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Palmipedone #210 —μ—

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Atom Heart Mother è un album dei Pink Floyd del 1970. L’ultima traccia del lato B, quando i dischi bisognava ancora girarli come una frittata per ascoltarli tutti, s’intitola Alan’s Psychedelic Breakfast, dura tredici minuti ed è composta di rumori e suoni: rubinetti che gocciolano, stoviglie che urtano, fiammiferi che si accendono, uova che friggono, Alan che mastica, un pianoforte, una chitarra (non nel senso che li mastica, nel senso che si sentono). Ai Pink Floyd questa traccia faceva schifo,

È una schifezza totale.
(David Gilmour)

A me piace, poi dici.

Sulla copertina di Atom Heart Mother, in una foto dai colori saturatissimi, c’è una mucca. Niente titolo, niente nome della band, una mucca e basta: Lulubelle III (è il nome della mucca).

The ultimate picture of a cow; it’s just totally cow.
(Storm Thorgerson)

I Pink Floyd volevano una copertina il meno psichedelica possibile e affibbiarono il compito di crearne una a questo Storm Thorgerson, inglese col nome da svedese, fotografo e designer di fiducia del gruppo. Storm, presi armi, bagagli e macchina fotografica, si recò nella campagna a nord di Londra con in testa un’idea ben precisa, ispirato da una orripilante meravigliosa carta da parati di Andy Warhol che dietro una scala bianca ci sta come l’aceto balsamico sui campi da golf

fotografò la prima mucca che gli capitò sotto tiro. Che io mica ci credo poi. Mica era uno qualunque, questo Storm. È quello della copertina di The Dark Side of the Moon, quella col prisma e la diffusione della luce, semplice ma efficace, e di un sacco d’altre di artisti che ti aspetti (tipo Alan Parsons, che dei Pink Floyd era il tecnico del suono, ed i Led Zeppelin) e di artisti che non ti aspetti (tipo i Cranberries e i Muse). Però la mia preferita è questa:

Phish - Slip, Stitch, Pass © Storm Thorgerson. Courtesy of Idea Generation.
copertina di un album live dei Phish, che comunque non so chi siano. Ed è la mia preferita perché, sin da piccola, mi son sempre piaciuti gli oggetti di uso comune rappresentati in formato extralarge tant’è che, sulle giostre, alla carrozza di Cenerentola preferivo sedere nella tazzona da tè. A proposito di oggetti fuori scala, poi, a me piacciono anche questa

Exposition d'Art contemporain dans le parc de Chaudfontaine (Belgique)
questo

e questo

peluche del muone, decisamente fuori scala con i suoi 10 cm di diametro, decisamente caro (l’intero set di cosi fuffolosi costa 210 dollaroni senza antiparticelle; duecentodieci dindi ed avrete sul vostro divano tutto il Modello Standard e oltre).

Il muone è la mia particella preferita: il nome fa venire in mente una grossa mucca. A me le mucche piacciono un sacco.
Anche quando fanno i cavalli.

E anche cotte.

Palmipedone #209 —Un post (troppo) lungo—

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Però l’ho diviso in sezioni.

[Premessa:

La mia prolungata assenza non ha una spiegazione vera e propria.
È che io c’ho questo grande, grandissimo limite, sono monotasking, e lentissima per giunta, per cui la mia dedizione nel compiere attività che altri riuscirebbero persino a conciliare con il salto a corda è  esclusiva (nel senso che ne esclude altre) e totale. E duratura nel tempo e nello spazio. Se sono concentrata vivo in una vera e propria bolla e ciò mi permette di leggere e studiare anche in ambienti non troppo silenziosi, impedisce alle persone che mi circondano di ottenere delle risposte sensate a domande poste di sfuggita (la risposta standard  in automatico è non lo so) e, in un certo senso, rende le mie giornate poco produttive in termini di quantità. L’aver inserito delle “nuove” attività nella mia routine quotidiana ne ha scalzate delle altre, tra cui quella della scrittura che richiede un tempo molto superiore a quello che occorre semplicemente per pigiare i tasti (sì, i deliri che scrivo li penso pure, prima, e a lungo).]

La rabdomante di libri

In libreria c’ero entrata per comprare Dance Dance Dance, che è un libro di Haruki Murakami, lo stesso scrittore di quel Norwegian Wood che tanto mi era piaciuto: doveva essere un acquisto quasi a colpo sicuro per questo motivo (di lei mi fido). Epperò quando entro in una libreria succede sempre la stessa cosa, cioè che comincio a vagare alla ricerca del libro in questione (perché più la libreria è grande più è bella la caccia al tesoro), lo trovo, lo prendo, lo giro, leggo la quarta di copertina, prendo quello di fianco, leggo la quarta di copertina, se sono in compagnia chiedo
–  secondo te qual è meglio, questo o quest’altro?
–  secondo me questo
e allora prendo quell’altro oppure prendo direttamente quell’altro senza interpellare nessuno. Ero entrata per Dance Dance Dance e ho comprato Kafka sulla spiaggia, stesso autore, qualche pagina in più, guidata sostanzialmente dal caso o, per chi ci crede (io mica tanto), da vibrazioni emanate dal libro e definitivamente convinta dal fatto che uno dei protagonisti sia un vecchio che parla con i gatti, io pure parlo con i gatti. E li insulto.

Kafka sulla spiaggia

Kafka sulla spiaggia è un libro strano ai limiti dell’inquietante, popolato di personaggi usciti direttamente dai loghi delle bottiglie di Whisky o delle catene di fast food, un romanzo in cui piovono pesci e sanguisughe (e la notte prima di leggere della pioggia ittica avevo sognato una pioggia di uccelli morti e di polli arrosto esplosivi causata da bombe chimiche dell’URSS detonate nella stratosfera, la coincidenza mi ha fatto un po’ paura), in cui, e non ho capito se questa sia una caratteristica della letteratura giapponese in generale (perché l’ho notata anche in Norwegian Wood), il sesso è come leggerlo sulle istruzioni di montaggio di una cassettiera IKEA, diciamo una cassettiera disinibita, la donna è contemporaneamente colta musa ed escort, niente ha senso, però non riesci a smettere di leggere. Kafka sulla spiaggia è un libro allo stesso tempo bellissimo e orribile, bellissimo mentre lo leggi, orribile quando cerchi di trovargli un senso, bellissimo di nuovo quando smetti di pensarci, orribile quando trovi passaggi tipo

– Dica un po’, non vuole fare la cacca?
– In effetti ,ora che ci penso, sì, ne avrei giusto voglia.
– Allora vada, il gabinetto è lì.
– E lei, signor Hoshino, non deve andare?
– Io la farò dopo con calma, vada prima lei.
– Va bene, grazie, allora Nakata andrà per primo a fare la cacca.

Oppure ancora

Tornato in casa, mi asciugo con cura. Siedo sul letto e mi guardo il pene. Ha un aspetto sano e roseo. Il glande, che solo da poco esce completamente dal prepuzio, battuto dalla pioggia, fa ancora un po’ male.

(Esplorando il corpo umano / quante cose che impariamo)
Se non si considerano tali passaggi che tendo ad attribuire alle differenze socio-psico-fisico-culturali il libro è bellissimo perché è terribilmente senza senso come i miei sogni, è una specie di tana del bianconiglio in cui non si cade solo verso  il basso, ma anche verso destra, sinistra, e a volte verso l’alto (però lo devo ancora finire, mi riservo la possibilità di cambiare radicalmente idea).

Ancora sul Giappone

Siccome il libro non era abbastanza ho visto pure Norwegian Wood, il film, in giapponese con sottotitoli in inglese. E, come quasi sempre mi accade quando guardo la trasposizione cinematografica di un libro che ho letto (e mi è piaciuto), ho avuto come l’impressione che il film fosse una raccolta d’immagini suggestive per accompagnare il libro. Poco altro. E poi c’è sempre quel maledetto problema della donna un po’ musa un po’ escort che mi lascia perplessa, ma forse sono io. Voto 6.

Per il resto

È arrivata di colpo la primavera, forse è già qualcosa in più che primavera,
sono tornata a correre,
ho la stessa quantità di fiato del lupo de La spada nella roccia
e ho imparato a fare il nodo alle cravatte (le cravatte a pois possono essere indossate solo in presenza di tende a pois):

Palmipedone #206 —Aspetti negativi—

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Internet ha anche i suoi aspetti negativi, di quelli che però non provengono da un suo uso volutamente scorretto: anche le forchette sono un’arma se uno le punta alla gola della gente. Se però la forchetta ti vola di mano mentre sei a tavola perché stai gesticolando con foga mentre parli con la bocca piena tentando di coprire i deliri di Silvio, allora quello non è propriamente un utilizzo scorretto. È accidentalmente pericoloso, ma giustificabile. Poi a proposito delle forchette, per la rubrica diamo un nome alle cose, volevo dirvi che i denti delle suddette si chiamano rebbi. E sempre a proposito di usi impropri delle forchette, un tizio, tale (fu) Bruno Munari di professione artista e designer, piegando rebbi e manici modellò le cosiddette forchette parlanti, cioè forchette espressive, forchette che fanno le corna, forchette intrecciate che pregano

nella mostra che ho fatto a Milano […] c’era una vetrina di sette metri piena di forchette

secondo me sono molto brutte.

E nella categoria usi impropri c’è anche l’arricciaspiccia, così, tanto per essere completi.

Dicevo che internet ha anche i suoi aspetti negativi e questi aspetti negativi sono uno. E quest’uno l’ho già detto in qualche altro post mi sa, segno che dopo due anni comincio a ripetermi, due anni che questo blog compie il 25 marzo prossimo venturo, lo stesso giorno in cui (per l’iniziativa Leggere, leggere, leggere) potete regalare un libro ad un completo sconosciuto, cosa che io non farò perché sono dell’opinione che sia inutile regalare un libro ad una persona, pure bravissima, per carità, che però non legge e non ha alcuna voglia di cominciare a farlo. Sarebbe come regalare a me una racchetta da tennis, non so se mi spiego. E poi, pure ammesso che la persona in questione legga, non si può mica regalarle un libro qualsiasi, bisogna conoscere (almeno) bene sia la persona che il libro (che io sia un po’ quadrata forse è vero, voi fate come volete). A proposito di anniversari, poi, il 13 marzo era la giornata mondiale hug an engineer e io non ho abbracciato il mio amico ingegnere perché non sono venuta a conoscenza in tempo utile di questa ricorrenza, quindi sono triste e gli devo un abbraccio arretrato. Comunque vi informo che il 9 dicembre è la giornata mondiale hug a physicist, SEGNATEVELO, e, nella remota possibilità che voi conosciate fisicamente un fisico abbracciatelo perché anche lui ha tanto bisogno d’affetto. E non è che dovete aspettare per forza il 9 dicembre.

Per concludere, insomma, l’aspetto negativo di internet è che ti permette di scoprire che le cose che credevi di essere l’unico a fare in tutto l’universo non solo c’è pure qualcun altro che le fa, ma le fa (apparentemente) meglio di te e ci guadagna pure. Leggendo una magnifica rubrica che si chiama Polpette, ho scoperto che c’è questo tizio che si chiama Kilford che di mestiere fa il Music Painter: in pratica spiattella della vernice di vari colori su una tela ispirandosi al ritmo della musica che ascolta (live).
Per esempio questa è Your Song, e questa è Bitter Sweet Simphony. Ma ce ne sono anche altre.

Questo invece è One Of These Days (digitale su digitale) e l’ho fatto io per l’occasione perché quelli che avevo creato con inchiostro bic sul retro delle dispense di astroparticelle ormai saranno al macero.

Sono disposta a crearne degli altri su richiesta, compenso trattabile.

Palmipedone #199 —Tuàilait—

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Ciò che segue è il riassunto del primo film di Tuàilat (nel caso in cui vi stiate mangiando i gomiti per non averlo ancora visto) copiato ed incollato (a grande richiesta) da un vecchio monolgo su msn prontamente ripescato dagli archivi dopo aver udito oggi pronunziar cotali parole

Tuàilait è un bel film.

Beh NO.

***

Allora
c’è questa qua che si chiama Bella di nome e di fatto (pare) e ha cambiato scuola perché si è trasferita vivere con il padre in un paese triste e piovoso; nella nuova scuola non conosce nessuno e, pur essendo simpatica quanto Mercoledì della famiglia Addams e piena di vita quanto un bradipo morto, siccome è bella (pare), tutti sono amici suoi da subito
e poi c’è Edward Cullen che è un tipo strano con la faccia piatta ed il colorito cianotico che quando vede Bella ha degli incontenibili conati di vomito e lei pensa “forse è perché puzzo, fatemi sentire se puzzo [si annusa] no, non puzzo”, allora lo affronta
-ciao Edward io sono Bella perché mi odi?
-no bella (inteso nel senso di bella mia) non possiamo ESSERE AMICI, io sono cattivo
-no tu sei buono
-no, tu non lo sai, ecco
e poi Edward non va più a scuola, poi torna
-attenta Bella ti stanno per investire
e lui la salva e lei dice
-chi sei?
e lui
-non te lo posso dire, io sono cattivo
allora lei va su Yahoo Answer e scrive “lui mi odia. Xké?” e su Yahoo Answer le rispondono “lo vuoi un calcio rotante?”, “puzzi” e “attenta, forse è un vampiro”; comiciano quindi a venirle dei dubbi e, per chiarirseli, va da lui, lo prende per mano e lo porta nel bosco mentre c’è la musica di sottofondo (in tutto il film c’è la musica di sottofondo, e quando dico tutto intendo tutto), comunque lo porta nel bosco e gli dice
-io ho capito chi sei
e lui
-dillo ad alta voce
-sei un vampiro
-hai paura?
-ma anche no
-ottimo perché io non posso starti lontano visto che mi piace il tuo odore, tu sei la mia eroina, tu sei il mio barbecue, magari un giorno non resisto più e ti mangio
e lei, non si sa bene il perché, continua a strofinare il suo odore di ciccia su di lui e lui, che ha tanta voglia di barbecue, le dice
-occhei ci vogliamo amare?
-massì, amiamoci
però manco si baciano perché lui poi magari si sbaglia e se la mangia anche se lui è un vampiro buono perché mangia solo le bestie, non le belle, lui e tutta la sua famiglia sono vampiri: non invecchiano non dormono e hanno la pelle che al sole sbrilluccica e lei gli dice
-sei bellissimo
(lei è fortemente miope e contemporaneamente presbite mi sa)
-e lui le dice odori di barbecue
(lui è inquietante non poco e lei non si lava)
e niente poi la invita a pranzo a casa sua e a casa sua mica si mangia, quindi la invita per fare scena, poi vanno in camera di lui ma lui non ha il letto (e lei è visibilmente delusa) perché i vampiri non dormono e quindi
-mo’ che famo?
-balliamo?
-si balliamo
-anzi no, andiamo ad arrampicarci sugli alberi come le scimmie
e lui parte a razzo, giuro, parte a razzo con le gambe che roteano come quelle di Beep Beep quando “scappa” da Willy il Coyote e lei sospira, lei sospira per tutto il film, poi lui dice
-vieni a giocare con la mia famiglia a baseball
lei ci va, però là incontrano dei vampiri, altri, di quelli cattivi che pure a loro gli piace l’odore di barbecue però poi la ciccia se la mangiano e allora c’è questo vampiro cattivo che vuole a tutti costi la ciccia Bella e poi la insegue
-scappiamo
dice Edward
-scappiamo
sospira lei, e scappano, ma lei lascia la scia di ciccia e quello cattivo la insegue e allora fanno la lotta e quello cattivo muore perché gli staccano la testa però, prima di andare in frantumi (i vampiri senza testa si frantumano come la porcellana, brrr porcellana! -citazione per pochi-) morde Bella
-presto Edward succhia il veleno da Bella! (voce fuori campo di uno degli altri personaggi più o meno inutili)
-non posso, sennò me la bevo
-presto sennò diventa vampira!
-vabbè va
e se la succhia
-basta sennò la ammazzi
e quindi smette e poi lei va all’ospedale e si inventano che è caduta dalle scale come se a uno che cade dalle scale gli rimangono i segni di denti sulle braccia e comunque a lei ancora piace lui che poi perché non si sa, forse perché al sole scintilla come un diamante e i diamanti sono i migliori amici delle ragazze, e pure a lui l’odore di barbecue piace sempre e allora vanno a ballare e lei
-perché non mi hai fatto diventare vampira? saremmo stati insieme per sempre
e lui
-no perché sennò poi perdi il tuo odore di barbecue
perché quello che emerge dal film è che a lui di lei piace solo l’odore di barbecue, comuque lei gli dice
-trasformami adesso
lui gli dice
-sei sicura?
lei sospira (lei sospira sempre ed ha sempre l’aria attonita e fa strane mosse con la bocca, molto teatrali) insomma sospira emanando odore di barbecue e poi dice
-ma anche no
e poi (finalmente) finisce il film e pure quella maledetta musichetta che entra nel cervello.
Non ho manco nominato Jacob perché durante il primo film va ancora in giro vestito e ciò non lo rende degno di nota.

FINE

(ma non del tutto perché poi c’è il sequel, il trequel e da quello che ho capito pure il quadraquel. Siccome il secondo l’ho visto che stavo distratta non sarò mai in grado di farne un riassunto: per fortuna uno bello -e fedele- esiste già ed è quello della mia collega L.Wonka e ve lo consiglio spassionatamente perché è meglio del film. E di molto altro.)

Palmipedone #190 —L’istogramma dell’amicizia—

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Nell’analisi dati della fisica delle alte energie esiste uno strumento molto utile che si chiama l’istogramma di cutflow.
Non è un post di fisica, questo, ma una introduzione un po’ lunga devo per forza scriverla per permettervi capire l’argomento della cogitazione cogitata stanotte alle ore dueetrenta, quando improvvisamente il demonio si è impossessato del clacson di una macchina parcheggiata nelle vicinanze della mia dimora, portandolo a suonare senza ragione alcuna e continuativamente per un tempo interminabile (alla fine il beeeep io lo percepivo persino sdoppiato, ho creduto di impazzire): onde evitare di concentarmi sul suono suddetto rendendolo così padrone del mio cervello oltre che delle mie orecchie* mi sono detta pensiamo a quello che devo fare tra ore circa sette ed ho smesso di fare da ore circa sei, che vita di merda che (non) vivo, quindi no, non pensiamo a questo, pensiamo alle persone che ho incontrato in tutta la mia vita. E, combinando alla fine i due pensieri, ho scoperto che gli amici che ho ora costituiscono l’ultima colonna di una specie di istrogramma di cutflow per quella che chiameremo la selezione in amicizia.
Dunque.
La fisica delle alte energie è una branca della moderna fisica sperimentale che si occupa dello studio dei prodotti della collisione di fasci di particelle accelerati ad energie molto elevate, mo’ vi spiego: è come uno scontro frontale fra due automobili ad altissima velocità tranne per il fatto che, nello scontro, le particelle che “muoiono” danno vita a tantissime particelle figlie e di tantissimi tipi. Di tutte queste particelle figlie alcune sono più interessanti da studiare e per questo vanno oppurtunamente riconosciute nel groviglio che si presenta dopo una collisione che è una cosa tipo questa. Bisogna quindi elaborare dei criteri per riconoscerle e, come in un moderno Indovina Chi, scartare per gradi quelle che non soddisfano determinati criteri. La selezione ha come risultato una diminuzione nel numero dei candidati interessanti.
Se, con questi numeri, si riempie un istogramma, si avrà di fatto una cosa che assomiglia ad una scalinata con dei gradini di altezza disuguale, insomma una cosa del genere (direttamente dal mio lavoro di stage):

Tra il passo 1 e il passo 2 la selezione è stata spietata, non così tanto fra il passo 2 ed il passo 3 eccetera eccetera. I superstiti alla selezione che avviene al punto 6 sono i canditati buoni, non vi sto a spiegare per cosa. Tutti gli altri (vale a dire i tipo 30000 di partenza meno i 5000 rimanenti) possono anche cadere nell’oblio.
Ecco.
Nella mia testa stanotte alle ore dueetrenta, mentre il suono del clacson tentava prepotentemente di entrarmi nel cervello, mi sono immaginata l’istogramma di cutflow per la selezione in amicizia.
Ed è più o meno così (che è meno professional di quello di prima, molto più casalingo e anche più bellino, diciamocelo):

Allora.
La colonna 1 rappresenta la totalità delle persone, 100 è un numero a caso, che ho incontrato nel corso della mia esistenza. La colonna 2 rappresenta i sopravvissuti alla selezione sorriso. Sono coloro che almeno una volta sono riusciti a farmi ridere con gli occhi. Magari una volta sola, ma una volta sì. La colonna tre raccoglie i reduci dalla selezione buon ascoltatore. E chi mi ha già letto sa quanto per me sia importante. La colonna quattro è costutuita da coloro che, oltre ad essere irrimediabilmente simpatici ed ottimi ascoltatori sono anche degli ottimi narratori delle cose di tutti i giorni, sono coloro che fanno caso allo sfondo delle foto, per dirlo all’Amélie, ai particolari che nessuno noterà mai, e sanno raccontarli, coloro, e pure questo da qualche parte l’ho già detto, con i quali anche il silenzio non è mai zitto. E rispetto al livello precedente ne sono morti parecchi. Quelli della colonna cinque, oltre a saper fare tutte le cose della colonna quattro, sono coloro che mi cercano anche se io, a riguardo, sono una che si fa un po’ desiderare specialmente in periodi come questo in cui mi sembra di impazzire (colgo l’occasione per chiedere loro scusa). I quattro gatti della colonna sei sono coloro che, infine, mi conoscono.
I quattro gatti della colonna sei hanno passato tutte le strettissime selezioni, i quattro gatti della colonna sei si conoscono (almeno per nome) fra loro, i quattro gatti della colonna sei sono gli amici.
E non è che l’istogramma di cutflow mi sia servito per capire questo (perché lo sapevo già),  piuttosto per rendermi conto di quante persone io abbia perso per la strada, alcune delle quali, a dir tutta la verità, hanno preferito perdersi.
Peggio per loro.

__________
*l’apparato uditivo è concepito peggio di quello visivo. Nel senso che se uno non vuole vedere basta che chiude gli occhi ed è buio, se uno non vuole sentire deve provvedere ad una otturazione meccanica e beh, non è che sia comodissimo.

Palmipedone #185 —Dimmi come scrivi e ti dirò che faccia (non) hai—

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Io non lo so come vi comportate voi quando vi immaginate la faccia dello scrittore del libro che state leggendo e non avete un ausilio fotografico dalla terza o dalla quarta di copertina.
Io, se c’è, leggo la breve biografia e mi faccio un’idea vaga a partire prima di tutto dalla nazionalità, poi dall’eventuale mestiere passato e presente oltre a quello di scrittore (ché si sa che gli scrittori non sempre fanno gli scrittori e basta); man mano che leggo il libro, l’idea si arricchisce di dettagli e mentalmente dipingo lineamenti molto accurati e, in genere, molto sbagliati.

Credo di aver dato il meglio di me con Nick Hornby.
Per chi non lo conoscesse già, Nick Hornby è un signore che scrive libri spiegandoti le cose che hai sempre saputo e descrivendoti quelle che hai sempre visto, ma in un modo che sembrano tutte magnifiche scoperte e meravigliose invenzioni che sarebbero state alla portata di tutti, pure la tua se solo ci avessi pensato, e invece è arrivato Nick e ti ha pensato l’idea mentre tu giuri che la pensavi da sempre e invece non sai come ma te l’ha rubata e ora ci fa i soldi al posto tuo: e lo odi, e lo ami, e lo leggi.
Riporto da una quarta di copertina le istruzioni base per la costruzione di un Hornby:

Nick Hornby è nato nel 1957 e vive a Londra. Dopo aver esercitato la professione di insegnante si è dedicato interamente alla scrittura. Ha curato una raccolta di scritti sulla musica: Rock, pop, jazz & altro.

Nella mia mente, Nick Hornby era (ed è) così


Un tizio un po’ grassoccio col corpo, la stazza facciale e la posa accademica di George Smoot (premio Nobel per la fisica, notare la cravatta), la bocca e la barba di Peter Gabriel (musicista inglese che mi piace un sacco e fra l’altro è identico a Giorgio Faletti), gli occhi di Sting (musicista inglese che mi piace medio coi Police, ma mi piace un sacco come solista) e i capelli di non so bene chi, ma da me opportunamente selezionati tra una carrellata di acconciature maschili su Google. Il mio unico torto, probabilmente, è quello di averlo fatto un po’ troppo vecchio e di avergli fotomontato male il parrucco (ché sulla destra spuntano appena i capelli di Smoot), ma giusto quello.

Quelli che Nick Hornby lo conoscono già ridano pure di me.
Gli altri pensino intensamente ad una loro versione del suddetto prima di lasciarsi soprendere dalla realtà, di scoprire cioè che il vero Hornby è cosà (e rimanere sbigottiti da quanto ci sono andata vicino).

Palmipedone #182 —Mezzo post—

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Dall’alto della mia pressoché infinita conoscenza delle dinamiche umane e nello specifico di quelle maschili sviluppata quasi integralmente nell’ultimo anno di un’esistenza prevalentemente vissuta nella convinzione che la bontà, le buone intenzioni e i sentimenti nobili crescessero su comunissimi alberi selvatici e avessero l’aspetto di succosi frutti resi ancor più buoni dal vantaggio di essere alla portata di tutti

che si sa poi quando diventi più o meno grande per sfatare certe convinzioni radicate bisogna per forza sbatterci il naso, i mignoli dei piedi e certe volte nemmeno basta, perché se fanno male sembra quasi colpa tua che mamma non ti ha fatto resistente agli urti, altre volte capisci, altre volte ancora ti rassegni come quando trovi quello a cui non piacciono i fichi e quello che preferisce il lato oscuro della forza, a volte bisogna rassegnarsi ché se non ci fossero i cattivi non si potrebbe nemmeno parlare di buoni,

dall’alto, insomma, di questa erudizione lampo, ma molto (anche troppo) ragionata, costruita utilizzando come mattoni testimonianze altrui e come calce me, molta me, innalzandone i muri come se fossero gli strati di un tiramisù, con la calce che come la crema di mascarpone straborda ovunque in modo informe,

perché io sono una che con le proprie interpretazioni, a contrario di quanto accade con il sale, tende ad abbondare, ad esagerare, una dalla paranoia facile, una che in ogni azione ci vede ventitré interpretazioni possibili -almeno-, una che in ogni parola di significati ipotetici ce ne legge quarantasei, una che è essenzialmente per questo che è controllata, perché se non si controlla non capisce dove sbattere la testa e nella migliore delle ipotesi le viene una crisi isterica di pianto e poi muore, c’è scritto nelle istruzioni:

[…] Disattivare la funzione Autocontrollo potrebbe causare instabilità del sistema. Il vostro esemplare di Magica Ilaria 1.0 non è progettato per operare in condizioni di autocontrollo-off per un periodo superiore alle 24 ore. Una mancata riattivazione della funzione autocontrollo potrebbe generare una crisi di pianto inconsolabile. Sono riportati sporadici casi di morte. Abbiate cura del vostro esemplare di Magica Ilaria 1.0 ed il suo funzionamento sarà impeccabile per tutta la vita. Trascuratelo e andrete all’inferno (e guardate che Satana è cattivo). Sigla!!!

Magica Ilaria con il tuo sorriso chissà dove arriverai (ad un modesto impego!)
Magica Ilaria vestita di tela piroette tu mi fai (ma pochissime!)
Con le tue gambe abbastanza snodate l’emozione che ti dà
di una notte ricca di accessori (ma tutti mediocri) tra le fate giù in città! *

insomma da questo privilegiato punto di vista volevo illustrarvi le caratteristiche che contraddistinguono particolari tipologie di uomini, ma siccome ho fatto un’introduzione lunga una quaresima ve le racconto un’altra volta (saltando l’introduzione) sperando che Babbo Natale mi porti in dono una confezione di pertinenza DOP.