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Comunicazione di servizio – PanzAmica

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La mia amica Flavia, che è anche una mia collega, di mestiere fa un sacco di cose, fra cui la mia istruttrice personale di dinamiche sentimentali (ma io sono una pessima allieva).
La mia amica Flavia diverte i bambini da anni zero a novantanove, ti sa spiegare la matematica e la fisica (ma anche le altre scienze -scientifiche o umanistiche-) se a scuola sei una capra.
La mia amica Flavia è una che se fai il furbo ti dice io ti do una craniata e ti lascio a terra crepato. Poi magari non te la da, la craniata, però non è che poi la passi liscia. Perché il rispetto viene prima di tutto, fratello.
La mia amica Flavia è una che se devi andare a mangiare fuori il posto lo fai scegliere sempre a lei. Primo perché sei pigra/o. Secondo perché sai che ti porterà a mangiare cose buonissime. Oppure nell’altro ordine.

La mia amica Flavia ha aperto un Blog che si chiama PanzAmica in cui vi consiglia i posti dove, se siete di Roma e dintorni (o se vi capita di fare un salto da queste parti), ma non è neanche detto, potreste o dovreste fare una capatina perché lei li ha provati.

E, in genere, è una garanzia.

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Palmipedone #190 —L’istogramma dell’amicizia—

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Nell’analisi dati della fisica delle alte energie esiste uno strumento molto utile che si chiama l’istogramma di cutflow.
Non è un post di fisica, questo, ma una introduzione un po’ lunga devo per forza scriverla per permettervi capire l’argomento della cogitazione cogitata stanotte alle ore dueetrenta, quando improvvisamente il demonio si è impossessato del clacson di una macchina parcheggiata nelle vicinanze della mia dimora, portandolo a suonare senza ragione alcuna e continuativamente per un tempo interminabile (alla fine il beeeep io lo percepivo persino sdoppiato, ho creduto di impazzire): onde evitare di concentarmi sul suono suddetto rendendolo così padrone del mio cervello oltre che delle mie orecchie* mi sono detta pensiamo a quello che devo fare tra ore circa sette ed ho smesso di fare da ore circa sei, che vita di merda che (non) vivo, quindi no, non pensiamo a questo, pensiamo alle persone che ho incontrato in tutta la mia vita. E, combinando alla fine i due pensieri, ho scoperto che gli amici che ho ora costituiscono l’ultima colonna di una specie di istrogramma di cutflow per quella che chiameremo la selezione in amicizia.
Dunque.
La fisica delle alte energie è una branca della moderna fisica sperimentale che si occupa dello studio dei prodotti della collisione di fasci di particelle accelerati ad energie molto elevate, mo’ vi spiego: è come uno scontro frontale fra due automobili ad altissima velocità tranne per il fatto che, nello scontro, le particelle che “muoiono” danno vita a tantissime particelle figlie e di tantissimi tipi. Di tutte queste particelle figlie alcune sono più interessanti da studiare e per questo vanno oppurtunamente riconosciute nel groviglio che si presenta dopo una collisione che è una cosa tipo questa. Bisogna quindi elaborare dei criteri per riconoscerle e, come in un moderno Indovina Chi, scartare per gradi quelle che non soddisfano determinati criteri. La selezione ha come risultato una diminuzione nel numero dei candidati interessanti.
Se, con questi numeri, si riempie un istogramma, si avrà di fatto una cosa che assomiglia ad una scalinata con dei gradini di altezza disuguale, insomma una cosa del genere (direttamente dal mio lavoro di stage):

Tra il passo 1 e il passo 2 la selezione è stata spietata, non così tanto fra il passo 2 ed il passo 3 eccetera eccetera. I superstiti alla selezione che avviene al punto 6 sono i canditati buoni, non vi sto a spiegare per cosa. Tutti gli altri (vale a dire i tipo 30000 di partenza meno i 5000 rimanenti) possono anche cadere nell’oblio.
Ecco.
Nella mia testa stanotte alle ore dueetrenta, mentre il suono del clacson tentava prepotentemente di entrarmi nel cervello, mi sono immaginata l’istogramma di cutflow per la selezione in amicizia.
Ed è più o meno così (che è meno professional di quello di prima, molto più casalingo e anche più bellino, diciamocelo):

Allora.
La colonna 1 rappresenta la totalità delle persone, 100 è un numero a caso, che ho incontrato nel corso della mia esistenza. La colonna 2 rappresenta i sopravvissuti alla selezione sorriso. Sono coloro che almeno una volta sono riusciti a farmi ridere con gli occhi. Magari una volta sola, ma una volta sì. La colonna tre raccoglie i reduci dalla selezione buon ascoltatore. E chi mi ha già letto sa quanto per me sia importante. La colonna quattro è costutuita da coloro che, oltre ad essere irrimediabilmente simpatici ed ottimi ascoltatori sono anche degli ottimi narratori delle cose di tutti i giorni, sono coloro che fanno caso allo sfondo delle foto, per dirlo all’Amélie, ai particolari che nessuno noterà mai, e sanno raccontarli, coloro, e pure questo da qualche parte l’ho già detto, con i quali anche il silenzio non è mai zitto. E rispetto al livello precedente ne sono morti parecchi. Quelli della colonna cinque, oltre a saper fare tutte le cose della colonna quattro, sono coloro che mi cercano anche se io, a riguardo, sono una che si fa un po’ desiderare specialmente in periodi come questo in cui mi sembra di impazzire (colgo l’occasione per chiedere loro scusa). I quattro gatti della colonna sei sono coloro che, infine, mi conoscono.
I quattro gatti della colonna sei hanno passato tutte le strettissime selezioni, i quattro gatti della colonna sei si conoscono (almeno per nome) fra loro, i quattro gatti della colonna sei sono gli amici.
E non è che l’istogramma di cutflow mi sia servito per capire questo (perché lo sapevo già),  piuttosto per rendermi conto di quante persone io abbia perso per la strada, alcune delle quali, a dir tutta la verità, hanno preferito perdersi.
Peggio per loro.

__________
*l’apparato uditivo è concepito peggio di quello visivo. Nel senso che se uno non vuole vedere basta che chiude gli occhi ed è buio, se uno non vuole sentire deve provvedere ad una otturazione meccanica e beh, non è che sia comodissimo.

Palmipedone #124 —Ascoltare—

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È buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.

J.D. Salinger – Il Giovane Holden.

C’è una cosa che ho capito ieri mentre studiavo, e che naturalmente non riguarda affatto quello che stavo studiando perché la mia capacità di concentrazione, che già da tempo si trova ai minimi storici, di certo non è incoraggiata da dispense volutamente scritte in un italiano dal retrogusto ottocentesco che vanno ad appesantire la già di per se pallosissima illustrazione dei molteplici e fantasiosi modi di presentare (in modo sbagliato) la medesima formula inutile che grazie a varii cambiamenti di variabili ed alquanta algebra (da consultarsi in una appendice peraltro assente) si riduce alla semplice forma della 4.36.105 bis comma 67 sfortunatamente scritta per giuoco con l’inchiostro simpatico su di un foglio divorato dai cani alsaziani.
Quindi ieri, mentre sottolineavo meccanicamente frasi altisonanti alla vana ricerca del loro significato perduto, pensavo ad altro. Pensavo alla differenza che c’è fra le persone a cui piace ascoltare e quelle che, invece, la qualità di ascoltatori ce l’hanno innata. Mi spiego. A me ascoltare piace, forse anche più che parlare: mi piace sentire racconti, raccogliere sfoghi, prendere i cocci e ricomporli nella mia mente a formare l’originale (o quello che io credo sia l’originale), sedere in un silenzio presente, empatico, guardarlo riempirsi gradualmente della sostanza di cui sono fatti gli altri, mi piace. Ma non sempre ci riesco e, soprattutto, non con tutti. Ci sono volte che mi vien da sovrastare, volte che mi distraggo, volte che non ho voglia, volte che non mi interessa. E poi ci son quegli altri. Pochi altri. Quelli che a me sembrano ascoltatori nati, quelli ai quali senza sforzo mi vien da raccontarmi, quelli che sommergo di parole (prevalentemente scritte) che io vorrei tanto frenare, ma mi vengono fuori da sole e posso stare tranquilla che nemmeno una verrà persa per la strada. Quelli che, a prescindere dalla loro volontà, si portano dentro dei pezzettini di me (perché io ce li ho messi). Quelli che, qualche volta, mi mancano.

Palmipedone #115 —Grazie—

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Io credo di avere delle persone da ringraziare: quando nei film passano i titoli di coda ci sono sempre i ringraziamenti che scorrono puntualmente troppo veloci tanto che, magari, su dieci nomi ne leggi due e manco sai chi sono quindi li guardi, ma non li vedi. Ecco, no. Io voglio fare dei ringraziamenti con dei titoli di coda statici. A persone che, in questo periodo più che mai, mi hanno aiutata, sopportata, consigliata, risollevata, rimproverata, distratta, indirizzata, ascoltata, compatita, accettata (ma non con l’accetta, almeno per il momento). E che spero continuino a farlo perché, mi dispiace per loro, ma non ho alcuna intenzione di andarmene all’altro mondo prima di duemilasettecentoventiquattro anni (almeno) e, conseguentemente, di alleggerire in anticipo le loro esistenze. Quindi (in un ordine pseudoalfabetico che voi non lo vedete, ma io lo so che c’è)

Idoneità Marrone (aka K)
Cri
La “bulla” Flavia
黎雪 (aka Maga Magò)
Stè

grazie.

Rassegnatevi: sarò per sempre la vostra Vuvuzela.

Palmipedone #76 —Meglio di no—

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Mi piace molto parlare, da sempre. E parlare è un’occupazione vera e propria, un’occupazione faticosa perché richiede una certa dose di esercizio, seria perché richiede un discreto quantitativo di studio: non è che puoi parlare se non hai argomenti, e non puoi nemmeno ripeterti all’infinito, again and again. Le persone si annoiano. Con ciò non voglio certo insinuare di essere particolarmente brava, a parlare. Mi ripeto spesso, io, e mi capita anche di non aver niente da dire, che poi a volte succede che la frase giusta si affaccia alla mente con dieci minuti di ritardo quando ormai non so più cosa farci (devo lavorarci su questa cosa della prontezza delle risposte, e pure su quell’altra cosa, quella di riconoscere una supercazzola quando ne sento una, sul riconoscerla subito, magari).

Essere amanti del flusso di coscienza verbale non implica per forza che esista qualcuno disposto ad ascoltarlo all’infinito in tutte le sue sfumature, in tutti i suoi contenuti. Ed essenzialmente è per questo che tengo un blog. Perché ci sono frammenti della mia coscienza che ho voglia di condividere con qualcuno, senza per forza dover appesantire l’esistenza di quei pochi uditori che ho scoperto essere in grado di sopportarmi o che, con molto tatto, fanno finta di non volermi prendere a sprangate. Dio ve ne renderà merito, figliuoli.

Aperta parentesi.

Era solo una premessa, quella.
Però è venuta troppo lunga.
E non so come attaccarci il post senza senso che originariamente volevo scrivere.
Quindi non lo scrivo.

Tanto parlava di galline, anzi di galline vecchie.
Di galline vecchie in menopausa che non fanno le uova.
Che poi non lo so se è vero che le galline vanno in menopausa, da vecchie.
Però forse è per quello che le usano per il brodo, perché sono ormai improduttive.
Mentre il brodo ci viene bene, saporito.

Però non lo scrivo, ‘sto post.
Meglio di no.

Chiusa parentesi.

Palmipedone #60 —Stè—

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Io ho un amico. Che non vuol dire che io ne abbia uno solo, ne ho pochi, di amici, pochi ma buoni.

Ma questo qua è diverso. Questo è l’amico d’infanzia, pure se, da bambini, amici non lo eravamo affatto. È l’amico di vecchia data, anche se vecchi non lo siamo ancora.

È l’amico con il quale al telefono puoi parlare del nulla, e puoi farlo per ore, senza che cali mai il terribile silenzio imbarazzante del non abbiamo più niente da dirci. È l’amico al quale racconterei tutto, ma è troppo amico, non sempre ce la faccio. È l’amico che mi sopporta quando mi lamento (cioè sempre), che tenta di tirarmi su quando sono triste (cioè quasi sempre), l’amico che sa pesare a tal punto le mie parole che alla fine ne sa più lui di me. E, vabbè che sono una donna dalla lacrima facile, ma pensare tutte queste cose insieme mi fa venire il magone. E poi va a finire che piango e non riesco a finire di scrivere quello che volevo, che non vorrei rimanesse una delle cose non dette, di quelle che deve capire da solo, che poi quando lo scopro, che l’ha capite da solo, mi sento una cacca, perché almeno una volta se lo merita di sentirselo dire. Come si deve.

Grazie.