Archivi tag: cioccolato

Palmipedone #161 —Muffilli—

Standard

Questi giorni addietro secondo me c’era in giro il vairus dei bloggher, tutti a lamentarsi della mancanza d’ispirazione, della perduta voglia di scrivere, della sindrome del foglio bianco, oppure muti, questi giorni addietro son stati proprio dei giorni strambi, sarà una questioni di fasi lunari, bisognerebbe studiarla un’eventuale correlazione fra le due cose (io se mi metto a fare anche questo finisco come il matto di Spoon River, quindi spero che con sei miliardi di persone sulla terra ci pensi qualcun altro, magari lo scienziato inglese di turno così poi ci fanno il servizio al tiggìdue e siamo tutti contenti). Io in questi giorni di mancanza d’ispirazione ho deciso di arricchire la mia collezione di improvvise passioni e mezze abilità, di collezionare un ulteriore asso nella manica che più che asso è un due, di aggiungere l’ennesimo dente di leone al mio mazzolino di fiori di campo, tenetevele le rose, tenetevele le gerbere, io sono un bouquet di fiori brutti e dal gambo dalla lunghezza disuguale, ma tutti colorati, tutti diversi, viva la varietà; insomma ho deciso di dedicarmi alla pasticceria, quella di consumo, quella per principianti. Risultato: i miei muffin con le gocce di cioccolato (che però io c’ho messo le scaglie, perché sono rustica) sono a forma di Camille Mulino Bianco (la merendina più disgustosa che la storia ricordi), invece di fare il fungo si sono espansi come la lava (però questa è colpa del forno che non ha il calore da sotto e dei pirottini flaccidi, sostegno, ci voleva sostegno). Però sono buoni, i miei Muffilli. E hanno profumato di buono tutta casa. E saranno un’importante fonte di calorie per i giorni a venire vista la quantità di burro che contengono.

Spero che finiscano presto perché io devo farne degli altri. Meno burrosi e più vulcanici magari.

Annunci

Palmipedone #109 —Vocativi—

Standard

Chi lo pronuncia per intero, il mio nome, fa parte di una ristretta minoranza. In genere tutti si fermano alla a, alla prima che incontrano, invece che proseguire fino all’ultima, mai troppo lontana eppure così irraggiungibile, sono pigri gli uomini, tutti, anche coloro che non lo ammettono, sono restii a muoversi, inclini alla stanchezza prematura, arrendevoli, deboli, ma questa è un’altra storia e forse nemmeno c’entra. Forse.
Il fatto che il mio nome venga il più delle volte brutalmente troncato a metà non mi dispiace, anzi lo preferisco a quello versione integrale, ché pronunciato per intero sa di rimprovero, sa di brutta notizia, sa di gente che gli serve qualcosa e allora si arruffiana.
Ilà, mi chiamano, con l’accento sulla a, quando vanno di corsa, quando vado di corsa, quando ho scocciato tutti a forza di lamentarmi, quando sono distratta, quando la prima volta non ho sentito, quando mi perdo e vengo richiamata a me stessa.
Ila, mi chiamano, come le rane nei rebus (e spero che non lo facciano con l’intenzione di dirmi che somiglio ad una rana); in genere a farlo sono quelli che mi vogliono bene (o  sono io che la percepisco così perché Ilasenzaccento suona più dolce di Ilàconl’accentosullaa?) quando mi fanno le prediche, le prediche buone, quelle che dopo che le ho sentite sto meglio. Ila è il vocativo dei discorsi ripieni al cioccolato. Ma è anche il vocativo dei pigri, di quelli restii a muoversi, inclini alla stanchezza prematura, arrendevoli, deboli e, in tal caso, il cioccolato non c’è nemmeno in piccole dosi, è solo involucro o, nella peggiore delle ipotesi, il ripieno è persino amaro, ma questa è un’altra storia e forse nemmeno c’entra. Forse.

Palmipedone #102 —Cioccolato—

Standard

Ho bisogno di tirarmi su il morale, avevo detto. Quindi ieri sera mi hanno coinvolta nella visione collettiva di un telefilm, argomento della puntata: corna. Corna e lacrime. Corna, lacrime e Alessio Boni nei panni di un ornitologo dalla parlata spiccatamente settentrionale, non avvezzo all’igiene personale e innamorato di una sciapa parrucchiera urlante con un’inflessione fastidiosamente toscana. In realtà non proprio innamorato di lei, ma di un’altra, la promessa sposa incinta di suo fratello. Di suo fratello morto. Donna dalla psiche instabile e dai collant di dubbio gusto, incline alla tragedia e al monologo in stile predicozzo, dalla lacrima facile, protagonista di copiosi pianti insieme a quell’altra (quella là con le corna), con una immaginazione sin troppo fertile, a sua volta innamorata del lui in questione, ma troppo civile per avvelenare la parrucchiera e fornire un importante contributo alla battaglia mondiale contro le fonti di inquinamento acustico, nonché combattuta per i sensi di colpa nei confronti del defunto amato che comunque, dalle nuvole, non tarda a dare il suo assenso all’unione. Unione che se non fosse avvenuta avrei almeno potuto godere delle altrui, seppur fittizie, disgrazie: corna, passioni non ricambiate, pianti, donne insipide indegne rivali d’amore. Si è risolto tutto, invece, tranne le corna che, comunque, passeranno in secondo piano nella prossima puntata (che a questo punto non so se vedrò) quando l’ornitologo subirà la trasformazione da sfigato a figo e la sua amata nuova di zecca sarà la donna più felice e più fortunata della terra. E io, tramutatami nella parrucchiera arpia, vorrò ammazzarla a colpi di ferro arricciacapelli (rovente).
Avrei fatto meglio a strafogarmi di cioccolato, da subito. Almeno avrei potuto evitare di mangiarne una doppia razione per rimediare alla tristezza telefilm-indotta.