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Palmipedone #228 —Grease—

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Grease in inglese significa brillantina.
E questo avrebbe dovuto farvi intuire che Grease è, prima di tutto, un film sui capelli. In particolare, poi, è un film sui capelli di Sandy.

Sandy è la protagonista e all’inizio del film è pettinata da brava ragazza/vecchia. Così:

Poi succede che Sandy decide di dare una mini-svolta alla sua vita di brava ragazza e si improvvisa cheerleader. Per l’emozione le crescono i capelli di almeno venti centimetri, tanto che, seppur raccolti in una coda altissima, sono anche più lunghi di qualche ora prima, quando era pettinata da vecchia, ohibò.

La sua indole da brava ragazza è però prepotente al punto che, nel giro di cinque minuti, la nostra eroina torna alla sua condizione di partenza se non ad una addirittura precedente.

Poi decide di uscire con uno un po’ tonto. I capelli si allungano q.b.

Quando decide di uscire con uno meno tonto i capelli si allungano assai.

Alla fine decide di diventare una bad bad girl, i suoi capelli non ci capiscono più niente e si arricciano tutti.

Fine.

Palmipedone #222 —Di treddì, di chitarre, e di pirati—

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Io il treddì non l’ho mica capito se mi piace oppure no.
Il treddì secondo me c’ha un problema fondamentale e cioè che non è democratico, ora vi spiego: mettete il caso che voi stiate sentendo della musica che vi piace e che nel brano in ascolto ci siano un basso, una chitarra elettrica, una chitarra acustica, una batteria e una voce che canta. Ad un certo punto qualcuno decide per voi che il volume di tutti gli strumenti deve abbassarsi bruscamente, di tutti gli strumenti tranne che del basso, per cui quello che sentirete sarà un sottofondo indistinto, un brusio musicale come quello di una radio sintonizzata male e, sopra a tutto, il basso, bonbonbonbonbonbonbobobobn, il basso. Che, a meno che non siate dei bassisti e pure con una certa passione perversa per il bonbonbonbonbonbonbobobobn dopo un po’ sicuro vi darà fastidio e penserete ma tu guarda, a me piace la chitarra, e quella acustica per giunta, ma tu guarda se devo essere obbligata/o a sentire per forza il basso, bonbonbonbonbonbonbobobobn, il basso. Ecco, il treddì è uguale. Tu stai guardando il film, magari sei lì che con curiosità esplori il paesaggio sullo sfondo e improvvisamente il paesaggio sullo sfondo non lo vedi più, diventa una specie di bokeh tanto suggestivo quanto inutile, che al suo posto potrebbe esserci un telo patchwork, un gran foulard di quelli con la fantasia con le melanzane, a casa mia la chiamiamo la fantasia con le melanzane, e sarebbe uguale. Il treddì sceglie al posto tuo cos’è che devi guardare, c’è poco da perdersi nella ricerca dei particolari che non nota nessuno, come Amélie, perché i particolari non li vedi nemmeno se strizzi gli occhi dato il lavoro di fuochi e controfuochi e, oltretutto, a volte c’hai l’impressione che non è a fuoco nemmeno ciò che dovrebbe esserlo, secondo me dipende da dove stai seduto e, soprattutto, dall’angolazione della testa con la quale guardi lo schermo. Io sono abbastanza irrequieta nelle mie posizioni sedute. E anche in quelle in piedi.
E poi è buio, il treddì.
Però ci son dei particolari impagabili, tipo la spada attraverso la porta in Pirati dei Caraibi quattro [che poi sicuramente fanno pure il cinque e il sei, sperando che perdano meno tempo, in quelli che verranno, a contestualizare la storia: la prima metà del film introduce la seconda che è il film vero e proprio -e, così facendo, risulta troppo corto-] in cui c’è pure il Pirata Barbanera che io ricordavo quasi redento dal vecchio film della Disney del 1968 (che al mondo pare che abbia visto solo io, ma potete sempre recuperare) e invece è tornato cattivo, cattivissimo, un vero pirata, ma quanto mi piacciono le storie di pirati. Poi, a proposito di chitarre e pirati, alla colonna sonora di questo film hanno collaborato anche Rodrigo y Gabriela che se non avete mai sentito la cover di Stairway to Heaven o Tamacun, beh, sentitele. Il perché chevvelodicoaffà.

Palmipedone #214 —Capelli—

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Non voglio più chiedere scusa
se sulla testa porto questa specie di medusa
o foresta
non è soltanto un segno di protesta
ma è un rifugio per gli insetti
un nido per gli uccelli
che si amano tranquilli fra i miei pensieri
e il cielo.
[Niccolò Fabi – Capelli]

David Lynch, a leggere la voce di Wikipedia, è uno che nella vita ha fatto più o meno cento volte di più di quello che basterebbe fare per essere definito Artista. È quello di Mulholland Drive, che è un film che se state ancora a rompervi la testa sulla trottola di Inception è perché ancora non avete visto Mulholland Drive, e presumibilmente, una volta che l’avrete visto, Mulholland Drive, comincerete a fare ciò che in gergo si dice chiudersi di brutto, vi chiuderete di brutto a cercare di trovare un senso a Mulholland Drive. Poi di David Lynch, visto che nella vita ha fatto più o meno cento volte di più di quello che vedi sopra, immagino che esitano anche altre cose degne di nota e sulle quali chiudersi di brutto, oltre a Mulholland Drive; io non lo so perché ho visto solo quello e questo video per un pezzo di Moby che, siccome è un vegano di quelli integralisti che manco indossa indumenti di lana per quanto è vegano, mi sta antipatico. Il numero preferito di David Lynch è il sette. Il mio no. David Lynch ha dei capelli vivi, dei capelli ribelli, dei capelli artistici, dei capelli pittoreschi.

Noi in Italia c’abbiamo un artista che, se diciamo che l’artisticità di David Lynch è pari a 1 Lyn, ha un’artisticità di circa 0.1429 Lyn, cioè un settimo di Lynch (frazione corrispondente al Lynch musicista) e che ha dei capelli altrettanto vivi, altrettanto ribelli, altrettanto artistici, altrettanto pittoreschi, ma anche architettonici, scultorei e fisici.

A sinistra: i capelli di Morgan A destra e dall’altro verso il basso: il tetto della cappella di Notre Dame Du Haut, dettaglio del dipinto di Van Gogh Campo di grano con allodola, scultura di Hans Arp il cui titolo è Concrezione Umana II  e che secondo me sembra un enorme ippopotamo, dettaglio di Albero Argentato di Mondrian, le nuvole di Monkey Island 3, tracce di particelle cariche in una camera a bolle.

Piesse: io odio andare dal parrucchiere.
Pipiesse: quella di Lynch l’ho trovata qui, quella di Morgan l’ho fatta io.

Palmipedone #209 —Un post (troppo) lungo—

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Però l’ho diviso in sezioni.

[Premessa:

La mia prolungata assenza non ha una spiegazione vera e propria.
È che io c’ho questo grande, grandissimo limite, sono monotasking, e lentissima per giunta, per cui la mia dedizione nel compiere attività che altri riuscirebbero persino a conciliare con il salto a corda è  esclusiva (nel senso che ne esclude altre) e totale. E duratura nel tempo e nello spazio. Se sono concentrata vivo in una vera e propria bolla e ciò mi permette di leggere e studiare anche in ambienti non troppo silenziosi, impedisce alle persone che mi circondano di ottenere delle risposte sensate a domande poste di sfuggita (la risposta standard  in automatico è non lo so) e, in un certo senso, rende le mie giornate poco produttive in termini di quantità. L’aver inserito delle “nuove” attività nella mia routine quotidiana ne ha scalzate delle altre, tra cui quella della scrittura che richiede un tempo molto superiore a quello che occorre semplicemente per pigiare i tasti (sì, i deliri che scrivo li penso pure, prima, e a lungo).]

La rabdomante di libri

In libreria c’ero entrata per comprare Dance Dance Dance, che è un libro di Haruki Murakami, lo stesso scrittore di quel Norwegian Wood che tanto mi era piaciuto: doveva essere un acquisto quasi a colpo sicuro per questo motivo (di lei mi fido). Epperò quando entro in una libreria succede sempre la stessa cosa, cioè che comincio a vagare alla ricerca del libro in questione (perché più la libreria è grande più è bella la caccia al tesoro), lo trovo, lo prendo, lo giro, leggo la quarta di copertina, prendo quello di fianco, leggo la quarta di copertina, se sono in compagnia chiedo
–  secondo te qual è meglio, questo o quest’altro?
–  secondo me questo
e allora prendo quell’altro oppure prendo direttamente quell’altro senza interpellare nessuno. Ero entrata per Dance Dance Dance e ho comprato Kafka sulla spiaggia, stesso autore, qualche pagina in più, guidata sostanzialmente dal caso o, per chi ci crede (io mica tanto), da vibrazioni emanate dal libro e definitivamente convinta dal fatto che uno dei protagonisti sia un vecchio che parla con i gatti, io pure parlo con i gatti. E li insulto.

Kafka sulla spiaggia

Kafka sulla spiaggia è un libro strano ai limiti dell’inquietante, popolato di personaggi usciti direttamente dai loghi delle bottiglie di Whisky o delle catene di fast food, un romanzo in cui piovono pesci e sanguisughe (e la notte prima di leggere della pioggia ittica avevo sognato una pioggia di uccelli morti e di polli arrosto esplosivi causata da bombe chimiche dell’URSS detonate nella stratosfera, la coincidenza mi ha fatto un po’ paura), in cui, e non ho capito se questa sia una caratteristica della letteratura giapponese in generale (perché l’ho notata anche in Norwegian Wood), il sesso è come leggerlo sulle istruzioni di montaggio di una cassettiera IKEA, diciamo una cassettiera disinibita, la donna è contemporaneamente colta musa ed escort, niente ha senso, però non riesci a smettere di leggere. Kafka sulla spiaggia è un libro allo stesso tempo bellissimo e orribile, bellissimo mentre lo leggi, orribile quando cerchi di trovargli un senso, bellissimo di nuovo quando smetti di pensarci, orribile quando trovi passaggi tipo

– Dica un po’, non vuole fare la cacca?
– In effetti ,ora che ci penso, sì, ne avrei giusto voglia.
– Allora vada, il gabinetto è lì.
– E lei, signor Hoshino, non deve andare?
– Io la farò dopo con calma, vada prima lei.
– Va bene, grazie, allora Nakata andrà per primo a fare la cacca.

Oppure ancora

Tornato in casa, mi asciugo con cura. Siedo sul letto e mi guardo il pene. Ha un aspetto sano e roseo. Il glande, che solo da poco esce completamente dal prepuzio, battuto dalla pioggia, fa ancora un po’ male.

(Esplorando il corpo umano / quante cose che impariamo)
Se non si considerano tali passaggi che tendo ad attribuire alle differenze socio-psico-fisico-culturali il libro è bellissimo perché è terribilmente senza senso come i miei sogni, è una specie di tana del bianconiglio in cui non si cade solo verso  il basso, ma anche verso destra, sinistra, e a volte verso l’alto (però lo devo ancora finire, mi riservo la possibilità di cambiare radicalmente idea).

Ancora sul Giappone

Siccome il libro non era abbastanza ho visto pure Norwegian Wood, il film, in giapponese con sottotitoli in inglese. E, come quasi sempre mi accade quando guardo la trasposizione cinematografica di un libro che ho letto (e mi è piaciuto), ho avuto come l’impressione che il film fosse una raccolta d’immagini suggestive per accompagnare il libro. Poco altro. E poi c’è sempre quel maledetto problema della donna un po’ musa un po’ escort che mi lascia perplessa, ma forse sono io. Voto 6.

Per il resto

È arrivata di colpo la primavera, forse è già qualcosa in più che primavera,
sono tornata a correre,
ho la stessa quantità di fiato del lupo de La spada nella roccia
e ho imparato a fare il nodo alle cravatte (le cravatte a pois possono essere indossate solo in presenza di tende a pois):

Palmipedone #208 —Where’s Ilaria?—

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You have five seconds to find her!

(la soluzione è scritta in inchiostro simpatico sotto la foto così non vi viene la tentazione di sbirciare -il trovare il difficilissimo modo di leggerla fa parte del gioco-)

dal film “Nessuno mi può giudicare” (2011)

 

Dietro la bancarella del cosiddetto “bibitaro” c’è una strada stretta.

Su quella strada stretta ci sono anche le macchine parcheggiate in doppia fila perché a Roma funziona così: se uno deve sbrigare una faccenda di un attimo, con 5min<1 attimo<1h, allora lascia la propria automobile in doppia fila anche se c’è parcheggio: rischierebbe infatti di divenire lui stesso vittima d’un doppiafilista, dovendo poi passare per la noiosa (e dispendiosa in termini di tempo) trafila clacson/clacson/clacson/arrivo del proprietario/scuse del proprietario (aò mannaggia, era giusto pe’ n’attimo, scusa eh)/sguardo truce.

Data anche l’esagerata presenza di automobili in doppia fila, in quel momento, su quella strada stretta, c’è un inspiegabile ingorgo che sembra una partita a tetris quando scendono solo pezzi a gradino.

Proprio su quella strada stretta, in quel momento, Ilaria è imbottigliata nel traffico perché, per uno strano caso del destino, tornando dalla (fu) agonistica corsetta al parco, ha deciso di cambiare strada per accorciare i tempi.

E menomale che non si vede, Ilaria, perché oltre ad essere in delle terribili condizioni post-agonistiche, in quel momento è anche impegnata in scomposte imprecazioni contro le feste di quartiere e i mercatini e le sagre e tutti quelli che ci vanno, non sapendo, in realtà, di essere parte (invisibile, ma insostituibile) di un set cinematrografico.

Piesse: il film è molto divertente, Raoul Bova è bello, Paola Cortellesi a Zelig è sprecata.

Palmipedone #174 —Non sono morta eh—

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Non sono morta eh. No, non si sa mai, lo dico soprattutto per quei quattro che mi amano,

che pure se stavano scherzando io non me lo aspettavo tanto affetto, ero più preparata alle risposte brutte, a prenderle a cuor leggero senza rimanerci troppo male, invece siete stati dei burloni buoni, grazie.
Dicevo.
Non sono morta eh. Sono solo un po’ a corto di idee e ne sto approfittando per migliorare la mia mezza abilità da pasticcera che, dopo i MuffilliTM, dopo dei Brownies così così, ha raggiunto il suo apice con i Muffin ai frutti di bosco belli e buoni di cui, come al solito, vi allego pretenziosa fotografia (stavolta addirittura con link alla relativa ricetta).

Berry Muffins [Muffin ai frutti di bosco]

Poi. Non c’entra niente eh, però ieri ho rivisto School of Rock per la milionesima volta e, come conseguenza, il mio piccì ha un nuovo magnifico wallpaper, questo, del quale non avevo dubbi che qualcuno si fosse adoperato a creare una versione leggibile (altrimenti l’avrei fatto io) che, volendo, trovate qui. Magnifico.

Tutto ciò per dirvi che non sono morta eh. State pure tranquilli, voi quattro che mi amate. Ci risentiamo quando avrò qualcosa di seminteressante da dire.
Spero presto.

Palmipedone #144 —Piano Compilation—

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In realtà all’inizio doveva essere una compilation con i migliori brani tratti da colonne sonore.
Poi mi sono accorta che erano tutti pezzi suonati al pianoforte e, visto che c’ero, ne ho aggiunti degli altri estranei al mondo del cinema, ma vicini a quello dei tasti bianchi e neri e, soprattutto, a me. Che per il pianoforte (e per chi lo suona) ho un debole. Ma questo l’ho già detto.
Piesse. L’ultimo brano è una chicca scovata sul tubo: il tizio in questione (oltre ad essere molto bravo) ha una stanza più disordinata del mio armadio ed il suo coinquilino (il cui fodoschiena compare brevemente nel video) ha dei boxer orrendi.
Buon ascolto!

  1. Ryuichi Sakamoto – Merry Christmas Mr. Lawrence
  2. Keith Jarrett – My Song
  3. Yann Tiersen- Comptine d’un Autre Été
  4. Ludovico Einaudi – Oltremare
  5. Jan A.P. Kaczmarek (pianista Leszek Mozdzer) – Piano Variation in Blue
  6. Keith Jarrett Quartet – Country
  7. Yann Tiersen – Goodbye Lenin
  8. Ludovico Einaudi – Nuvole Bianche
  9. Michael Nyman -The Heart Asks For Pleasure First (su suggerimento di Quaest-io)
  10. Hans Zimmer (pianista Kyle Landry) – Tennessee/Brothers (Medley)