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Palmipedone #158 —Fran—

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A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. […] È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. […]Fran.

[Alessandro Baricco – Novecento]

Ho capito una cosa.
Che non mi importa di quante cose sai:
non m’importa il discorso profondo, la speculazione, l’analisi,
il vivisezionare le situazioni per riuscire a comprenderle,
lo sviscerarle fino a renderle vuote,
non m’importa il filosofeggiare,
non m’importa della dialettica,
della ricchezza lessicale,
dell’eleganza sintattica,
del quoziente intellettivo,
della capacità di pensare l’astratto,
di vederne il marcio;
non mi interessano le contraddizioni,
le presunte verità,
le lezioni di vita,
le critiche costruttive,
le critiche distruttive.

Fran.

M’importa che tu sappia vivere
e vedere le cose semplici,
che tu riesca a meravigliartene
che tu voglia raccontarmele.

Fran.

E che il silenzio sia per scelta, non per necessità.
E che non sembri mai vuoto.

Fran.

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.

[Alessandro Baricco – Castelli di Rabbia]

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Chiedo perdono per il Baricco in dosi massicce; spero che a qualcuno non sia venuto uno shock anafilattico.

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Palmipedone #113 —Lezione 21—

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C’è una mia amica che, quando esamina i miei gusti musicali/letterari/cinefili li riassume nella dicitura di un polacco morto suicida, copie vendute due, a volte resa più drammatica dalla sordità/cecità/mutismo del suddetto, fra l’altro non sempre polacco (l’ultima volta ascoltavo Yann Tiersen e mi disse togli questa musica rumena). Che poi ci terrei a precisare che non è vero, io sono una dai gusti piuttosto convezionali, tutto ciò che ascolto/leggo/guardo non è affatto di nicchia, è stato scoperto e apprezzato da altri, molti altri, prima di me. Non ho mai avuto la pretesa di fare l’alternativa: ho sempre avuto la convinzione che per permettersi di esserlo (che pare che vada tanto di moda, ma poi cosa vuol dire non lo sanno manco quelli che si definiscono tali) bisogni prima di tutto essere grandi esperti del convezionale, studiarlo e, nella sua esplorazione, concedersi talvolta di deviare il percorso su sentieri laterali che, per quanto uno possa illudersi di essere stato il primo a scoprirli, saranno in realtà già stati calpestati da altri, più e più volte. Il che coincide spesso con la sicurezza che i suddetti conducano effettivamente da qualche parte, minimizza il rischio di perdere l’orientamento, come succede in montagna con le scorciatoie: qualcuno (molto intraprendente) le crea per primo e, se saranno scorciatoie convenienti, verranno mano a mano quasi a sostituire il sentiero segnato, altrimenti saranno di nuovo sommerse dalla vegetazione e tanti cari saluti.

Se, nell’esplorazione del convenzionale, ti trovi per caso su Via Baricco è inevitabile che ti venga la voglia di percorrerla fino in fondo (sempre ammesso che un fondo esista), di esplorarne incroci e traverse. Ed è altrettanto scontato che questa esplorazione ti conduca a Lezione 21: un film che racconta la nascita della nona sinfonia di Beethoven, ambientato fra la neve, nella neve, popolato di personaggi strambi che si comportano in modo ancora più strambo della loro apparenza, un documentario musicale/visivo della durata complessiva di un’ora e mezza in cui non succede assolutamente niente, niente di niente. Le reazioni possibili sono due: o scappi urlando da Via Baricco e decidi di non tornarci mai più, oppure rischi che diventi la tua strada preferita, tanto da tornarci continuamente (e ogni volta non è mai come quella precedente).

Segue video per rimediare alla recensione penosa:

I went to Baricco and I said to him “Now, come on, the time has come: what is this film about?”
He said “I don’t know”. He said “I know no answers, only questions”.
And I think that’s very telling.
I think the film is about asking questions.

John Hurt

Palmipedone #108 —Con parole altrui—

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Il sogno

Ha 38 anni Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a cosiderare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
– Ti aspettavo.
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni – i giorni, gli istanti – che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo
– Tu sei matto.
E per sempre lo amerà.

ed il risveglio, brusco

Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso e basta. Si è anche felici di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza alcuna ragione si rompe d’improvviso, e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come se fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Tac. Alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello.

[Alessandro Baricco – Oceano Mare]

Palmipedone #100 —Cento—

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Il centesimo doveva essere il Palmipedone col botto, un post autocelebrativo, perché chi se lo aspettava che sarei arrivata a cento e a quasi cinquemila visitatori nel corso di poco più di un anno? Chi se lo aspettava questo?

Voleva essere una scommessa con me stessa questo blog, un tentativo acchiappare le idee, di fermare il loro continuo fluire, un tentativo di osservarle una volta immobili, una volta scritte, per capire meglio me stessa e gli altri, un tentativo di fuggire dalla vita di tutti giorni, uno spazio in cui rifugiarmi in cui poter essere veramente me stessa senza timori, senza censure, senza timidezze.

Ho fallito in tutto. E, ancora una volta mi viene in mente Baricco, il professor Mondrian Kilroy (è veramente un bel libro City, dovreste leggerlo, volendo lo trovate qui), il suo Saggio sull’Onestà Intellettuale (pagina 84 e seguenti):

1. Gli uomini hanno idee.
Le idee, se sono allo stato puro, sono un meraviglioso casino. Sono apparizioni provvisorie di infinito, diceva. Le idee chiare e distinte sono una truffa, non esistono idee chiare, le idee sono oscure per definizione, se hai un’idea chiara, quella non è un’idea.
2. Gli uomini esprimono idee.
Questo è il guaio, diceva il prof. Mondrian Kilroy. Quando esprimi un’idea le dai un ordine che essa in origine non possiede. In qualche modo le devi dare una forma coerente, e sintetica, e comprensibile dagli altri. Finché ti limiti a pensarla, essa può rimanere il meraviglioso casino che è. Ma quando decidi di esprimerla inizi a scartare qualcosa, a riassumere un’altra parte, a semplificare questo e tagliare quello, a ordinare il tutto dandogli una certa logica: ci lavori un po’, e alla fine hai qualcosa che la gente può capire. Un’idea chiara e distinta.

Con l’unica differenza che le mie, di idee, anche dopo la lavorazione, anche dopo un curato taglia e cuci, non sono chiare e distinte, continuano ad essere un casino. Un casino totalmente privo di meraviglia, un garbuglio. Fuggire dalla vita di tutti i giorni rifugiandosi in un garbuglio, questo è ciò che ho fatto. Scrivere nell’aldiquà e scoprire di essere letta nell’aldilà, nel mondo reale, da persone reali, talmente reali da potergli associare un volto e quindi ritrovare quei timori, quelle censure e quelle timidezze che pensavo di aver avuto (almeno qui) la forza di abbandonare.

Cento Palmipedoni, un lungo esercizio di stile: ancora una volta non sono dell’umore giusto per festeggiare.

Palmipedone #87 —Nymphéas—

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Ogni tanto, mentre sono nel bel mezzo della mia nullafacenza pomeridiana (rara quanto preziosa) dedita alla faticosa arte del pensare, mi tornano in mente, per associazione mentale, delle cose lette nel passato ed evidentemente solo in apparenza dimenticate.

Oggi pomeriggio mentre me ne stavo adagiata (che donna di classe) sul divano e osservavo distrattamente il quadro appeso al muro vicino a me, mi è venuto da pensare che io, di arte, non ci capisco nulla. Capita di rado che io vada a vedere una mostra; quando succede faccio fatica a comprendere quello che vedo, non capisco se mi piace veramente oppure è una sorta di meccanismo di autoconvincimento del tipo critici importanti hanno detto che questo quadro è bello, quindi deve essere bello per forza. Eppoi c’è sempre troppa gente per i miei gusti, a vedere le mostre. Gente che si piazza davanti la targhetta che io, in quanto ignorante, vorrei leggere e, causa audioguida prolissa, non si sposta più. Ci sono le mandrie delle visite guidate che hanno la precedenza per l’osservazione, basta vederli all’orizzonte e ti viene naturale fuggire lontano.

Pensavo a tutto questo, oggi pomeriggio. E mi è venuto in mente un passo di City di Alessandro Baricco (libro bellissimo, fra l’altro) in cui il Professor Mondrian Kilroy, uomo di una cinquantina d’anni con una strana faccia da irlandese, ma non irlandese, insegnante universitario di statistica e studioso di oggetti curvi, tiene una lezione sulle Nymphéas di Claude Monet.

Com’è noto, le Nymphéas non sono propriamente un quadro, bensì un insieme di otto grandi decorazioni murali che, se accostate, darebbero l’impressionante risultato finale di una composizione lunga novanta metri e alta due. Monet vi lavorò per un numero imprecisato di anni, decidendo, nel 1918, di regalarle al suo Paese, la Francia, in omaggio alla vittoria nella prima guerra mondiale. Continuò a lavorarci fino alla fine dei suoi giorni, e morì, il 5 dicembre 1926, prima di poterle vedere esposte al pubblico. […]
Monet volle che le Nymphéas fossero disposte – secondo una precisa sequenza – su otto pareti curve.

E il professor Kilroy, tramite la penna di Baricco, descrive così il comportamento degli spettatori che osservano l’opera, esposta sulle pareti curve dell’Orangerie di Parigi (grazie ai potenti mezzi del web è possibile fare un magnifico tour virtuale delle sale del museo in questione: Sala 1,Sala 2)

Ne sono come dispersi, gli uomini. Allora, prendono tempo. Vagano, si rigirano, deambulano, ristanno, sfilano, arretrano, talvolta si siedono – per terra o su apposita, pietosa, panchina – consci di vedere qualcosa che amano, ma tutt’altro che sicuri di vederla, veramente, vederla. Molti iniziano a chiedersi quanto. Quanto ci avrà messo, quanto saranno alte, quanti chili di colore avrà usato, quanti metri di lunghezza, quanto […]. Prima o poi, osano e si avvicinano. Vanno a vedere. Ma proprio da vicino. Toccherebbero, potessero – ci appoggiano gli occhi, non potendo le dita. E definitivamente cessano di vedere, non riuscendo più a risalire a nulla, solo scorgendo pennellate grasse e anarchiche, come fondi di piatti sporchi, senape, mostarda e maionese blu, o cromatiche virgole da pareti di cesso impressionista. Ridono. E tornano subito indietro a riacquisire il punto in cui gli era chiaro quanto meno cosa non stavano vedendo: delle ninfee. Rinculando non omettono di domandarsi come potesse quell’uomo vedere da lontano e dipingere da vicino, sottile trucco che li ammalia, lasciandoli, al termine del loro viaggetto a ritroso verso il centro della sala, inutili come prima, e per di più, stregati […]. Allora si arrendono. E mettono mano al supremo succedaneo dell’esperienza, al sigillo di qualsiasi sguardo mancato. Liberano dal tepore di custodie grigie felpate la disfatta della loro macchina fotografica. Fotografano le Nymphéas. Commovente […]. Neanche il flash è concesso dai precetti senza pietà del regolamento: impressionano pellicole cercando umane inquadrature – impossibili – corrette da mortificanti piegamenti sulle ginocchia, torsioni del busto, pencolamenti oltre il baricentro. Mendicano uno sguardo qualsiasi, fidando forse nel miracoloso e chimico soccorso della camera oscura. I più commoventi – di tutti, i più commoventi – urlano la loro disfatta frapponendo tra obbiettivo e ninfee la mortificante presenza corporale di un parente, in genere posizionato, come per simbolico gesto di resa, di spalle alle ninfee. Per anni, poi, saluterà ospiti e amici, da sopra un comò, con un sorriso spento come di cugino naufragato, anni prima, in uno stagno di nymphéas, hélas, hélas.

Ecco, pensavo oggi pomeriggio, io sono quasi così. Però, almeno, le foto non le faccio.


Palmipedone #63 —Senza titolo/2—

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La sera, come tutte le sere, venne la sera. Non c’è niente da fare: quella è una cosa che non guarda in faccia a nessuno. Succede e basta. Non importa che razza di giorno arriva a spegnere. Magari era stato un giorno eccezionale, ma non cambia nulla. Arriva e lo spegne. Amen.

[Alessandro Baricco – Castelli di Rabbia]

Tutte diverse, le sere, eppure tutte uguali. È inclemente la sera che arriva, che pretende di cancellare tutto ciò che è stato, di confondere nell’oscurità i contorni delle cose, di inghiottire in silenzio la nostra vita. Tuttavia non ha memoria, la sera. Non sa di noi. Semplicemente non le importa. E non è poi così difficile beffarla.
Sognando.