Palmipedone #196 —Nubi di ieri sul nostro domani odierno *—

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Nel 1996 avevo nove anni. Oppure otto e qualcosa, dipende dal mese. Nel 1996 lessi, tutto d’un fiato, il mio primo libro da grande, da bambina grande, un libro senza figure, un libro di duecentottanta pagine, duecentottanta pagine di parole e niente altro perché arriva un momento in cui, per immaginarsi la principessa nella torre, non si sente più il bisogno del disegno della principessa. E della torre anche. Il mio primo libro di duecentottanta pagine che, per la cronaca, s’intitolava Polissena del porcello, appartiene a tutta una serie di ricordi di prime esperienze, di inizi di quelle che poi, nel corso degli anni a venire, sono diventate abitudini, io sono una abbastanza abitudinaria

leggo la targhetta sopra l’ascensore: qual è la capienza, quanti chili porta, poi si apre la porta e non lo so già più *.

Poi siccome mi piacciono i numeri faccio il calcolo di quante me starebbero nell’ascensore ed è una delle poche occasioni in cui il detto più siamo meglio siamo risulta per me applicabile. L’altra mia abitudine, dopo i libri, è il caffè.

Il mio primo caffè, vero caffè con la caffeina e tutto il resto, bevuto puro, non riesco a datarlo in maniera precisa come per il libro (per il quale indubbiamente aiuta la data della stampa), ma risale presumibilmente agli stessi anni. Il mio primo caffè lo bevvi da mia zia. Che poi sarebbe in realtà una specie di zia di secondo grado perché non è la mia, di zia, è la zia di mio padre, la sorella della madre di mio padre, la sorella di mia nonna, non mia zia. Ed già è tanto che esista un termine per chiamarla, un generico zia, mica come i cugini di mia madre i cui figli sono a loro volta miei cugini di secondo grado, ma i cui genitori non sono mica i miei zii di secondo grado, sono i cugini di mia madre, qualcuno dovrebbe occuparsi di riorganizzare le denominazioni associate al parentame per evitare tutti questi giri di parole noiosi.

La casa di mia zia era (ed è) costituita da un paio di stanze ed un cucinino, il tutto ricavato in un’ala di un ex mulino diviso fra tre sorelle, il telefono in comune nel corridoio congiungente la cucina di mia nonna al cucinino della zia del caffè e ancora al bagno della terza zia, la zia dello Scarabeo. Che io mi ricordi, non sono mai entrata dalla porta d’ingresso a casa di mia zia dello Scarabeo, sono sempre passata per la porticina nel bagno, una specie di passaggio segreto verso un paradiso luminosissimo di maioliche azzurre. La zia dello Scarabeo, milanese d’adozione, aveva due occhi pieni di vita resi minuscoli da un paio d’occhiali spessissimi, tipo la moglie di Montale, “Mosca”. Mi chiamava Lilaria, che è come dire l’Ilaria, ma senza l’apostrofo. Giocavamo a Scarabeo, zia Lalla e Lilaria, un trionfo di elle, un trionfo di bisillabi inventati, di sigle di città inesistenti, senza clessidra e senza punteggio, lettere scomode liberamente scambiabili. L’altra mia zia, invece, quella del caffè, mi ha insegnato tutti i solitari del mondo, mi ha offerto caramelle ripiene che non ne ho più trovate di uguali e per me, l’ospite, una specie di vip in quell’ex mulino disseminato di passaggi segreti dietro armadi e librerie, solo per me preparava il caffè. Giocavamo a carte e poi mi preparava il caffè. E mi faceva sentire grande.

E pure quello, il comportarsi da grande, alla fine è diventata un’abitudine.
Sull’esserlo ci sto ancora svogliatamente lavorando.

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