Palmipedone #167 —Non si fa—

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Io gran parte delle cose che nella mia vita mi hanno detto non si fanno gira e rigira non le ho mai fatte, tipo fumare, tipo marinare la scuola, tipo ubriacarmi fino a vomitare il cervello, tipo rubare nei negozi, tipo ideare scherzi crudeli (partecipare a quelli già ideati questo sì, qualche volta l’ho fatto), tipo far piangere le persone (almeno non credo, in caso mi scusassero, ché proprio non volevo), tipo guidare in modo spericolato perché è bello vedere (volontariamente) la morte in faccia, tipo partecipare ad una rissa e strappare capelli degli altri dalla radice, tipo un sacco di altre cose che sono quelle tipiche che le brave ragazze non fanno e se le fanno non è che le scrivono come status sul faccialibro. E in genere se non le fanno non è perché a forza di ripeter loro non si fa non si fa non si fa il loro cervello è stato plasmato, no, a me basta che me lo diciate una volta che una cosa non si fa, se mi sembra ragionevole allora manco ci provo, e la cosa peggiore è che tante volte il non si fa me lo dico da sola perché, ancora una volta, mi sembra ragionevole. E non ho mai vissuto una vita di privazioni, non ho mai sofferto la mancanza di vizi e stravizi, ho avuto e ho qualche rimpianto, ma anche tante soddisfazioni giunte con la stessa lentezza che accompagna ogni mia mossa, tanta stima, spesso ragione, ma incomprensioni tante (e quello anche perché c’è proprio qualcosa che non va nel mio protocollo di comunicazione chiamiamolo così, secondo me è un po’ datato).

Poi succede che senti improvvisamente l’esigenza di dare una svolta alla tua vita (nello specifico perché in questo istante mi son distratta che sto chiacchierando con Magò), però non sai da dove cominciare. Ecco, per esempio, parliamo dei prezzi: a me cinquata euri per dare tanto ammmore mi sembrano un po’ pochini.

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  1. Impressionante come sempre! Neppure io ho fatto alcune di queste cose (non consapevolmente almeno) ma devo dire che, più che un deterrente morale dettato da verità assiomaticamente impostemi, a frenarmi nel compiere tali “scelleratezze” è stata sempre la paura (o timore o terrore a seconda del caso) delle conseguenze. Quindi io ero quello che quando marinava la scuola telefonava a casa, comunicava ciò che stava per accadere e, a seconda del grado d’ira percepito dall’altro capo del telefono, adducevo scuse di varia entità e validità. Quindi Si, ancora una volta sono concorde con te nell’osservare come l’indottrinamento sociale forzi le nostre vite in maniera sana ma irreparabile.

    “It’s a non-optional social convention” (cit.)

  2. @IM: ti ricordo quella volta che da scuola uscirono tutti un’ora prima per evitare l’interrogazione di filosofia, tutti. E rimasi io sola perché non si fa che uno scappa, non si fa. E il terribile mi disse vattene che stai a fa qua che se guardamo nelle palle dell’occhi? testuale. E poi se ne andò dal fruttivendolo abbandonandomi a me stessa, Dio lo punirà per quello che ha fatto perché, beh, non si fa.

    @Marta: ogni tanto me lo tolgo qualche sfizio, nel 70% dei casi passo le successive ventiquatt’ore a pentirmi (se fossi capace a mangiarmi le unghie me ne riempirei lo stomaco) e ad attendere le conseguenze come se sapessi di essere condannata alla ghigliottina. Sono tonta ad alti livelli, io.

    @Stefo: Che mettiamo pure che ne faccio solo cento al giorno, settecento a settimana, duemilaottocento al mese (esentasse), cavolo io c’ho una laurea, me li merito tutti.
    Solo tu saresti disposto a spendere 100 euri per me. 😆

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