Palmipedone #157 —Tra tutti quei gabbiani—

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Io me lo ricordo come se fosse ieri quel viaggio verso nord, verso IL nord, verso il capo del mondo, fra laghi e betulle, betulle e laghi, e zanzare, e giornate lunghe il doppio, la notte col sole, un jet-lag che non vi dico che sembrava di stare in Insomnia, con queste finestre che non hanno gli scuri ma solo tende pesanti, dormire col giorno anche la notte e poi ripartire alla volta del nord, fra laghi e betulle, betulle e laghi, persone cordiali che parlano una lingua strana, il mio compleanno in una stanza d’albergo con i tendaggi a fiorellini rosa, e io in lacrime con in mano un biglietto d’auguri di quelli che a leggerli c’è il rischio di rimanerci secchi, e ancora risalire la latitudine come i salmoni la corrente, incontrare strani spaventapasseri piantati a centinaia nel bel mezzo di un campo, silenziosi come tutto ciò che li circonda, incontrare renne, renne ovunque, anche in mezzo alle città, anche sotto le finestre dell’albergo, renne alla ricerca di ombra, renne alla ricerca di erba, se è una siepe o se è un’aiuola va bene lo stesso, sempre più a nord, arrivare a Capo Nord

tra tutti quei gabbiani

no, ma quali gabbiani, arrivare a Capo Nord, e trovarci una nebbia fitta e immobile come la panna, ma grigia come la tristezza, una nebbia da piangere, ché quante altre volte ti può capitare nella vita di andare a Capo Nord? Diciamo tranquillamente nessuna, e l’unica occasione che avevi di vedere il sole di mezzanotte da una rupe a strapiombo sul mare (perché è così che doveva sembrare) qualcuno ha deciso che non te la meritavi poi tanto, e quindi ridiscendere con un po’ di amaro in bocca, giù per un’altra strada, vivere per tre giorni su di una palafitta, d’inverno dimora di pescatori di merluzzo bianco, svegliarsi sentendo le onde frangersi sul legno e i gabbiani, qui sì, tanti gabbiani, e tanto vento, un freddo da andare in giro imbottiti come l’omino Michelin rendendosi ridicoli agli occhi dei locali che sfoggiano un’audace mezza manica, e poi, di nuovo a malincuore, lasciare tutto alla volta di un sud che è sempre nord, dove le giornate, per quanto corte, durano sempre più che da noi e, per quanto possa fare caldo, il piumino a letto è d’obbligo, e si può dormire accoccolati anche d’estate, scomparendo in una nuvola soffice di lenzula bianche in letti più larghi che lunghi.

Lo ricordo come se fosse ieri. Sono passati cinque anni.

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