccia su di lui e lui, che ha tanta voglia di barbecue, le dice
-occhei ci vogliamo amare?
-massì, amiamoci
però manco si baciano perché lui poi magari si sbaglia e se la mangia anche se lui è un vampiro buono perché mangia solo le bestie, non le belle, lui e tutta la sua famiglia sono vampiri: non invecchiano non dormono e hanno la pelle che al sole sbrilluccica e lei gli dice
-sei bellissimo
(lei è fortemente miope e contemporaneamente presbite mi sa)
-e lui le dice odori di barbecue
(lui è inquietante non poco e lei non si lava)
e niente poi la invita a pranzo a casa sua e a casa sua mica si mangia, quindi la invita per fare scena, poi vanno in camera di lui ma lui non ha il letto (e lei è visibilmente delusa) perché i vampiri non dormono e quindi
-mo’ che famo?
-balliamo?
-si balliamo
-anzi no, andiamo ad arrampicarci sugli alberi come le scimmie
e lui parte a razzo, giuro, parte a razzo con le gambe che roteano come quelle di Beep Beep quando “scappa” da Willy il Coyote e lei sospira, lei sospira per tutto il film, poi lui dice
-vieni a giocare con la mia famiglia a baseball
lei ci va, però là incontrano dei vampiri, altri, di quelli cattivi che pure a loro gli piace l’odore di barbecue però poi la ciccia se la mangiano e allora c’è questo vampiro cattivo che vuole a tutti costi la ciccia Bella e poi la insegue
-scappiamo
dice Edward
-scappiamo
sospira lei, e scappano, ma lei lascia la scia di ciccia e quello cattivo la insegue e allora fanno la lotta e quello cattivo muore perché gli staccano la testa però, prima di andare in frantumi (i vampiri senza testa si frantumano come la porcellana, brrr porcellana! -citazione per pochi-) morde Bella
-presto Edward succhia il veleno da Bella! (voce fuori campo di uno degli altri personaggi più o meno inutili)
-non posso, sennò me la bevo
-presto sennò diventa vampira!
-vabbè va
e se la succhia
-basta sennò la ammazzi
e quindi smette e poi lei va all’ospedale e si inventano che è caduta dalle scale come se a uno che cade dalle scale gli rimangono i segni di denti sulle braccia e comunque a lei ancora piace lui che poi perché non si sa, forse perché al sole scintilla come un diamante e i diamanti sono i migliori amici delle ragazze, e pure a lui l’odore di barbecue piace sempre e allora vanno a ballare e lei
-perché non mi hai fatto diventare vampira? saremmo stati insieme per sempre
e lui
-no perché sennò poi perdi il tuo odore di barbecue
perché quello che emerge dal film è che a lui di lei piace solo l’odore di barbecue, comuque lei gli dice
-trasformami adesso
lui gli dice
-sei sicura?
lei sospira (lei sospira sempre ed ha sempre l’aria attonita e fa strane mosse con la bocca, molto teatrali) insomma sospira emanando odore di barbecue e poi dice
-ma anche no
e poi (finalmente) finisce il film e pure quella maledetta musichetta che entra nel cervello.
Non ho manco nominato Jacob perché durante il primo film va ancora in giro vestito e ciò non lo rende degno di nota.

FINE

(ma non del tutto perché poi c’è il sequel, il trequel e da quello che ho capito pure il quadraquel. Siccome il secondo l’ho visto che stavo distratta non sarò mai in grado di farne un riassunto: per fortuna uno bello -e fedele- esiste già ed è quello della mia collega L.Wonka e ve lo consiglio spassionatamente perché è meglio del film. E di molto altro.)

Palmipedone #113 —Lezione 21—

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C’è una mia amica che, quando esamina i miei gusti musicali/letterari/cinefili li riassume nella dicitura di un polacco morto suicida, copie vendute due, a volte resa più drammatica dalla sordità/cecità/mutismo del suddetto, fra l’altro non sempre polacco (l’ultima volta ascoltavo Yann Tiersen e mi disse togli questa musica rumena). Che poi ci terrei a precisare che non è vero, io sono una dai gusti piuttosto convezionali, tutto ciò che ascolto/leggo/guardo non è affatto di nicchia, è stato scoperto e apprezzato da altri, molti altri, prima di me. Non ho mai avuto la pretesa di fare l’alternativa: ho sempre avuto la convinzione che per permettersi di esserlo (che pare che vada tanto di moda, ma poi cosa vuol dire non lo sanno manco quelli che si definiscono tali) bisogni prima di tutto essere grandi esperti del convezionale, studiarlo e, nella sua esplorazione, concedersi talvolta di deviare il percorso su sentieri laterali che, per quanto uno possa illudersi di essere stato il primo a scoprirli, saranno in realtà già stati calpestati da altri, più e più volte. Il che coincide spesso con la sicurezza che i suddetti conducano effettivamente da qualche parte, minimizza il rischio di perdere l’orientamento, come succede in montagna con le scorciatoie: qualcuno (molto intraprendente) le crea per primo e, se saranno scorciatoie convenienti, verranno mano a mano quasi a sostituire il sentiero segnato, altrimenti saranno di nuovo sommerse dalla vegetazione e tanti cari saluti.

Se, nell’esplorazione del convenzionale, ti trovi per caso su Via Baricco è inevitabile che ti venga la voglia di percorrerla fino in fondo (sempre ammesso che un fondo esista), di esplorarne incroci e traverse. Ed è altrettanto scontato che questa esplorazione ti conduca a Lezione 21: un film che racconta la nascita della nona sinfonia di Beethoven, ambientato fra la neve, nella neve, popolato di personaggi strambi che si comportano in modo ancora più strambo della loro apparenza, un documentario musicale/visivo della durata complessiva di un’ora e mezza in cui non succede assolutamente niente, niente di niente. Le reazioni possibili sono due: o scappi urlando da Via Baricco e decidi di non tornarci mai più, oppure rischi che diventi la tua strada preferita, tanto da tornarci continuamente (e ogni volta non è mai come quella precedente).

Segue video per rimediare alla recensione penosa:

I went to Baricco and I said to him “Now, come on, the time has come: what is this film about?”
He said “I don’t know”. He said “I know no answers, only questions”.
And I think that’s very telling.
I think the film is about asking questions.

John Hurt

Palmipedone #66 —Alta Fedeltà—

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Quando, fra tanti film ancora da vedere, la tua scelta cade su di uno in particolare, può essere per tanti fattori.
1) Te lo hanno consigliato.
2) Sei affascinato dal titolo.
3) Fra gli attori c’è Johnny Depp.
4) Hai letto il libro da cui è stato tratto (e il libro in questione ti è piaciuto).
La quattro, per me, in questo caso.

Fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno chi fosse, Nick Hornby. Poi, quando sono entrata a far parte di aNobii, vasta comunità (di recupero) per lettori (incalliti), ho visto che è uno di quegli autori che su una libreria che può definirsi rispettabile non manca mai. Allora ho deciso di informarmi meglio, sfruttando uno dei miei vicini di libreria (tale in quanto possessore di volumi simili o uguali ai miei, e quindi, presumibilmente con gli stessi miei strani gusti), il quale, presa a cuore la mia situazione di novizia, in una inaspettatamente lunga e simpaticissima lettera, mi ha spiegato le innumerevoli ragioni per cui avrei dovuto avvicinarmi allo scrittore suddetto, citando in calce il seguente brano:
Ma quello che non capisco è come faceva a preparare il cibo caldo. E poi come si fa a sapere cosa dev’essere caldo e cosa no? Perchè a volte avevamo il prosciutto. Freddo. E a volte avevamo il bacon. Caldo. E quando lo compri mica ti dicono come dev’essere. Pensavo che te lo dicessero. Io lo compro, ma non so che cosa farci. E la lattuga e il cavolo? E il pollo caldo e il pollo freddo? Sono sicuro che una volta abbiamo mangiato le patate calde, ma non sono come le patate fredde che compri in negozio. Quelle che ho comprato facevano schifo. Forse ho comprato per sbaglio quelle da far calde, e invece erano quelle da far fredde fatte calde. Ero confuso. Ero confuso quando le ho mangiate e sono confuso quando le compro. Mi sento molto confuso.

E allora ho capito che mi sarebbe piaciuto, leggere Hornby. E, come consigliatomi dal mio vicino di libreria (Wettio, grazie) ho comperato Alta Fedeltà, girando ben tre librerie per trovarlo. Mi è piaciuto. Tanto. Ma mi ha anche fatto venire i nervi. Perché i libri di Hornby sono un po’ del tipo ti piace vincere facile? Perché, per citare ancora Wettio, Hornby scrive i libri come Max Pezzali le canzoni, sembra che chiunque, con un minimo di impegno, possa tirar fuori una roba così, che ci vuole? Quello che c’è fra le pagine è ciò che nei miei post, qui sul blog, taggo come everyday life, vita di tutti giorni, noiosa, a volte anche abbastanza banalotta. E allora perché quella di Hornby è Nutella e la mia è Ciao Crem? Perché la sua è Coca-Cola e la mia è Freeway Cola Lidl?

Per questo ero incuriosita dalla trasposizione cinematografica di Alta Fedeltà, per riuscire a capire se, visto che è difficile imitarlo (cercasi ingrediente segreto), almeno sia possibile copiarlo, Hornby. E, al posto mio, lascio parlare 2 citazioni uguali, ma diverse, tratte
dal libro…

« Ce l’hai la soul? » mi domanda una donna, il pomeriggio del giorno dopo. Considerando che soul vuol dire anima vorrei risponderle: Dipende, certi giorni sì, certi giorni no. Qualche giorno fa ero a zero: adesso ce ne ho un sacco, fin troppa, più di quella che posso gestire. Vorrei avere meno alti e bassi ed essere più equilibrato, ma non ci riesco. Capisco però che costei non è affatto interessata ai miei problemi di gestione del magazzino interiore, così mi limito a puntare il dito verso gli espositori dove tengo la soul, vicino all’uscita, appena dopo il blues.

…e dal film:

« Senti, ce l’hai… musica soul? »
« Non lo so, dipende. » [Trillo del telefono] « Prova là in fondo, accanto al blues. »

Sorvolando sul fatto che il doppiaggio Italiano aggiunge quel “musica” del tutto superfluo, del tutto ridondante, è immediato capire che uno che non abbia letto il libro, prima, non riuscirebbe a dare il giusto peso a quel dipende. E questo scambio di battute, come molti altri,  passerebbe completamente inosservato.

Ora penserete che è una schifezza, il film, mentre io avevo cominciato a scrivere questo post con l’intenzione di consigliarvelo perché mi è piaciuto e merita  che gli dedichiate i 100 minuti che dura. Tutta la premessa serviva semplicemente a mettere le mani avanti, a dire che, se dopo averlo visto vi avrà disgustato oppure non ci avrete capito niente, è perché dovevate leggere il libro prima di guardarne il riassunto, fidandovi di me (anche se sono di una sottomarca economica).

Quando, fra tanti film ancora da vedere, la tua scelta cade su di uno in particolare, può essere per tanti fattori.

1) Te lo hanno consigliato

2)Sei affascinato dal titolo.

3) Fra gli attori c’è Johnny Depp.

4) Hai letto il libro da cui è stato tratto (e il libro in questione ti è piaciuto).

La quattro, per me, in questo caso.

Fino a poco tempo fa non sapevo nemmeno chi fosse, Nick Hornby. Poi, quando sono entrata a far parte della vasta comunità (di recupero) per lettori (incalliti) di aNobii, ho visto che è uno di quegli autori che su una libreria che può definirsi rispettabile non manca mai. Allora ho deciso di informarmi meglio, sfruttando uno dei miei vicini di libreria (tale in quanto possessore di volumi simili o uguali ai miei, e quindi, presumibilmente con gli stessi miei strani gusti), il quale, presa a cuore la mia situazione di novizia, in una inaspettatamente lunga e simpaticissima lettera, mi ha spiegato le innumerevoli ragioni per cui avrei dovuto avvicinarmi allo scrittore suddetto, citando in calce il seguente brano:

Ma quello che non capisco è come faceva a preparare il cibo caldo. E poi come si fa a sapere cosa dev’essere caldo e cosa no? Perchè a volte avevamo il prosciutto. Freddo. E a volte avevamo il bacon. Caldo. E quando lo compri mica ti dicono come dev’essere. Pensavo che te lo dicessero. Io lo compro, ma non so che cosa farci. E la lattuga e il cavolo? E il pollo caldo e il pollo freddo? Sono sicuro che una volta abbiamo mangiato le patate calde, ma non sono come le patate fredde che compri in negozio. Quelle che ho comprato facevano schifo. Forse ho comprato per sbaglio quelle da far calde, e invece erano quelle da far fredde fatte calde. Ero confuso. Ero confuso quando le ho mangiate e sono confuso quando le compro. Mi sento molto confuso.

E allora ho capito che mi sarebbe piaciuto, leggere Hornby. E, come consigliatomi dal mio vicino di libreria (grazie , Wettio) ho comperato Alta Fedeltà, girando ben tre librerie per trovarlo. Mi è piaciuto. Tanto. Ma mi ha anche fatto venire i nervi. Perché i libri di Hornby sono un po’ del tipo ti piace vincere facile? Perché, per citare ancora Wettio, Hornby scrive i libri come Max Pezzali le canzoni, sembra che chiunque, con un minimo di impegno, possa tirar fuori una roba così, che ci vuole? Quello che c’è fra le pagine è ciò che nei miei post, qui sul blog, taggo come everyday life, vita di tutti giorni, noiosa, a volte anche abbastanza banalotta. E allora perché quella di Hornby è Nutella e la mia è Ciao Crem? Perché la sua è Coca-Cola e la mia è Freeway Cola Lidl?

Per questo ero incuriosita dalla trasposizione cinematografica di Alta Fedeltà, per riuscire a capire se, visto che è difficile imitarlo (cercasi ingrediente segreto), almeno sia possibile copiarlo, Hornby. E, al posto mio, lascio parlare 2 citazioni uguali, ma diverse, tratte

dal libro…

« Ce l’hai la soul? » mi domanda una donna, il pomeriggio del giorno dopo. Considerando che soul vuol dire anima vorrei risponderle: Dipende, certi giorni sì, certi giorni no. Qualche giorno fa ero a zero: adesso ce ne ho un sacco, fin troppa, più di quella che posso gestire. Vorrei avere meno alti e bassi ed essere più equilibrato, ma non ci riesco. Capisco però che costei non è affatto interessata ai miei problemi di gestione del magazzino interiore, così mi limito a puntare il dito verso gli espositori dove tengo la soul, vicino all’uscita, appena dopo il blues.

…e dal film:

« Senti, ce l’hai… musica soul? »

« Non lo so, dipende. » [Trillo del telefono] « Prova là in fondo, accanto al blues. »

Sorvolando sul fatto che il doppiaggio Italiano aggiunge quel “musica” del tutto superfluo, del tutto ridondante, è immediato capire che uno che non abbia letto il libro, prima, non riuscirebbe a dare il giusto peso a quel dipende. E questo scambio di battute, come molti altri,  passerebbe completamente nell’ombra, il che è veramente un peccato.

Ora penserete che è una schifezza, il film, mentre io avevo cominciato a scrivere questo post con l’intenzione di consigliarvelo, perché è bello, perché mi è piaciuto. Tutta la premessa serviva semplicemente a mettere le mani avanti, a dire che, se dopo averlo visto vi avrà disgustato oppure non ci avrete capito niente, è perché dovevate leggere il libro. Prima.