Palmipedone #172 —Una tonna fuor d’acqua—

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Oltre che lavare i piatti, anche studiare un esame noioso è una roba piuttosto catartica, catartica in modo molesto però, perché riuscire a rimanere concentrati in determinate circostanze sarebbe meglio, sarebbe auspicabile, sarebbe. Comunque.

Pensavo che uno dei più grossi errori che ho fatto con questo blog è stato quello di non mantenere l’anonimato, che poi ero partita bene eh, con lo pseudonimo e tutto il resto, volevo che fosse semplicemente un posto in cui sfogarsi, riversare il troppo, mettere in ordine le idee e non so bene che altro; poi (non mi ricordo tanto bene come è andata) ad un certo punto ho deciso che in realtà volevo essere scoperta, ma quando è successo ho provato una fitta al cuore, una vergogna di quelle che te le scopri addosso nel senso che sono sempre state lì bastava guardare, una sensazione di disagio tipo la visita dermatologica in piedi su di un quadrato di scottex (perché l’igiene è igiene eh) con sette paia di occhi puntati addosso (sa, è un policlinico universitario, questo) a due centimetri dalla pelle mentre la sottoscritta gira su se stessa come la bambola di Patty Pravo, sfoggiando una biancheria intima dai colori quantomeno audaci abbinati in modo bizzarro, oserei dire daltonico, ecco un imbarazzo tipo quello, però più drammatico, più tragico, più della serie voglio morire, non so se mi spiego. Per cui da allora vivo per pigrizia e per punizione in questa censura autoimposta, ma obbligata (che mica posso dire certe cose e poi andarmene in giro per il mondo e salutare allegramente “Salve a tutti”), che mi impedisce di raccontare di persone, di cose, di luoghi, di situazioni, soprattutto quando queste cose si accompagnerebbero all’aggettivo “bello” o “piacevole”, insomma mi impedisce di raccontare per bene gli affari miei, perché quegli affari hanno una faccia, la mia, montata su di una testa, sempre la mia, nella quale succedono delle cose delle quali mi piacerebbe che le persone con cui interagisco fossero al corrente fino ad un certo punto, cioè quello al quale possono giungere tramite la conoscenza diretta della me che vegeta nell’aldiquà. Che poi è stato quello che ho sempre voluto, perché io ragiono bene. E poi agisco a caso.

Ma questa è un’altra storia e la potreste intitolare Una tonna fuor d’acqua, ovvero storia del capodoglio potenzialmente suicida che poi lo salvano sempre e magari un giorno lo butteranno nel fiume con tutta la boccia (vi prego, no).

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  1. Una volta leggevo un blog, un blog molto personale, e l’autrice mi disse che ne aveva un po’ paura, ma per certi versi voleva essere trovata. In realtà però non sapeva bene se l’avessero trovata o no, anzi, aspetta, sì a un certo punto la trovarono quelli dove lavorava, e dovette cominciare a essere un po’ più vaga su certi fatti.
    Cosa spingerà quindi le persone a voler essere trovate? Una specie di brivido del limite, che però quando lo passi pensi che potevi farne a meno?
    Riguardo te… ormai hai fatto. La tua unica possibilità è aprire un altro blog.

    • Io credo che la mia voglia di essere scoperta fosse legata a quella di farsi capire, o perlomeno di far capire determinati aspetti di me che ho sempre fatto fatica a far venir fuori nell’aldiquà, al di fuori dal mondo della scrittura, molto ragionato e relativamente ordinato, usandolo insomma come mezzo per mandare messaggi a destra e a manca, che poi se sono arrivati manco lo so, pensa te che genio. Di certo ora non sbaracco tutto per dimenticare la mia infinita pasticcionaggine, che mi serva da lezione.

  2. ..è potenzialmente un grave errore rivelare la propria identità, specie se stai rapinando un banca. Nel caso del blog il danno è limitato suppongo, dato che alcuni ti leggono già conoscendo la tua reale identità e gli altri visitatori magari non sanno chi sei e non lo sapranno mai. C’è poi da dire che, cercando il tuo nome e cognome su google, il blog è l’ottavo risulatato dietro altre due ilarie in prima e seconda posizione su faccialibro, quindi anche arrivando sul blog nessuno potrebbe attribuirtelo con estrema certezza..
    Poi potresti sempre soffrire della sindrome da supereroe, con il sacrosanto terrore di rivelare la tua identità.. la soluzione allora è farti una foto assieme all’autrice di questo blog per dimostrare che non siete la stessa persona…

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