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Palmipedone #219 —Di rosso lo tingerem—

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Poesia su questa mia settimana, non solo sui giorni passati, ma anche su quelli che verranno, tutta pervasa da un contagioso ottimismo.

***

Dopo un lunedì
non proprio da schifo
(direi quasi così così),
vien martedì,
che è brutto in partenza
perché il giorno dopo
arriva mercoledì:
giornata di merda.
Ma te la aspettavi tu
di merda così?
Io sì,
ma un poco diversa,
di merda sfumata,
pensavo,
da marrone a chiara,
almeno avana;
invece la sfumatura
era nell’altro verso:
da avana
a marrone.
Marrone scuro.
Giovedì mica sarà peggio.
O forse sì.
Perché quelle cose,
da fare entro venerdì,
se cominciano male
giovedì
finiranno male
o non finiranno affatto
venerdì.
Secondo me c’è un complotto.
Anche il mio pc partecipa
entusiasta:
riavvii automatici,
come se piovesse
e “queste millemila stampe
tutte uguali
di chi sono?”
“Le mie,
ma in stampa
ce le ha mandate lui,
da solo.”
“Lui chi?”
“Il pc.”
Alzateli pure
gli occhi al cielo,
il complotto è evidente.
Mi stanno incastrando.
È un complotto marrone,
marrone scuro.
Che se non diventa beigino,
almeno beigino,
venerdì,
beh,
di rosso lo tingerem.
Né blu, né ner
né arcobalen,
di rosso lo tingerem.

Rosso sangue.
Il sabato, poi,
gli ebrei si riposano;
io non sono ebrea,
ma facciam finta.
Potrebbe esser peggio.
E come?
Potrebbe piovere.

Secondo me
domenica piove.

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Palmipedone #207 —Kiss me—

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E oggi Karaoke! Per base potete usare questa (i cori ovviamente non coincideranno col testo visto che si tratta, per così dire, un nuovo adattamento). Alla fine potete anche baciare il rospo, dubito che accadrà qualcosa, ma voi provate, PROVATE!, perché l’esemplare originale ce l’ho io e la conclusione del discorso si deduce. Se non cantate mi arrabbio.

***

Kiss me, I am your purple big toad
Find me, I’m in the green green grass
Please, please, please watch you step
You’ll not be princess if I’m an omelette
O-Oh
Kiss me, we’ll watch togheter Twilight
Make me become a purple prince
Lift me on your open hand
Come show me your lips, gimme a big kiss
Then we’ll organize a party
But kiss me

Kiss me down by the brown muddy pond
Caress me, of you I will be fond
Feed me but not with roasted flies
When I’ll be human I’m sure l’ll wear ties
O-oh
Kiss me, we’ll watch togheter Twilight
Make me become a purple prince
Lift me on your open hand
Come show me your lips, gimme a big kiss
Then we’ll organize a party
But kiss me

Palmipedone #189 —Io mi sa che entro la fine di gennaio muoio—

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Io mi sa che entro la fine di gennaio muoio.
O ridivento psicopatica come nel 2010, quando ero talmente matta da proteggere il documento della tesi triennale con password, e pensi cavolo, chissà che informazioni confidenziali c’erano dentro, no, si può dire che l’informazione più riservata fossero i ringraziamenti, lunghi, lunghissimi, con troppa gente dentro, io ringrazio sempre tutti e a me non mi ringrazia manco chi dovrebbe, “perché sei una povera stronza” mi ha detto Magò, e mi sa che c’ha ragione.

Io mi sa che entro la fine di gennaio muoio.
O impazzisco.
Io quando divento premier prendo in consegna pure il  ministero dell’università e della ricerca e faccio una riforma per eliminare il 3+2*, perché è inutile, il 3+2. Nel +2 non s’impara praticamente nulla di nuovo, e, dopo appena un anno, uno si ritrova fra le mani un’altra tesi da fare quando c’ha ancora la nausea per quella prima. Senza contare che io mi sento incompetente dopo la triennale, mi sentirò incompetente anche dopo la magistrale, sarà che un po’ ho perso la passione nella fisica: ieri l’altro la proffa ci mostra un grafico con la distribuzione dell’età di quelli che lavorano al CERN. A parte il picco inspiegabile attorno ad anni 77, c’è una grande quantità di ventottenni o giù di lì e lei dice che i giovani neolaureati è ovvio che possono rimanerci più a lungo all’estero perché non hanno altri impegni lavorativi. Non dice famiglia, non dice legami.
Altri impegni lavorativi.
Che poi stare lì non è un impegno lavorativo?
Altri impegni lavorativi.
Non famiglia, non legami.
Che è un po’ quello che diceva l’altro prof, tempo fa, bisogna vivere per lavorare. Ecco io in questo gennaio sto vivendo per lavorare. E siccome (a parte il fatto che non mi piace) c’ho come la vaga impressione che il  ritmo non lo reggo, io entro la fine di gennaio o muoio o impazzisco.

Ciò che più mi debilita è pranzare fuori casa tutti i giorni (e per fuori casa intendo all’università, e dove sennò) perché io sono una che a fine pranzo dopo il caffè rimane a giocherellare con le molliche di pane e le briciole sulla tovaglia mentre perde tempo e guarda My Name Is Earl. E così facendo riposa il cervello. Ieri all’università avevo da mangiare questi due mandarini e mi sono detta me li lascio per merenda, tipo iniezione di zuccheri pomeridiana buona e salutare, brava Ilaria.
Poi fra un programma che sovrascrive continuamente il suo output e non si sa il perché, una phone conference con giapponesi e greci solo apparentemente anglofoni, il programma di prima che era tutta colpa di una parentesi graffa al posto sbagliato, un pellegrinaggio all’INFN a chiedere aiuto, insomma, tutto il giorno in giro, a pranzo due panini e alla fine sei stanca morta e non ci vedi più dalla fame, sali in macchina e ti ricordi dei mandarini e pensi li mangio mentre guido, don’t try this in your own car, essenzialmente perché poi anche la vostra macchina olezzerebbe di mandarino, ma anche perché potreste schiantarvi cosa che io sapevo non mi sarebbe successa perché qui a Roma abbiamo una cosa che si chiama duepunti il traffico del rientro dal lavoro, che è veramente utile perché mentre stai fermo a guardare le lucine rosse davanti e quelle gialle dell’altro senso di marcia potresti anche mettere lo smalto e fare le parole crociate, 1 verticale: mese in cui Ilaria o muore o impazzisce di nuovo, sette lettere, Gennaio.

*C’ho delle riforme in programma pure per il ministero della sanità, ma queste preferisco tenerle segrete sennò poi me le soffiano.

Le teorie di Gaia: premesse.

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Una teoria non nasce così dal nulla, non è che una mattina ti svegli e puf, la tua teoria è lì davanti a te, come un’idea chiara e distinta, non è un’epifania, il più delle volte è un processo lungo, pieno di deviazioni dalla strada maestra, di vicoli ciechi, di su e giù, tutto a seni a golfi. Una teoria (delle mie) nasce grazie agli esperimenti mentali conditi con pizzico di realtà, grazie a quella capacità che è prettamente femminile di vivere, che il più delle volte coincide con l’immaginare situazioni improbabili e dipingerle nei loro dettagli più minuti, con l’esaminare un ventaglio di possibili comportamenti, di alternative, e, alla fine, di scegliere quella che meglio si adatta ad incastrarsi a tutte le altre teorie precedentemente elaborate. Il che equivale a vedere il mondo come se fosse un puzzle da milioni di pezzi venduto con quelli del bordo già incastrati l’uno con l’altro, un contorno vuoto che non può essere riempito come capita se si vuole ad arrivare ad avere una visione d’insieme rivelatrice. E a me importa. Le mie teorie incastrano però solo pezzi nella zona periferica del puzzle, quella vicino al bordo: sono teorie leggere, semiserie, riguardano perlopiù le frivolezze delle persone. Trovare per caso due pezzi che si incastrino fra loro e non con la cornice è per me cosa rara. Associarvi delle teorie è, ho poi scoperto, estremamente rischioso non avendo una visione, neppure parziale, del contorno. E fa perdere un sacco di tempo perché la gamma di esperimenti mentali associabili è talmente ampia e diversificata che si rischia di non uscirne mai. Per cui ho smesso di preoccuparmene, dei pezzi centrali. E mi accontento di elaborare teorie apparentemente inutili, tipo quella che riguarda le donne con gli artigli, con le unghie delle mani perennemente ricostruite, e le cataloga come casalinghe completamente inette. Senza offesa.