Archivi tag: everyday life

Palmipedone #235 —La caccia—

Standard

Sin dalla notte dei tempi, precedente il giorno dei tempi che, a parer di molti, non è ancora giunto poiché l’umanità pare perseverare nell’aggirarsi a tentoni in questi che, a guardarli con uno sguardo critico, non hanno mai smesso di essere tempi bui,

sin dalla notte dei tempi, dicevamo, tra gli uomini non particolarmente dotati dalla natura di una prestante forma fisica o della voglia di esercitarsi duramente per guadagnarne una, quelli in possesso di una buona dose di intelligenza ignegneristico/pratica si son sempre distinti dai loro pigri simili ed hanno permesso, assieme ai muscolosi (e molto spesso completamente idioti) di cui sopra, il perpetuare di una specie, quella umana, bella (circa) quanto varia.

Questi preistorici nerd, completamente estranei all’uso della forza bruta un po’ per pigrizia, un po’ per filosofia, ma soprattutto per pigrizia, nella necessità di procacciarsi donne e cibo, ma soprattutto (arrivati ad un certo punto fu l’istinto di sopravvivenza a prevalere su quello animale maschile inteso come istinto all’accoppiamento senza secondi fini) cibo, decisero di usare l’astuzia di modo che la cena, metaforicamente parlando, giungesse nelle loro bocche camminando sulle proprie gambe.

Mentre i loro contemporani Mister Olympia si affannavano a catturare pesci nel torrente usando le mani nude ed inseguivano bisonti per tutto il giorno, tanto che le pitture rupestri mostrano una chiara ossessione per mandrie di mammiferi in fuga, i nerd costruivano le trappole, usavano esche, fabbricavano reti, tendevano funi e, con un minimo sforzo, ottenevano risultati inaspettati.

E si sa che alle donne, alla fine, quelli che piacciono più di tutti sono gli uomini d’ingegno (tipo quelli tentano di aggiustare le cose in modo creativo invece di buttarle dritte nella spazzatura e poi magari non ci riescono, ma, almeno, prima di buttarle nella spazzatura hanno visto come sono fatte dentro), e gli uomini d’intelletto (tipo quelli che quando fai gli schemi di Bartezzaghi sulla settimana enigmistica sanno pure chi è il Gončarov scrittore russo autore di Oblòmov, iniz.
IG.
Eccioè?
Ivan.
E come lo sai?
Non lo so, però è russo). Piacciono. Alle donne. A me.

Per cui, tali inventori della caccia creativa, oltre al cibo, riuscirono a procacciarsi anche delle donne e a dar origine (volontariamente o meno) ad una discendenza che nei geni conserva la propensione all’osservazione più che all’azione e la mania dell’elaborazione mentale di piani per il perseguimento dei propri fini.

La caccia alla zanzara ne è un esempio.
L’uomo (o la donna) d’intelletto ha imparato a pensare come la sua preda, sa perfettamente quello che ella vuole ed è cosciente che, sopraffatta dal suo istinto, prima o poi, la disgraziata cercherà di ottenerlo, inconsapevole o noncurante dei rischi che la attendono. L’uomo (o la donna) scaltro non si affanna quindi a cercare l’ago nel pagliaio, non si china imprecando e strizzando gli occhi per cercare di scorgere colei che ha giurato a se stesso di uccidere, e ancora di uccidere, e poi di uccidere ancora. E ancora. L’uomo (la donna) d’ingegno offre volontariamente in sacrificio le sue pallide gambe. Appositamente scopre piedi, caviglie, polpacci, e anche di più. Poi ristà. Immobile fissa le sue carni chiare. Si finge succulento. Vigile scorge la preda. E sciaff, con una pizza ben assestata, una specie di high five contro la propria coscia, se la spiaccica addosso senza pietà, stampando cinque dita rosso carminio su bianco smorto, anzi su rosa RGB(227,202,205).

Poi, con un ritrovato spirito selvaggio ed un irrefrenabile bisogno di turpiloquio, pesantemente, la insulta.

Palmipedone #227 —Bravi—

Standard

Siete andati a votare? Bravi. Avete fatto bene per tre motivi.

Il primo motivo è che era vostro diritto barra dovere.

Il secondo è che il Nano Malefico, che continua a tenersi a galla grazie a maldestri colpi di dubbia autoironia sul bunga bunga, ironia peraltro di qualità discutibile al punto che poco ci manca ai livelli del Martellone di Boris, prima o poi affonderà: porre fine alle sue sofferenze riempiendogli di acqua il gommone non è altro se non un atto di carità dovuto dopo tutto quello che lui ha fatto per noi (cioè niente), ma soprattutto per se stesso (cioè anche troppo). Il problema è che il suo gommone è grande.

Il terzo motivo è che (e forse voi non ci avevate mai pensato, io nemmeno ci avevo mai pensato, prima) tutti gli scrutatori che scrutano (fino a farsi uscire gli occhi dalle orbite) le schede di un referendum che poi si rivela non valido per mancato raggiungimento del quorum sono dei potenziali assassini, quindi avete salvato il mondo da una schiera di potenziali assassini. Gli assassini (potenziali) più pericolosi, poi, sarebbero stati gli scrutatori delle sezioni estero. Una degli assassini potenziali più pericolosi sarei stata io.

Gli scrutatori della sezione estero fanno in un giorno tutto quello che gli scrutatori delle sezioni normali fanno in due giorni. Che poi non lo so. Non sono mai stata una scrutatrice normale. Primo perché non sono normale. Il secondo non c’è. Una mole di burocrazia infinta. Avete presente quando entrate nel seggio e c’è la divisione sessista fra uomini e donne perché ci sono due elenchi e devono spuntare il vostro nome sull’elenco? Ora tenete presente quanto ci mettono considerando la lunghezza degli elenchi e tutto il resto. Gli elenchi degli italiani all’estero sono delle bibbie in formato A3, maschi e femmine insieme, il consolato di New York erano cinque bibbie con 60000 nomi dentro, in lettere sessantamila, dei quali dovevamo spuntarne 650, in lettere seicentocinquanta, distribuiti al loro interno, individuando costoro grazie al rispettivo numero identificativo di sei cifre trovato sul tagliandino incluso nelle buste individuali provenienti dal consolato. Dice, ma i numeri erano consecutivi? No. Dice, ma almeno erano già ordinati? No. Dice ma i tagliandini c’erano sempre? No. Poi nella busta c’era un altra busta, con le schede dentro. Quattro schede per 650 votanti. 2600 schede. In lettere duemilaseicento. Tutte da timbrare e siglare. Anche quelle annullate prima dello scrutinio per assenza di relativo tagliandino o presenza dello stesso nella busta dove dovevano andare le schede (lì sigillato ermeticamente, e le schede fuori, a sguazzare nella busta del consolato, ma cosa vi dice il cervello). Dice, ma almeno le schede erano piegate bene, con la zona destinata al timbro verso l’esterno? NO. Dice, ma l’hanno capito gli italiani residenti all’estero (e sottolineo all’estero, dove certe cose sono amplificate verso le frequenze dell’assurdohertz) che per dire NO al legittimo impedimento bisognava votare SÌ? Secondo me no. Sorvolando sui 300, scritto in lettere trecento, verbali tutti uguali, viene il momento delle buste ovvero duepunti: le schede annullate prima dello scrutinio (foto) vanno nella busta 3B (foto) [e lì capisci il perché della carta da pacchi], una delle buste 6 (non bis, né A, B, C) grande più o meno quanto il Molise porta la dicitura Verbale delle operazioni di scrutinio però di lato c’è scritto attenzione in questa busta non va inserito il Verbale. E dici allora perché ce ne ho 300 copie? Non si sa, forse qualcuna era in più. Forse.

C’è questa strana convinzione, in Italia, che con la burocrazia sia meglio abbondare. C’è questa poca consapevolezza, in Italia, che, con il mancato raggiungimento del quorum, il rischio maggiore sia quello di sguinzagliare una mandria di assassini potenzialmente molto violenti, con il braccio allenato da 2600 timbrature consecutive e perciò propenso alla coltellata. Stavolta vi siete salvati.

BRAVI.

Palmipedone #226 —Robe Mal Riuscite—

Standard

Robe Mal Riuscite (cover)
Mi chiamo Ilaria, e la mia storia può riassumersi in poche parole: mi piace fare quello che non so fare.

Per esempio: mi piace fare le fotografie nonstante io sia totalmente sprovvista di un qualsiasi talento artistico e, diciamocelo, anche di quei mezzi che a saperli usare il talento lo valorizzano (se c’è). Io le fotografie le faccio così: quando vedo qualcosa che mi piace, che ai miei occhi ha quel non so che, allora, senza studiare particolare angolature, particolari illuminazioni, premo il pulsante e scatto. E forse è colpa dell’ignoranza, forse è colpa del soggetto (ché si sa che nelle cose artistiche di quelli che gli artisti li sanno fare, il soggetto ha sempre una buona parte nella riuscita dell’opera), ma poche volte la fotografia del soggetto che mi piaceva mi piace.
Robe Mal Riuscite/1
Un’altra cosa che mi piace fare, poi, è scrivere. Perché quando scrivo succede che capisco le cose. Quasi sempre. E mentre le capisco me ne vengono in mente delle altre, nuove, da pensare e da capire. E, senza saper scrivere, le scrivo in un posto dove anche le altre persone possano leggerle, e capirle. Qualche volta non capiscono, qualche volta sì. Poi, dopo che ho scritto, vado sempre a leggere le cose di quelli che sanno scrivere e misuro la differenza fra me e loro. Ed è sempre tanta. Di questi che sanno scrivere mica tutti lo fanno per lavoro, che non è detto che se una cosa la fai per lavoro allora sicuramente la fai bene. Pure lì secondo me è una questione di talento, ma anche di esercizio. Il talento è contemporaneamente l’aver cose da dire e saperle dire. Bene. L’esercizio serve a valorizzare il talento. O a nasconderne maldestramente l’assenza. Io non ho un gran talento. Ho smesso di esercitarmi. Scrivo solo perché mi piace, per raccontarmi le storie curiose, per capire le cose difficili.
Robe Mal Riuscite/2
Poi mi piace cucinare. Ma non ho mai gli ingredienti giusti. Per cui sostituisco la salsa di soia con l’aceto balsamico. Vado in crisi quando ci sono le dosi tipo un po’, un pizzico, quanto basta. Quand’è che basta? Che vuol dire un po’? Secondo me uno che sa cucinare questi dubbi non se li pone. Ho scoperto a tentativi che un pizzico di sale è tre volte tanto quello che metterei io. Che la giusta quantità d’olio è mediamente il doppio di quella che uso io, un quarto di quella che usa mia nonna. Cucino cose commestibili. Qualche volta buone. Raramente buonissime.
Robe Mal Riuscite/3
La cosa che, però, mi piace fare più di tutte e, contemporaneamente, quella che mi riesce peggio, è cercare di capire la gente. Osservo. Parlo poco. Ascolto. Penso molto. Leggo. Ho capito a suon di fallimenti che la gente non è quello che dice, la gente non è quello che fa. Non ho capito perché le persone non si pongano la domanda fondamentale cioè “posso permettermi, io, di dire questa cosa a questa persona?” prima di dirgliela. Ho capito che le persone non rimangono uguali a se stesse per sempre come la Gioconda. Ma soprattutto non ho capito perché continuate a farmi la battuta sull’educazione fisica quando vi dico che studio fisica. Non è simpatica. Non fa ridere. Dovreste smetterla, seriamente.
Robe Mal Riuscite/4

Palmipedone #225 —Gattoni—

Standard

La cosa più difficile è lavarsi il viso.
Un conto è mantenere l’equilibrio ad occhi aperti, in posizione più o meno verticale, un conto è chiuderli, chinarsi e compiere dei movimenti precisi se non al millimetro almeno al centimetro, ché altrimenti si rischiano allagamenti copiosi.

-Dai, salta giù.
-N-n-n-no-o.
-Dai, ti tengo io.
-Tienimi stretta.
Sono in piedi su di una cassettina di legno alta più o meno quanto un dizionario di latino e devo saltare giù. Facile a dirsi se ti fidi delle tue caviglie. Un po’ più complicato se l’ultima volta una ti ha tradito e, con un rumore che non avresti mai immaginato di poter produrre (una roba simile alle bollicine della plastica da imballaggio che scoppiano), ha preferito piegarsi, torcersi, e lasciarti cadere come corpo morto cade. Facile a dirsi se non hai paura del dolore che potresti sentire se. Quindici centimetri, un’altezza vergognosa, un salto schifoso con la gamba buona in anticipo su quella fellona.
-Brava, col tempo imparerai a fidarti di nuovo.

Più o meno sette anni dopo, la traditrice redenta tiene in piedi la baracca, letteralmente. Mentre la sua compagna si gode l’ozio derivante da un intervento di manutenzione straordinaria, la poveraccia, quasi fosse una punizione giunta in ritardo, si affanna a sostenere e a trasportare, a ritmo di simpatici balzelli, la poco-leggiadra-nei-modi persona che sarei io.

Una fatica che non vi dico.
La cosa più difficile è lavarsi il viso,
A votare ci vado, ovviamente, dovessi andarci gattoni.

E così dovreste fare voi tutti, mi raccomando.

Palmipedone #223 —Raphanus sativus*—

Standard

[Sperando di non urtare la vostra sensibilità religiosa]

Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l’Uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’Uomo divenne un essere vivente.

Allora Dio disse all’Uomo: Uomo, lavora il suolo e fa’ salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo.
E l’Uomo disse a Dio: ciao Dio, grazie per avermi creato e tutto il resto, ma io di braccia ce ne ho due, e, con tutta la buona volontà, non ce la faccio a fare tutto da solo quindi o mi mandi della manodopera oppure t’accontenti di una coltivazione di ravanelli in vaso.
Dio disse all’Uomo: i ravanelli mi fanno schifo.
L’Uomo disse a Dio: peggio per te.
Dio sbuffò, sollevò della terra e plasmò controvoglia dei maschi dall’aria poco sveglia.
L’Uomo disse a Dio: sembrano un po’ scemi.
Dio disse all’Uomo: Uomo, tieni a freno la tua impudenza.
L’Uomo tacque perché in fondo un po’ di paura di Dio ce l’aveva.

Passarono i mesi; l’Uomo e i maschi lavoravano sodo, coltivavano ogni sorta di frutta e verdura, allevavano il bestiame, giocavano a calcio con le arance. L’Uomo però era triste. Tutte le sere, seduto sotto un ulivo nodoso, intonava All By Myself e affogava la propria tristezza nel sidro. Dio, che scemo non era e, essendo Dio, conosceva tutte le lingue del mondo e Eric Carmen, capì che la sua creatura si sentiva sola.

Allora il Signore fece scendere un torpore sull’Uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’Uomo, una Donna e la condusse all’Uomo.

Gli disse: Uomo, tieni, facci quello che vuoi, ma per favore smettila di cantare ché sei una campana.
L’uomo disse, Signore, cos’è una campana?
Allora il Signore Iddio alzò gli occhi (non al cielo, ma più su), fece scendere di nuovo un torpore sull’Uomo e si dileguò. Dopo qualche ora l’uomo si svegliò intorpidito. Quando i maschi si accorsero che l’Uomo aveva una compagna e loro no, incorciarono le braccia in quello che viene ricordato come uno dei più grandi scioperi della storia: le pecore non venivano tosate, le vacche non venivano munte, le uve marcivano sui tralci, i ravanelli rinsecchivano nella terra. Alcuni morirono di fame. Dio vide tutto questo, dagli scheletri al suolo raccolse un mucchio di costole e da esse creò malvolentieri un mucchio di femmine.
La Donna disse a Dio: sembrano un po’ sceme.
Dio disse alla Donna: eri costola e se non taci costola ritornerai.
La Donna tacque perché in fondo un po’ di paura di Dio ce l’aveva.

E così viveano in armonia, l’Uomo e la Donna, i maschi e le femmine, ognuno a modo proprio, tutti in pace sulla terra. Finché arrivò il serpente, che era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore. E probabilmente anche la più viscida. Egli disse alla Donna: assaggia questo frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male e potrai distinguere il bene dal male. La Donna chiamò le femmine e i maschi che erano a portata di voce invitandoli ad assaggiare il frutto, ma essi erano troppo impegnati a tirarsi dei fichi come se fossero state palle di neve.
Solo l’Uomo accorse.
Entrambi ne mangiarono.
Dio si arrabbiò con tutti, molti erano ancora intenti a tirarsi fichi e non se ne accorsero.

Il resto della storia è noto. Vale la pena di sottolineare che l’Uomo e la Donna diedero origine ad una discendenza piena di rimorsi di coscienza, di persone che prima di compiere qualsiasi azione considerano tutte le possibili conseguenze e le eventuali ingerenze nella vita altrui. Gli altri diedero origine a quelli che obbligano un intero autobus a sorbirsi la musica truzza che fuoriesce dagli altoparlanti gracchianti dei loro cellulari. L’asimmetria iniziale risulta oggi più che mai accentuata poiché la selezione naturale Darwiniana è un filtro insufficiente.
Bisognerà ammazzarli.

________________

(*)

Palmipedone #221 —Essi si scrivono—

Standard

Oggi sono stata a Napoli. Per cinque ore. Poi sono tornata. Avevo portato la fotocamera, della serie poi vi faccio vedere le diapositive delle mie vacanze mentre vi racconto delle storie divertentissime (semicit.), come solo io so fare, cioè rendendomi conto che non sono divertentissime quando sono circa a tre quarti del racconto, e buttandola quindi sull’imbarazzante (imbarazzantissimo è un buon surrogato di divertentissimo).

Tanto per cominciare in realtà non è che fosse una vacanza: nell’epoca della comunicazione globale via web, pare comunque che, di tanto in tanto, i fisici preferiscano riunirsi di persona in queste occasioni rispondenti all’appellativo di workshop per guardarsi negli occhi mentre parlano di cose serie durante la pausa caffè, per poi riposarsi da cotale sforzo sedendosi su comode poltrone dei varii centri congressi sparsi qua e là in Italia e nel mondo, e quindi cominciare a fare tutto quello che ci si aspetta che un bravo workshopper faccia durante un workshop e cioè duepunti: prendere il suo laptop e cominciare a mandare e-mail. Un fisico di quelli seri, mica io che son fisico per sbaglio, apre la mail e c’ha un numero di mail non lette con almeno tre cifre. Dici e per forza c’ha da fare. Eh no, non hai capito. Lui mica le legge. Lui ne scrive delle altre. Lunghissime. E poi le invia. Essi si scrivono, ma non si leggono. Poi, dopo che hanno scritto lungamente, essi alzano gli occhi, leggono il numero della slide correntemente oggetto del talk del workshop (se fosse stata una riunione si sarebbe chiamata discussione, ma questo era un workshop, quindi si chiama talk), premono avantiavantiavantiavanti sul loro laptop, trovano la slide uguale a quella proiettata, annuiscono e poi aprono la pagina del loro quotidiano online di fiducia e si fanno i fatti loro, i più giovani aprono Facebook e si fanno pure i fatti degli altri, poi controllano il Seminar Bingo (che l’ho scoperto oggi ed è un giuoco bellissimo – non c’è bisogno di farmi notare che solo io lo trovo bellissimo, grazie).


(Via PHD Comics)

Poi alzano di nuovo gli occhi, vedono che il talk è finito, ci sono domande? Se sì allora puoi star certo che è lo stesso della domanda del talk precedente. Se no, nessuno ci ha capito niente. Pausa caffè? Pausa caffè. Quattro talk ho seguito, oggi. Quattro talk senza il mio laptop, ché ignorando usi e costumi dei workshop, l’avevo lasciato a casa. Poco male, perché di laptop ce ne ho avuti a disposizione non uno, ma almeno una trentina. Contemporaneamente.

E questa è l’unica foto che ho fatto, perché sul treno (quello che profuma, parte in orario, va a trecento all’ora e arriva in anticipo) c’avevo di fianco una giapponese e siccome ero partita con l’idea di fare tante foto come i giapponesi, mi son sentita una persona orribile piena di pregiudizi e non ne ho fatta manco una, sul taxi ero troppo occupata a pregare di non morire in tangenziale, durante il (resto del) workshop ero troppo occupata a guardare i laptop altrui e a giudicare quelli vestiti/pettinati male (o non pettinati affatto), all’uscita del workshop ero troppo occupata a pensare di rubare una delle bocce di vetro decorative con tanto di pesci rossi dentro (everybody needs somebody to love), sui mezzi pubblici di Napoli ero troppo occupata a non cadere, sul treno del ritorno ero troppo stanca per cominciare un servizio fotografico dalla fine.

Comunque a Napoli c’è il rumore che si vede. A me piace il suono del silenzio. Al prossimo che mi chiede che vuoi fare da grande gli rispondo duepunti: né il fisico né il workshopper. L’eremita.

Palmipedone #219 —Di rosso lo tingerem—

Standard

Poesia su questa mia settimana, non solo sui giorni passati, ma anche su quelli che verranno, tutta pervasa da un contagioso ottimismo.

***

Dopo un lunedì
non proprio da schifo
(direi quasi così così),
vien martedì,
che è brutto in partenza
perché il giorno dopo
arriva mercoledì:
giornata di merda.
Ma te la aspettavi tu
di merda così?
Io sì,
ma un poco diversa,
di merda sfumata,
pensavo,
da marrone a chiara,
almeno avana;
invece la sfumatura
era nell’altro verso:
da avana
a marrone.
Marrone scuro.
Giovedì mica sarà peggio.
O forse sì.
Perché quelle cose,
da fare entro venerdì,
se cominciano male
giovedì
finiranno male
o non finiranno affatto
venerdì.
Secondo me c’è un complotto.
Anche il mio pc partecipa
entusiasta:
riavvii automatici,
come se piovesse
e “queste millemila stampe
tutte uguali
di chi sono?”
“Le mie,
ma in stampa
ce le ha mandate lui,
da solo.”
“Lui chi?”
“Il pc.”
Alzateli pure
gli occhi al cielo,
il complotto è evidente.
Mi stanno incastrando.
È un complotto marrone,
marrone scuro.
Che se non diventa beigino,
almeno beigino,
venerdì,
beh,
di rosso lo tingerem.
Né blu, né ner
né arcobalen,
di rosso lo tingerem.

Rosso sangue.
Il sabato, poi,
gli ebrei si riposano;
io non sono ebrea,
ma facciam finta.
Potrebbe esser peggio.
E come?
Potrebbe piovere.

Secondo me
domenica piove.