Archivi tag: curiosità

Palmipedone #240 —Divertentissimo—

Standard

Non che fosse tanto bravo, aveva le dita lente e sempre più rigide, ma in effetti aveva fatto delle cose che gli avevano dato qualche soddisfazione, dopo le federe per i cuscini e i canovacci per la casa. Aveva provato anche l’uncinetto – berretti, sciarpe e guantini per il nipoti. Quando un suo prodotto, per quanto comune, era finito lì davanti a sé, provava la piacevole sensazione di aver portato a termine qualcosa.

Raymond Carver – Se così ti piace – Principianti – Einaudi 2009

Io mo’ non vorrei generalizzare, ché generalizzare è una cosa tanto ingiusta quanto stupida, però secondo me, tutti c’abbiamo una passione per il bricolage. E quelli che credono di non averla è perché in realtà la reprimono, la passione per il bricolage. E riescono ancora a reprimerla per uno ed un solo motivo e cioè non sono mai incappati su Paint Your Life, in Barbara ed i suoi progetti per una casa divertente (che poi io non lo so mica com’è una casa divertente, quando disegnavo le case umanizzate con le finestre al posto degli occhi e la porta al posto della bocca, alla fine, avevano sempre un’espressione fra il perplesso e l’annoiato, mentre le case divertenti mi figuro che anche solo a guardarle ad uno gli venga il buonumore da Teletubbies).

Paint Your Life è uno di quei programmi televisivi che sembrano piovuti dal cielo nel momento giusto e cioè quello in cui vi state proprio chiedendo cosa fare con quello stock di venti tubi arancioni in pvc e con quella brutta scrivania in stile luigi sedici che vi hanno regalato per il vostro onomastico, oppure quello in cui non sapete proprio dove metterla quella porta che vi avanza, per non parlare di quella pila di quotidiani alta fino al soffitto che vi ostinate a non buttare perché non si sa mai, un giorno potrebbero tornare utili. Barbara ha una soluzione per tutte queste cose. Una soluzione divertente. Divertentissima. Del tipo che, pensate un po’, la porta potete appenderela orizzontalmente sopra il lavabo, in bagno, dopo averci appiccicato sopra uno specchio.

Ci avevate mai pensato, voi? No? Che persone poco divertenti che siete.

Se poi Barbara non vi sembra tanto divertente, allora, sempre nella stessa trasmissione, c’è Oscar, il florist con l’accento spagnoleggiante, che fa delle cose dibertenti, dibertentissime, con le espuñe per floristi e delle piante dai nomi empronunciabili (e il più delle volte impronunciati, anche). Ecco, per esempio, se vi avanza del tessuto eñifugo e un centinaio di beperoncini verdi e divertentissimi, potete creare una composizione orientale per il baño, lo stesso bañò dove avrete precedentemente appeso la porta, un bagno dibertentissimo, che se poi ci mettete anche la lampada fatta con la doccia potrete farlo diventare la stanza del buonumore o chessòio.

PAIN your life, dice la schermata finale. Io lo trovo un refuso dibertentissimo.

Piesse: ciao blog. Sono contenta che sono tornata.

Annunci

Palmipedone #231 —Il cavallo è un tavolo girevole—

Standard

Metafisica significa letteralmente “ciò che va al di là della fisica” (io non ci ho mai capito nulla: trattandosi, secondo me, di una specie di visione sognante delle cose che succedono, ma anche di quelle che non succedono, è difficile comprendere i punti di vista propri, figuriamoci quelli altrui).
Poi c’è la patafisica (che non è mica la scienza della patata eh, zozzoni).

Il termine patafisica, in francese ‘pataphysique, significa duepunti: ciò che è vicino a ciò che è dopo la fisica e, visto che ciò che viene dopo la fisica è la metafisica, la patafisica va oltre la metafisica, pensate che bello. I pilastri della patafisica, dice Wikipedia, sono illustrati nel famoso libro di Alfred Jarry “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico“.

E io l’ho letto.

Il titolo alternativo di questo libro potrebbe essere mistura collosa di metafore audaci e degli AH-AH (anche se poi avrebbe più criterio l’ortografia AA

perché l’aspirazione h non si scriveva affatto nella lingua antica nel mondo)

di una scimmia parlante che ha delle natiche al posto della faccia. Le metafore audaci, molto audaci, sono del tipo

Il cielo si schiuse, il sole fece scoppiare dentro come in una gola il giallo d’uovo d’un prairie-oyster

(rinomato, pare, rimedio antisbornia a base di salsa Worcester, salsa piccante, sale, pepe nero e un tuorlo d’uovo crudo, possibilmente integro, che bontà)

e l’azzurro blu rosso.

Va a finire che la patafisica si riassume in un cambio del punto di vista talmente radicale e fantasioso che le strade sono in realtà dei corsi d’acqua da navigare, non sono i corpi che cadono, ma il vuoto che ascende e il cavallo,

sebbene sia stato dotato dalla natura di quattro piedi forniti di dita, ha acquisito la possibilità di ripudiare un certo numero di quelle dita e di saltellare su quattro unghie solitarie, esagerate e callose, come un mobile scivola su quattro rotelle. Il cavallo è un tavolo girevole.

Ci sono poi tramonti causati da un rospo mostruso

la cui bocca affiora alla superficie dell’Oceano e la cui funzione è di divorare il disco caduto, come la luna mangia le nubi

. Tuttavia, poiché

l’astro transitorio non è per nulla assimilabile

dal suo intestino, immediatamente nell’altro polo il rospo si purga degli escrementi di cui si è lordato.
Il sole è quindi cacca di rospo. Ci avevate mai pensato? No? Per forza, è patafisica.

Le “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico” è una specie di Candido di Voltaire in cui però non si capisce niente come nel poemetto di Carrol sul Ciciarampa o Ciarlestone (traduzione che io preferisco). “Gesta e Opinioni del Dottor Faustroll, patafisico” è un libro che, preso nella sua interezza, ti manda in brodo di giuggiole se sei matto o almeno metafisico a dei livelli saturati. Altrimenti ad ogni pagina credi di meritare le martellate in testa di Maxwell Edison, il laureando in medicina/assassino seriale della canzone dei Beatles (che faceva schifo a tutti tranne che a Paul McCartney) la cui prima vittima fu appunto una tale Joan, dedita allo studio della patafisica (il legame fra la patafisica e le provette da laboratorio è tutto da provare):

Piesse: Maxwell’s Silver Hammer è la terza traccia del celeberrimo Abbey Road, l’album quello con la foto dei Beatles che attraversano la strada. Foto che (dipende dall’ora in cui cliccate) un po’ tutti si impegnano a riprodurre con grande frustrazione (e pazienza) degli automobilisti inglesi.

Pipiesse: A proposito di assassini seriali, poi, io vi consiglio questa.

Palmipedone #229 —La Mecca—

Standard

Il Guggenheim è un famoso museo di New York con una struttura architettonica molto particolare:

Dalla strada, l’edificio assomiglia a un nastro bianco che si avvolge attorno a un cilindro più ampio in cima che alla base[…]. All’interno, la galleria espositiva forma una dolce spirale che sale dal piano terra fino alla cima dell’edificio.
[Da Wikipedia]

Io non ci sono mai stata.
Però sono stata qui.

Che col Guggenheim non c’entra niente perché, primo, per passare da un piano all’altro ci sono le scale, secondo, da fuori tutto sembra fuorché un nastro che si avvolge su di un cilindro e, terzo, non è un museo. È il building 40 del CERN di Ginevra,

where scientists keep finding nothing

secondo l’albergatore Ginevrino (ah-ah), la Mecca secondo il fisico delle particelle, e, più in generale, un posto dalla burocrazia efficientissima e soprendentemente veloce, con dei tavolini e dei muri decorati in stile ommiodio (da leggersi in maniera ascendente o discendente a seconda dei sentimenti spontaneamente suscitati da questo genere di cose, non necessariamente legati alla professione e all’ambito di studio -per me, ad esempio, il tavolino è un po’ ommiodio discendente-), un rapporto conflittuale con le donne delle pulizie che son buone e care, ma non si sa mai dove potrebbero metter le mani


e una quasi commovente attenzione ai bisogni di chi ci lavora/vive (spesso le due cose non son distinte) al punto che è possibile trovarci una cosa del genere:

Feel free to borrow these books

E, più della struttura architettonica simil Guggenheim (ma mica tanto), più dei tavolini e dei muri con dei disegni nerdosi, queste qui son le cose che, come direbbe Holden Caulfield

ti lasciano secco. Sul serio.

__________________
Note noiose: Il murales rappresenta una veduta in sezione del rivelatore dell’esperimento ATLAS (non in scala, il rivelatore vero, sottoterra, è ben più grande) mentre, quella sul tavolino, è la rappresentazione di un evento, cioè dei prodotti di una collisione fra particelle, nel rivelatore Aleph, utilizzato nell’esperimento LEP (chiuso nel 2000) il cui tunnel circolare di 27 km è lo stesso che attualmente ospita LHC (dove, per inciso, non è vero che non si trova niente).

Palmipedone #228 —Grease—

Standard

Grease in inglese significa brillantina.
E questo avrebbe dovuto farvi intuire che Grease è, prima di tutto, un film sui capelli. In particolare, poi, è un film sui capelli di Sandy.

Sandy è la protagonista e all’inizio del film è pettinata da brava ragazza/vecchia. Così:

Poi succede che Sandy decide di dare una mini-svolta alla sua vita di brava ragazza e si improvvisa cheerleader. Per l’emozione le crescono i capelli di almeno venti centimetri, tanto che, seppur raccolti in una coda altissima, sono anche più lunghi di qualche ora prima, quando era pettinata da vecchia, ohibò.

La sua indole da brava ragazza è però prepotente al punto che, nel giro di cinque minuti, la nostra eroina torna alla sua condizione di partenza se non ad una addirittura precedente.

Poi decide di uscire con uno un po’ tonto. I capelli si allungano q.b.

Quando decide di uscire con uno meno tonto i capelli si allungano assai.

Alla fine decide di diventare una bad bad girl, i suoi capelli non ci capiscono più niente e si arricciano tutti.

Fine.

Palmipedone #218 —Figli di—

Standard

Mia mamma è un’insegnante di matematica.
Io  studio fisica.
In genere la gente fa due più due e, nonostante anni di addestramento alle addizioni e alle loro proprietà, tira le somme così: due più due uguale due e cioè “ah, vuoi insegnare come tua madre, sei tutta tua madre!”

Il buon caro vecchio Oscar Wilde (autore de Il Ritratto di Dorian Gray, del quale è appena uscita in lingua inglese una versione non censurata, con le cose zozze e le cose decadenti) diceva che

Ogni donna diventa come sua madre. Questa è la sua tragedia.
Nessun uomo diventa come sua madre. Questa è la sua tragedia.

e quindi al fatto che diventerò come mia madre sono preparata, ma non completamente rassegnata. Il “come lei”, non comprende però la sfera dell’insegnamento per vari motivi che si basano sulla mia infinita superbia intellettuale, sulla mia non-pazienza e sulla mia convinzione di poter risultare perfida (e ciò mi renderebbe triste assai).

Il mondo è però pieno di figli che fanno lo stesso mestiere dei padri: se tuo padre è uno famoso e se tu sei uno dotato nel campo, seguire le sue impronte non può che essere vantaggioso soprattutto per quanto riguarda l‘iniziazione; se poi l‘iniziazione prosegue con una efficiente sostituzione del tuo vecchio uscito di scena il gioco è fatto.

C’è il figlio di Paul Simon, il Simon del duo Simon & Garfunkel (di cui è quello con i capelli meno voluminosi) che si chiama Harper (Harper come Ben Harper, ma lì Harper è il cognome, quindi non tanto come lui) Simon (Simon come Simon Le Bon, ma lì Simon è il nome, quindi non tanto come lui), e canta come il padre. Anzi canta come Simon & Garfunkel insieme.

Poi c’è il figlio di Sting, che si chiama Joe Sumner, Sumner come Gordon Matthew Thomas Sumner cioè come il padre, Sting, ché mica Sting è il nome di battesimo. Joe Sumner è un bassista (toh, come il padre) e leader di una band (toh, come il padre), i Fiction Plane, e vi giuro che, oltre a sembrare il padre quando lo vedi, sembra il padre pure quando lo senti. Però dovrebbe fare qualcosa per quei capelli.

Poi c’è Cristiano De André che ci si impegna di brutto in quella cosa di seguire le orme dei padri e si mette a cantare De André come farebbe De André, IL De André che fu e non ce ne sarà mai uno uguale al cento per cento, però.

Poi c’è Ravi Shankar. Dice ecchiè? Ravi Shankar è un indiano (vegetariano) virtuoso del sitar. Dice ecchiè? Ravi Shankar è il padre di Norah Jones (pure se lui dice di no). Norah Jones la conoscete tutti. Ravi Shankar, secondo me, no:

E no, Norah Jones non è uguale a lui.

Palmipedone #215 —Agli americani non insegnano la partenza in salita—

Standard

I left my heart in San Francisco, high on a hill it calls to me
To be where little cable cars climb halfway to the stars.
[I left my heart in San Francisco]

A San Francisco hanno queste colline che sono le peggiori colline del mondo per costruirci una città intorno, o in mezzo, o sopra. È fantastico. E quando dico fantastico non ha niente a che vedere col piacere perverso di star lì a cambiare le marce o roba del genere. Sono proprio le colline che sono fantastiche, amico. Vanno su e giù. Qualche volta sono salito in macchina sulla cima di queste cose, e insomma arrivi in cima e la macchina sta ancora salendo. E allora dici dove cavolo è la terra santo cielo? È stata l’unica volta che mi sono alzato in piedi in una macchina, oddiomio dove cavolo sta la terra? Poi ridiscendi, io, mentre scendevo, andavo giù come un razzo, amico, ti giuro, come un razzo, e allora quello seduto di fianco a me mi dice frena frena, io gli dico ma tu sei pazzo amico, così ci ribaltiamo, e puoi dar retta a me che la compagnia di assicurazioni non copre gli incidenti con le colline, fidati amico, fidati.

Insomma hanno costruito questa strada che si chiama Lombard Street che va giù per la collina e siccome non erano soddisfatti di farti schiantare dritto per dritto l’hanno riempita di curve e solchi e ci hanno messo pure i fiori nei punti dove le persone si sono ammazzate percorrendola. Ci sono un sacco di fiori. Che strada meravigliosa, davvero.

Una volta avevo questa Volkswagen, un tizio mi aveva prestato una Volkswagen, e io non vado molto d’accordo con la frizione, questo è tutto ciò che ho da dire a mia discolpa, che non ci vado d’accordo. Per accorgerti se con la mia macchina sono nei paraggi non hai nemmeno bisogno di vedermi, ti basta sentire l’odore di bruciato. Ci metto un minuto per bruciare una frizione, la prima marcia non è di certo la mia migliore amica al mondo, hai presente il singhiozzo? Ecco, così. La seconda non è poi tanto male, la terza è grandiosa, una volta che sono arrivato alla terza non torno indietro per nessuna ragione al mondo, investirei un uomo pur di non ripartire dalla prima, amico, puoi giurarci.

Insomma ho questa Volkswagen e sto girando per la città e devo prendere la strada che sale su questa collina perché c’è una deviazione obbligatoria, o lì o niente e io mi dico dai, ce la puoi fare, amico, puoi salirla e superarla, sei forte, ce la fai. Per cui do gas al motore, BWAAAAA!!! 20… 60… 80…, sono quasi arrivato alla cima, sto per superarla quando ad un certo punto guardo a destra…

Qualcuno ha messo uno stop sulla cima della collina. Dico, nessuno sano di mente metterebbe uno stop sulla cima di una collina come questa, voglio dire quelli della città che si occupano di queste cose non lo farebbero mica, deve essere stata qualche mente bacata che ha comprato un cartello di stop in un negozio dell’esercito o della marina e adesso è appostato da qualche parte con un binocolo: “Guarda, Martha, abbiamo preso qualcuno laggiù”.

Se è così mi hanno catturato. Premo il pedale del freno. Se non andassi di fretta credo che rimarrei fermo lì e perderei la gamba destra perché la strada è talmente in pendenza che tutto il sangue sta defluendo dagli arti. Immagino che nel tempo che mi occorre per spostare il piede dal pedale del freno a quello dell’acceleratore la macchina sarà già scivolata all’indietro abbastanza da cadere nella baia e se muori in questo modo mica ti ci lasciano entrare in Paradiso: quando vai da San Pietro e lui ti chiede come sei morto, cosa gli dici? Sono affondato nella baia con la mia macchina? Se gli dici così lui ti manda all’inferno, amico, sicuro.

Quando sono quasi deciso a rischiare guardo nello specchietto retrovisore e adesso dietro di me c’è una macchina. Non voglio che questo tizio si renda conto che non so guidare quindi mi sporgo dal finestrino, gli faccio dei cenni e gli dico passa, idiota, andiamo, passa! Solo che lui non può sentirmi e nemmeno vedermi perché è voltato a dire le stesse cose a quello dietro di lui. E quello dietro uguale.

Hanno catturato tredici milioni di noi, su quella collina. Così abbiamo fatto un accordo. Abbiamo tutti tirato il freno a mano e abbiamo trasformato la collina in un rivenditore di auto usate.

Guarda su Vimeo.

***

Il post è una (assai) libera traduzione di uno sketch (Driving in San Francisco) di Bill Cosby, il Cliff de I Robinson, di cui si possono ascoltare pochi secondi nel video di Lambard Street.
Quella sensazione di terrore di schiantarsi sulla macchina dietro durante le partenze in salita credo sia comune a tutti i neopatentati. Ma a noi ce le insegnano, le partenze in salita.
Pure quelle col freno a mano.

Palmipedone #210 —μ—

Standard

Atom Heart Mother è un album dei Pink Floyd del 1970. L’ultima traccia del lato B, quando i dischi bisognava ancora girarli come una frittata per ascoltarli tutti, s’intitola Alan’s Psychedelic Breakfast, dura tredici minuti ed è composta di rumori e suoni: rubinetti che gocciolano, stoviglie che urtano, fiammiferi che si accendono, uova che friggono, Alan che mastica, un pianoforte, una chitarra (non nel senso che li mastica, nel senso che si sentono). Ai Pink Floyd questa traccia faceva schifo,

È una schifezza totale.
(David Gilmour)

A me piace, poi dici.

Sulla copertina di Atom Heart Mother, in una foto dai colori saturatissimi, c’è una mucca. Niente titolo, niente nome della band, una mucca e basta: Lulubelle III (è il nome della mucca).

The ultimate picture of a cow; it’s just totally cow.
(Storm Thorgerson)

I Pink Floyd volevano una copertina il meno psichedelica possibile e affibbiarono il compito di crearne una a questo Storm Thorgerson, inglese col nome da svedese, fotografo e designer di fiducia del gruppo. Storm, presi armi, bagagli e macchina fotografica, si recò nella campagna a nord di Londra con in testa un’idea ben precisa, ispirato da una orripilante meravigliosa carta da parati di Andy Warhol che dietro una scala bianca ci sta come l’aceto balsamico sui campi da golf

fotografò la prima mucca che gli capitò sotto tiro. Che io mica ci credo poi. Mica era uno qualunque, questo Storm. È quello della copertina di The Dark Side of the Moon, quella col prisma e la diffusione della luce, semplice ma efficace, e di un sacco d’altre di artisti che ti aspetti (tipo Alan Parsons, che dei Pink Floyd era il tecnico del suono, ed i Led Zeppelin) e di artisti che non ti aspetti (tipo i Cranberries e i Muse). Però la mia preferita è questa:

Phish - Slip, Stitch, Pass © Storm Thorgerson. Courtesy of Idea Generation.
copertina di un album live dei Phish, che comunque non so chi siano. Ed è la mia preferita perché, sin da piccola, mi son sempre piaciuti gli oggetti di uso comune rappresentati in formato extralarge tant’è che, sulle giostre, alla carrozza di Cenerentola preferivo sedere nella tazzona da tè. A proposito di oggetti fuori scala, poi, a me piacciono anche questa

Exposition d'Art contemporain dans le parc de Chaudfontaine (Belgique)
questo

e questo

peluche del muone, decisamente fuori scala con i suoi 10 cm di diametro, decisamente caro (l’intero set di cosi fuffolosi costa 210 dollaroni senza antiparticelle; duecentodieci dindi ed avrete sul vostro divano tutto il Modello Standard e oltre).

Il muone è la mia particella preferita: il nome fa venire in mente una grossa mucca. A me le mucche piacciono un sacco.
Anche quando fanno i cavalli.

E anche cotte.