Le teorie di Gaia: premesse.

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Una teoria non nasce così dal nulla, non è che una mattina ti svegli e puf, la tua teoria è lì davanti a te, come un’idea chiara e distinta, non è un’epifania, il più delle volte è un processo lungo, pieno di deviazioni dalla strada maestra, di vicoli ciechi, di su e giù, tutto a seni a golfi. Una teoria (delle mie) nasce grazie agli esperimenti mentali conditi con pizzico di realtà, grazie a quella capacità che è prettamente femminile di vivere, che il più delle volte coincide con l’immaginare situazioni improbabili e dipingerle nei loro dettagli più minuti, con l’esaminare un ventaglio di possibili comportamenti, di alternative, e, alla fine, di scegliere quella che meglio si adatta ad incastrarsi a tutte le altre teorie precedentemente elaborate. Il che equivale a vedere il mondo come se fosse un puzzle da milioni di pezzi venduto con quelli del bordo già incastrati l’uno con l’altro, un contorno vuoto che non può essere riempito come capita se si vuole ad arrivare ad avere una visione d’insieme rivelatrice. E a me importa. Le mie teorie incastrano però solo pezzi nella zona periferica del puzzle, quella vicino al bordo: sono teorie leggere, semiserie, riguardano perlopiù le frivolezze delle persone. Trovare per caso due pezzi che si incastrino fra loro e non con la cornice è per me cosa rara. Associarvi delle teorie è, ho poi scoperto, estremamente rischioso non avendo una visione, neppure parziale, del contorno. E fa perdere un sacco di tempo perché la gamma di esperimenti mentali associabili è talmente ampia e diversificata che si rischia di non uscirne mai. Per cui ho smesso di preoccuparmene, dei pezzi centrali. E mi accontento di elaborare teorie apparentemente inutili, tipo quella che riguarda le donne con gli artigli, con le unghie delle mani perennemente ricostruite, e le cataloga come casalinghe completamente inette. Senza offesa.

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