Archivi categoria: Scrittura (poco) creativa

Palmipedone #237 —Into the Wild (ma non troppo)—

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Guardare la nebbia fuori dalla finestra è un po’ come giocare a un due tre stella: la sbirci ed è ferma, le volti le spalle e silenziosamente avanza o si ritrae. Copre e scopre casupole in bilico sui clivi erbosi, dai balconi fioritissimi e dall’architettura caratteristica che ricorda quella dei disegni infantili: la facciata è un rettangolo, un triangolo il tetto, le finestre sono quadrate, le persiane aperte. Sembrano case giocattolo su declivi giocattolo, pubblicità di uno yogurt magro assemblate con un abile lavoro di photoshop, disegni come quelli di Bert di Mary Poppins, che puoi entrarci dentro e incontrarli, gli abitanti dei paesini giocattolo, e parlarci in una delle loro mille lingue: in tedesco, in ladino, in italiano oppure in un misto delle tre che, alla fine è l’italiano sbagliato dei “faggiolini”, della “passarella”, e del “ha due euro a caso?”. A caso? A caso. Vietato calpestare i prati in ladino si dice Proibì da ciapè te pre. Non calpestare i Palmipedoni si dirà Proibì da ciapè te Pedòn. Forse. In tedesco non ne ho idea.
Le nuvole, poi. Alzi gli occhi e son comparse dal nulla, prima bianche, soffici, zucchero filato. Poi grigiastre, polverina di grafite trascinata sul foglio in percorsi spiraleggianti da pigri polpastrelli sporchi. Si riflettono nei laghetti di alta montagna, nel lago Lagaciò, che sta ad oltre 2000 metri sul livello del mare, è alimentato da sorgenti sotterranee e dentro ci sono i pesci.

Sa le anitre che stanno in quello stagno vicino a Cen­tral Park South? Quel laghetto? Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela? […] Voglio dire, vanno a pren­derle con un camion o vattelappesca e le portano via, oppure volano via da sole, verso sud o vattelappesca?
[J. D. Salinger – Il Giovane Holden]

I pesci. Mi sapreste dire come ci sono finiti i pesci a 2000 e passa metri sul livello del mare in un laghetto alimentato da sorgenti sotterranee? Voglio dire, li han portati lì in una boccia o vattelappesca oppure son nati dal nulla, son sgorgati dalla sorgente sotterranea o vattelappesca? Roba da uscirci pazzi.
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Palmipedone #235 —La caccia—

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Sin dalla notte dei tempi, precedente il giorno dei tempi che, a parer di molti, non è ancora giunto poiché l’umanità pare perseverare nell’aggirarsi a tentoni in questi che, a guardarli con uno sguardo critico, non hanno mai smesso di essere tempi bui,

sin dalla notte dei tempi, dicevamo, tra gli uomini non particolarmente dotati dalla natura di una prestante forma fisica o della voglia di esercitarsi duramente per guadagnarne una, quelli in possesso di una buona dose di intelligenza ignegneristico/pratica si son sempre distinti dai loro pigri simili ed hanno permesso, assieme ai muscolosi (e molto spesso completamente idioti) di cui sopra, il perpetuare di una specie, quella umana, bella (circa) quanto varia.

Questi preistorici nerd, completamente estranei all’uso della forza bruta un po’ per pigrizia, un po’ per filosofia, ma soprattutto per pigrizia, nella necessità di procacciarsi donne e cibo, ma soprattutto (arrivati ad un certo punto fu l’istinto di sopravvivenza a prevalere su quello animale maschile inteso come istinto all’accoppiamento senza secondi fini) cibo, decisero di usare l’astuzia di modo che la cena, metaforicamente parlando, giungesse nelle loro bocche camminando sulle proprie gambe.

Mentre i loro contemporani Mister Olympia si affannavano a catturare pesci nel torrente usando le mani nude ed inseguivano bisonti per tutto il giorno, tanto che le pitture rupestri mostrano una chiara ossessione per mandrie di mammiferi in fuga, i nerd costruivano le trappole, usavano esche, fabbricavano reti, tendevano funi e, con un minimo sforzo, ottenevano risultati inaspettati.

E si sa che alle donne, alla fine, quelli che piacciono più di tutti sono gli uomini d’ingegno (tipo quelli tentano di aggiustare le cose in modo creativo invece di buttarle dritte nella spazzatura e poi magari non ci riescono, ma, almeno, prima di buttarle nella spazzatura hanno visto come sono fatte dentro), e gli uomini d’intelletto (tipo quelli che quando fai gli schemi di Bartezzaghi sulla settimana enigmistica sanno pure chi è il Gončarov scrittore russo autore di Oblòmov, iniz.
IG.
Eccioè?
Ivan.
E come lo sai?
Non lo so, però è russo). Piacciono. Alle donne. A me.

Per cui, tali inventori della caccia creativa, oltre al cibo, riuscirono a procacciarsi anche delle donne e a dar origine (volontariamente o meno) ad una discendenza che nei geni conserva la propensione all’osservazione più che all’azione e la mania dell’elaborazione mentale di piani per il perseguimento dei propri fini.

La caccia alla zanzara ne è un esempio.
L’uomo (o la donna) d’intelletto ha imparato a pensare come la sua preda, sa perfettamente quello che ella vuole ed è cosciente che, sopraffatta dal suo istinto, prima o poi, la disgraziata cercherà di ottenerlo, inconsapevole o noncurante dei rischi che la attendono. L’uomo (o la donna) scaltro non si affanna quindi a cercare l’ago nel pagliaio, non si china imprecando e strizzando gli occhi per cercare di scorgere colei che ha giurato a se stesso di uccidere, e ancora di uccidere, e poi di uccidere ancora. E ancora. L’uomo (la donna) d’ingegno offre volontariamente in sacrificio le sue pallide gambe. Appositamente scopre piedi, caviglie, polpacci, e anche di più. Poi ristà. Immobile fissa le sue carni chiare. Si finge succulento. Vigile scorge la preda. E sciaff, con una pizza ben assestata, una specie di high five contro la propria coscia, se la spiaccica addosso senza pietà, stampando cinque dita rosso carminio su bianco smorto, anzi su rosa RGB(227,202,205).

Poi, con un ritrovato spirito selvaggio ed un irrefrenabile bisogno di turpiloquio, pesantemente, la insulta.

Palmipedone #226 —Robe Mal Riuscite—

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Robe Mal Riuscite (cover)
Mi chiamo Ilaria, e la mia storia può riassumersi in poche parole: mi piace fare quello che non so fare.

Per esempio: mi piace fare le fotografie nonstante io sia totalmente sprovvista di un qualsiasi talento artistico e, diciamocelo, anche di quei mezzi che a saperli usare il talento lo valorizzano (se c’è). Io le fotografie le faccio così: quando vedo qualcosa che mi piace, che ai miei occhi ha quel non so che, allora, senza studiare particolare angolature, particolari illuminazioni, premo il pulsante e scatto. E forse è colpa dell’ignoranza, forse è colpa del soggetto (ché si sa che nelle cose artistiche di quelli che gli artisti li sanno fare, il soggetto ha sempre una buona parte nella riuscita dell’opera), ma poche volte la fotografia del soggetto che mi piaceva mi piace.
Robe Mal Riuscite/1
Un’altra cosa che mi piace fare, poi, è scrivere. Perché quando scrivo succede che capisco le cose. Quasi sempre. E mentre le capisco me ne vengono in mente delle altre, nuove, da pensare e da capire. E, senza saper scrivere, le scrivo in un posto dove anche le altre persone possano leggerle, e capirle. Qualche volta non capiscono, qualche volta sì. Poi, dopo che ho scritto, vado sempre a leggere le cose di quelli che sanno scrivere e misuro la differenza fra me e loro. Ed è sempre tanta. Di questi che sanno scrivere mica tutti lo fanno per lavoro, che non è detto che se una cosa la fai per lavoro allora sicuramente la fai bene. Pure lì secondo me è una questione di talento, ma anche di esercizio. Il talento è contemporaneamente l’aver cose da dire e saperle dire. Bene. L’esercizio serve a valorizzare il talento. O a nasconderne maldestramente l’assenza. Io non ho un gran talento. Ho smesso di esercitarmi. Scrivo solo perché mi piace, per raccontarmi le storie curiose, per capire le cose difficili.
Robe Mal Riuscite/2
Poi mi piace cucinare. Ma non ho mai gli ingredienti giusti. Per cui sostituisco la salsa di soia con l’aceto balsamico. Vado in crisi quando ci sono le dosi tipo un po’, un pizzico, quanto basta. Quand’è che basta? Che vuol dire un po’? Secondo me uno che sa cucinare questi dubbi non se li pone. Ho scoperto a tentativi che un pizzico di sale è tre volte tanto quello che metterei io. Che la giusta quantità d’olio è mediamente il doppio di quella che uso io, un quarto di quella che usa mia nonna. Cucino cose commestibili. Qualche volta buone. Raramente buonissime.
Robe Mal Riuscite/3
La cosa che, però, mi piace fare più di tutte e, contemporaneamente, quella che mi riesce peggio, è cercare di capire la gente. Osservo. Parlo poco. Ascolto. Penso molto. Leggo. Ho capito a suon di fallimenti che la gente non è quello che dice, la gente non è quello che fa. Non ho capito perché le persone non si pongano la domanda fondamentale cioè “posso permettermi, io, di dire questa cosa a questa persona?” prima di dirgliela. Ho capito che le persone non rimangono uguali a se stesse per sempre come la Gioconda. Ma soprattutto non ho capito perché continuate a farmi la battuta sull’educazione fisica quando vi dico che studio fisica. Non è simpatica. Non fa ridere. Dovreste smetterla, seriamente.
Robe Mal Riuscite/4

Palmipedone #213 —Good writing is a hard work—

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Parte prima.
Era una notte buia e tempestosa, ad un tratto echeggiò uno sparo, una porta sbatté. La ragazza lanciò un grido. All’improvviso apparve all’orizzonte una nave pirata.
Mentre milioni di persone morivano di fame, il re viveva nel lusso.
Intanto, in una piccola fattoria del Kansas, cresceva un ragazzo.

Parte seconda.
Cadeva una neve leggera, e la fanciulla con lo scialle a brandelli non aveva venduto una violetta in tutto il giorno.
In quel preciso momento, un giovane interno all’Ospedale Civico stava facendo una importante scoperta. La misteriosa paziente della stanza 23 si era finalmente svegliata. Emise un debole lamento. Era possibile che si trattasse della sorella del ragazzo del Kansas che amava la fanciulla con lo scialle a brandelli che era la figlia della ragazza che era sfuggita ai pirati? […]

Scriveva, magistralmente, Snoopy.
E nel meraviglioso musical dei Peanuts c’è pure la canzone corrispondente che è nella prima parte del video qui sotto (non che la seconda parte sia da meno eh).
Più sotto, nel magnifico box, ci son le parole.

It, it, it, it
It was a dark and stormy morning

Packed, flat, trite
It was a dark and stormy evening
It was a dark and stormy night

Night, right!
When suddenly a shot was heard
A shot was fired
When suddenly a shot rang out

Rang out,
Inspired!
The door slammed
The maid screamed

That’s building suspense
When suddenly a pirate ship
Appears on the horizon

Appears?
Appeared
Past tenseWhile millions of people are starving
While millions of people are starving
While millions of people are starving

What?The King lives in luxury
Now to thicken the plotMeanwhile, on a small farm in Kansas
A boy was growing up

Masterful ol’ pup,
Brillantly done!
You, son of a gun!
Writing is fun!
End of part one.What’s that wonderful smell?
Don’t tell me,
Let me guess
Smells like money dipped in honey
Yes, the smell of success
Take a good whiff
Take a good sniff
Pay me a lump that’s due
Fame and fortune
Fortune and fame
And now, for part two.A light snow was falling
And the little girl

Small, no
Little, no, small
No, the little girl
Ah, with the tatted shawl
Had not sold a flower all day

Ah, should she be selling matches?
Ah, no, flowers
A violet let’s say
She had not sold a violet all dayAt that very moment
A young intern was making
An important discovery
The mysterious patient in room
Twenty-three had suddenly awakened
She moaned softly
Could it be that she was the sister
Of the boy in Kansas
Who loved the girl with the tatted shawl
Who was the daughter of the maid
Who had escaped from the pirates
The intern from…
That has a good ring to it

Just see how neatly it all fits together!What about the King?

Stampede, the foreman shouted
And forty thousand head of cattle
Up and down the tiny ramp
Two men rolled on the ground
Rattling beneath the murderous hooves
A left, and a right, and a left, and another left, and right

Isn’t this exciting?
An upper cut to the jaw
The fight was over
And so the ranch was saved

Sometimes when you are a great writer
the words come so fast
you can hardly put them down on paper
There’s that wonderful smell called
“Eau de happiness”
Smells like money
Dipped in honey
Yes, the smell of success
Take a good whiff
Take a good sniff
Wise stop at one, be rude
Fame and fortune
Fortune and fame
And now
To conclude…

The young intern, sat by himself
In the corner of the coffee shop

Now, zing in the moral old friend
He had learned about medicine
But, more important is
He had learned about life!

The, the, the, the, the,
The end!

“Dear contributor,
we are returning your stupid story.
Give up!
You’re a terrible writer!
Why do you bother us?
We wouldn’t use one of your stories
if you pay us.
Drop dead!
Never send us another story!
Get lost!
Signed,
the Editors.”

It’s just a Xerox form.
But tomorrow, we start on a trilogy!

Tutto questo perché?
Ve lo ricordate il mio giallo da quattro soldi?
Io no; ogni tanto qualcuno me lo riporta alla mente, dice siamo rimasti al maggiordomo insanguinato e il resto? Il resto c’è bisogno che io raccolga le redini di tutti i personaggi disparati e disparati che ho introdotto per scriverlo. O più semplicemente, data la mia scarsa osservanza delle regole che, secondo Umberto Eco, un bravo scrittore dovrebbe sempre seguire a cominciare dalla numero sei che recita

Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

oppure dal terzetto delle seguenti

I paragoni sono come le frasi fatte.
Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

anche se, ad onor del vero, le metafore le usavo molto di più nella cosiddetta fase due di questo blog, quella in cui amavo lacerarmi in cuore live e offrirvene i brandelli, quella in cui scrivevo molto più spesso e solo cose tristi, perché scrivi solo cose tristi?

Quando sono felice esco.
(Luigi Tenco)

a proposito del parlare per bocca di altri, poi, ci sarebbe anche la regola undici

Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.

e, a propostito del mio modo di scrivere in generale, la regola ventidue

Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe o spezzate da incisi […]

Le altre regole (che io trasgredisco quasi tutte) potete trovarle qui.
E, assieme al fatto di non avere in mente idee migliori, costituiscono la motivazione che mi spinge a trovare una immediata conclusione per il mio giallo (senza che esso abbia mai avuto una parte centrale). Anzi, quattro conclusioni alternative, delle quali potrete leggere quella alla quale l’oscuro test qui sotto vi condurrà, ma anche tutte le altre.

  1. Qual è la risposta esatta?
    1. La 3
    2. La 1
    3. La 2
  2. Quanti sono questi?
    1. Zero
    2. Tre
    3. Cinque
  3. Come si suol dire?
    1. Tra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”.
    2. Una rondella non fa primavera.
    3. Dio li fa e poi li accoppa.

Maggioranza di risposte 1 (profilo Ilaria):
In realtà tutti gli ospiti della villa sono in quarantena perché hanno contratto la peste nera (solo il giardiniere Manolo ne è portatore sano). La quarantena della peste nera dura quarant’anni. L’omicidio è in realtà una messinscena per distrarre gli ospiti dalle finestre della villa ed attirarli tutti nella biblioteca (unico locale della casa senza finestre). Durante la loro assenza tutte le finestre e più in generale tutte le aperture verso l’esterno verranno murate e gli ospiti malati moriranno alcuni incastrati nella canna fumaria nel tentativo di fuggire per il camino, altri di peste, altri di noia, ché in quarant’anni di quarantena sai che palle.

Maggioranza di risposte 2 (profilo Lost secondo i Simpson):
Era tutto un sogno del gatto della vecchia.

Maggioranza di risposte 3 (profilo realista):
È stato veramente il maggiordomo: facendo leva sul fatto che il giardinere Manolo è un comunista

volete farmi credere che uno con quella barba sia innocente (cioè non comunista)?

riesce ad incastrarlo e viene così scagionato. Diventa prima nuovo marito della Signora Vittima, poi presidente, poi Papa. Quando Manolo esce di prigione (dopo 23 anni) per buona condotta, gli spara durante il pontificato (ma non lo uccide) e, ricercato, si rifugia a Cuba dove diventa testimonial per l’Adidas con il falso nome di F. Castro.

Nessuna maggioranza, ho scelto una risposta 1, una risposta 2 ed una risposta 3 (profilo rompipalle):
Rifai il test.

Palmipedone #187 —Una scatola avana—

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A batterci lievemente il palmo della mano sopra si sente un rumore sordo e appena echeggiante, che non lascia presagire chissà quale resistenza;
se mi ci sedessi sopra probabilmente si spezzerebbe in due, a maggior ragione adesso sotto le feste che lo sento quel chilo in più, non c’è manco il bisogno di vederlo, manco il bisogno di misurarlo, io so quant’è e dove sta e cioè sempre al posto sbagliato. Non è proprio il caso, quindi, di sentirsi un’esile trapezista del Cirque du Soleil e di sedersi sul davanzale, è di marmo, dovrebbe essere duro come il marmo, ma a batterci lievemente il palmo della mano sopra fa un rumore sordo e appena echeggiante, non sembra poi così resistente, secondo me si spezzerebbe in due.
Ho questa cattiva, cattivissima abitudine, io, di sedermi ovunque tranne dove il mio preziosissimo derrière dovrebbe di norma posarsi: tavoli, pensili, cattedre, braccioli, letti, tappeti, gradini, pavimenti, schienali di sedie, staccionate, dizionari. E davanzali. È un modo di essere alternativa che probabilmente mi porto dietro dalla mia vita passata, dalla quale proviene anche il mio irrazionale odio per le sorprese e il mio amore per il sonno, troppo radicati per essersi originati nella vita che vivo.

...Il colore delle pareti. Quadri elettrici con fili a vista...

Il davanzale è l’unica cosa buona di questa stanza se si considera che sotto c’è anche il termosifone.
Tutto il resto è orribile.
Il colore del pavimento.
Il colore delle pareti.
Quadri elettrici con fili a vista.
Ma soprattutto il soffitto.
Che, ho pensato, è la parte della stanza che sei costretto a rimirare più a lungo perché è quella che, da sdraiato, ti ritroverai involontariamente a fissare aprendo gli occhi. Magari a guardarla, senza vederla. Fatto sta che è brutta. Mia nonna quel colore lo chiama avana.
Una roba che non è marrone. Non è beige. Non è bianco.
È avana.
A listoni.
E al centro l’allarme anticendio come una pustola bianca.
Gli ho detto papà se un giorno mi sento male portatemi da un’altra parte, una parte bella, che se sono anche bravi è anche meglio, ma prima di tutto deve essere bello il soffitto, che sennò muoio dentro, capito papà? Sì, mi ha detto. Hai ragione, mi ha detto.
Infatti mio nonno nella stanza mica ci sta.
Mica se ne rimane a guardare il soffitto.
Quel soffitto fa schifo.
Non ci vuole una laurea per capirlo.
Mio nonno cammina.
Passeggia avanti e indietro lungo i corridoi larghi e freddi, su cui si aprono porte che non sempre conducono a stanze abitate: davanti la porta della stanza di mio nonno ci vive un bidet che ha mangiato per sbaglio delle sbarre di ferro e per castigarlo l’hanno messo lì, insieme a delle bombole di ossigeno lunghe e sottili, assieme a dei materassi ancora imballati, il tutto illuminato da una luce al neon che a guardare in alto è comunque immersa in un mare avana, la stanza dei castighi c’ha il soffitto come le stanze normali. Mica è giusto.
Mio nonno quando è arrivato non aveva il cuscino. I cuscini sono finiti, vedremo di reperirne qualcuno in un altro reparto, ecco sì, vedete un po’ forse è il caso.
Mio nonno mi ha detto la minestra era tutt’acqua, ho scolato il liquido nel lavandino e nel piatto c’erano rimasti sedici cannolicchi (mio nonno cannolicchi ci chiama i ditali), sedici.
Mia nonna gli porta da casa il caffè e non so se è quello che lo aiuta a raccontare storie, a riferirle come se fossero fatti veri, tipo quella del centenario che viene intervistato a casa sua dai giornalisti che gli chiedono quale sia il segreto della sua longevità: “Non ho mai bevuto un goccio di vino”, risponde lui, e mentre lo dice improvvisamente si sente un frastuono che il centenario si affretta a spiegare dicendo “Non ci fate caso, è mio padre che, ubriaco, è caduto per le scale, fa sempre così, ma non vi preoccupate, rimbalza come una palletta”. Io l’ho capita a scoppio ritadato, ma l’ho capita.
Mio nonno ha passato in ospedale tutte le piovosissime vacanze di Natale.
In una scatola avana.
Con un’unica finestra con vista sui cavi del tram.
Mio nonno quando sono andata a trovarlo mi ha detto che sei venuta a fare, non lo sai che la vecchaia è contagiosa?

Una cosa che mio nonno probabilmente manco sospetta è che, eventualmente, la vecchiaia potrei attaccarla io a lui, e non il viceversa.

Un giallo da quattro soldi – Tre

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Pensavate che mi fossi dimenticata eh? Invece no.
Continua da qui.

***

– Venga, investigatore! Le presento la signora…
Sono signorina
– …la signorina Pottini.
– Mpf

– Oh lei è un investigatore? Ho sempre sognato di conoscere un investigatore, di quelli che ci sono nei libri gialli che risolvono i crimini in campagna dove muoiono le signore con tanto rossetto, sa lei mi ricorda il mio fidanzato, lo sa una volta ero promessa sposa, avevamo deciso la data del matrimonio e tutto, poi lui è morto in guerra, ha messo il piede su di una mina, me lo scrisse nella sua ultima lettera domani potrei morire tipo mettendo il piede su di una mina, qua è pieno di mine, e infatti poi è morto, povero il mio Willi, che in realtà si chiamava Tommaso, ma io lo chiamavo Willi, così all’inglese, soffrii molto per la sua morte lei non s’immagina nemmeno, e poi le calunnie, la cosa più difficile da superare furono le calunnie, che me lo presentavano vivo e felice con un’altra donna, una cantante di varietà di quelle con lo smalto rosso, di quelle col sorriso invadente e i capelli pieni di lacca, mi mostravano delle foto di un tizio che devo dire la verità gli somigliava incredibilmente e mi volevano far credere che si fosse fatto una famiglia con quella, mentre io sapevo per certo che era morto mettendo il piede su di una mina, disintegrandosi, tanto che di lui non c’era rimasto nulla, nemmeno un capello, povero il mio Willi, mi scusi che ancora mi commuovo, per il nostro matrimonio avevamo scelto il menù, e lo sa qual era il piatto forte? L’anitra all’arancia! Da allora feci un giuramento, mai più nei prossimi quarant’anni mangerò l’anitra all’arancia e ora che di anni ne son passati quarantuno non ho più nemmeno questo giuramento da rispettare e durante il giorno mi annoio terribilmente, lo sa che ieri mi è morto il gatto, povero micio, la sua asma se l’è infine portato via, questo gatto che continua a strusciarsi sulle mie gambe deve aver sentito l’odore del suo sfortunato simile, a pranzo oggi ho ripassato in padella con un po’ d’olio il contenuto di quelle scatolette che davo al mio povero micio, eh, ne ho ancora dieci confezioni, mica si può buttarle, buttar via il cibo è peccato, e, mi sono detta, ciò che non ammazza ingrassa e devo dirle la verità, non era niente male, molto meglio di quelle cose da grande chef che ti propinano una palletta di cibo nel mezzo del piatto, uno gnocco, un pomodoro e il primo boccone potrebbe farti anche schifo, non avresti mica la possibilità di chiarirti le idee con il secondo perché hai già finito di mangiare, mi creda, questa cucina moderna, questa roba chic che ci vogliono far credere che sia anche buona oltre che innovativa, io non ci credo, qui tutti tendono a raccontarci una montagna di frottole, uh sento dei passi, magari si mangia, sì finalmente ecco gli antipasti, il mio stomaco aveva cominciato a brontolare.
-E questo qui è il signor Degli Orsi, si occupa di importazione di diamanti, vi lascio alle vostre chiacchiere, vado a dare una controllata in cucina, sento un odore un po’ forte, non lo sentite anche voi? Giovanna! Giovanna! Cosa stai facendo bruciare? Giovanna…
-Piacere, la vecchia ha attaccato a parlare, le conviene fuggire finché è in tempo, io non posso perché, come potrà lei stesso osservare, la mia mano è attaccata a questo bicchiere che proprio non ne vuole sapere di spostarsi di qui da solo.
– È vuoto.
– Come dice?
– Il bicchiere è vuoto.
– Oh si si è di nuovo svutotato, sarà la decima volta che lo rabbocco, ma lui niente, non ne vuole sapere di rimanere pieno. Vuole sapere come la penso? Secondo me è colpa dell’oliva, sono ore che la guardo e si va ingrossando di minuto in minuto. La guardi.
– Chi è?
– Chi?
– Quello seduto in poltrona davanti al caminetto.
– Nessuno lo sa, nemmeno l’autrice di questo giallo da quattro soldi. Vuole sapere come la penso in proposito? Secondo me l’autrice è da quattro soldi pure lei…
– È l’oliva.
– Prego?
– L’autrice è l’oliva.
– Dice davvero? Oh perdincibacco, lei si che è un investigatore come si deve. Lo sapevo io che quest’oliva…
– Dov’è finito il signor Vittima?
– Non ne ho la più pallida idea, poco fa era proprio lì, a parlare con quel tizio alto e abbronzato, che non è Obama, ahaha, Obama. L’ha capita?
– No.
– Ahaha, lei è uno fuori dal mondo, se lo lasci dire. Comunque è il signor Cruz, è un diplomatico argentino e sul perché si trovi qui potremmo interrogare l’oliva. Cara oliva…
– Il signor Vittima, dov’è?
– Ma che ne so io! Senta vuole sapere il mio parere? Che poi non è solo il mio, lo sanno un po’ tutti. Il padrone di casa se la spassa con Giovanna. E la moglie col maggiordomo. Entrambi fanno finta di ignorare le corna che portano cercando di ingigantire il più possibile quelle dell’altro, ci danno dentro, dia retta a me. E nei momenti più impensati. Forse persino adesso.
– No, Giovanna sta entrando ora con la signora Vittima, credo siano arrivati gli antipasti.
– Vuol dire che dobbiamo prendere posto. Credo che, visto che lui non vuole muoversi, il bicchiere intendo, il bicchiere con l’autrice dentro, quindi loro, ecco, visto che loro non vogliono muoversi li lascerò qui.
-Dopo di lei.

– Prego signori! Prendete pure posto…
Breve concitazione, chiacchiericcio che si smorza, bocche piene.
Un passo felpato per il corridoio. La porta che si apre. Battista che entra, cosparso di sangue, con in mano il coltello per sfilettare il filetto, rossgocciolante:
– Ho ucciso il signore, signori. In biblioteca c’è un po’ di sangue, signora, sarà il caso che io vada a dare una pulita, signora. Buon appetito, signori.

Continua…

Un giallo da quattro soldi — Due

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(Continua da qui)

Uno sguardo veloce da sinistra verso destra ed uno, successivo ad altrettanto veloce, da destra verso sinistra permisero all’investigatore Toni Ponti di cogliere tutti i dettagli (visibili ed invisibili) della scena che, aldilà della porta a doppio battente, si presentò davanti ad i suoi occhi a fessura nascosti nell’ombra proiettata dalla tesa del cappello.
Seduta su di una sedia, con in testa un cappellino fiorato ed in grembo un gatto, impegnata in una conversazione (che più che una conversazione sembrava a tutti gli effetti essere un monologo) sull’importanza dello zucchero per la lievitazione degli impasti preparati con il lievito di birra, c’era la classica vecchia zitella ciarliera dei gialli da quattro soldi, che il nostro investigatore dedusse senza fatica essere la Signora (anzi Signorina) Pottini. Di fianco a lei un bicchiere di Martini Bianco e relativa oliva sostenuto da una mano curata ornata di un vistoso anello al dito mignolo, attaccata ad un braccio avvolto in una manica di un elegante abito da uomo, a sua volta attaccato al corpo di un uomo altrettanto elegante e visibilmente annoiato, più interessato ai fenomeni di galleggiamento dell’oliva nel bicchiere che ai discorsi su impasti gonfi e spumosi; in tal caso Toni Ponti dedusse che doveva trattarsi del signor Degli Orsi, importatore di diamanti e spregiudicato avventuriero; “quegli occhi mi darebbero i brividi se io fossi in grado di avere paura”, fu il pensiero fugace dell’investigatore prima di proseguire il suo esame da sinistra verso destra.
Al centro della stanza, davanti ad un imponente camino acceso sul quale troneggiava una copia de La Madre di Whistler, una grande poltrona dallo schienale altissimo, tanto che la presenza di un occupante veniva rivelata solamente da una voluta di fumo che, a tratti serpeggiando, a tratti dritta come un fuso, si innalzava lentamente verso il soffitto ornato da due grandi lampadari in cristallo, per poi gradualmente dissolversi rilasciando un penetrante odore di sigaro d’importazione.
Più a sinistra altri due uomini, il padrone di casa il Signor Vittima avvolto in una vestaglia blu di seta indossata sopra una camicia bianca (“sembra il tizio di Brava Giovanna, Brava, ha anche la stessa espressione” pensò Toni Ponti) e di fronte a lui il diplomatico argentino, il Signor Crùz, impegnati in una conversazione apparentemente molto divertente, probabilmente noiosissima, e anche più probabilmente sconcia, ma questo è un romanzo da quattro soldi e non di cosa stessero parlando non ci è dato sapere.
Da destra verso sinistra, quindi, due uomini sbellicantisi, una poltrona fumante davanti ad un camino con sopra un ritratto orrendo, un annoiato milionario ed il suo Martini, una zitella chiacchierona, un gatto.
Immediatamente davanti agli occhi di Toni Ponti, poi, in primissimo piano, il sorriso a trentasei denti della Signora Vittima, una biondona (artificiale) ornata di perle (vere), la cui voce suadente stava già da qualche minuto pronunciando frasi di benvenuto alle quali l’investigatore non si dava cura di rispondere se non con eloquenti mugugni
– Non ha posato il suo soprabito? E il suo cappello?
– Mpf
Avrebbe dovuto imparare a tacere, quella donna. Magari, nel silenzio, anche lei avrebbe potuto accorgersi di quello sguardo insistente, dietro le tende, della presenza inquietante ed ingombrante di Manolo, il giardiniere.

Continua…