Palmipedone #142 —Acquari—

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Ogni tanto mi piace fare dei bagni di mondo, che io chiamo così quelle cose che a farle tutti i giorni poi succede che le persone se ne stancano e se ne lamentano, tipo prendere i mezzi pubblici, tipo stare seduta delle ore in una sala d’aspetto e poter ascoltare di cosa parla la gente che nel mondo ci vive sicuramente più di me che quando mi ci immergo sono come un pesce d’acqua dolce buttato a mare. E a lungo termine mi bruciano gli occhi.

Nell’acquario al sapor di salsedine in cui stavo ieri l’altro c’era un tizio che pretendeva di poter fare un intervento senza appuntamento, senza aver pagato il ticket, senza nemmeno aver preso il numero, lui doveva fare questo piccolo intervento perché gli avevano detto che doveva operarsi, ma mica una cosa grave, una cosa piccola, da niente, ci sarebbero voluti solo pochi minuti, poteva passare avanti, no signore dove sta andando? Io devo fare un intervento. Ma quale intervento mi scusi, lei ha preso un appuntamento? No, ma io dovevo venire oggi. Beh oggi lei non può fare proprio niente, a parte prendere un appuntamento per un altro giorno.

E lui che poi la voleva ammazzare però l’avrebbe graziata perché era un gentiluomo. E lei (chi fosse non so) che con un carico di bottigliette d’acqua ponderava ad alta voce sulla maleducazione che dilaga. E io con i mie auricolari alle orecchie, ma rigorosamente muti perché mi servono solo come stratagemma per favorire l’isolamento dalle persone blaterone che scelgono sempre me per raccontare la loro vita, la loro malattia, la loro figlia che sa si è appena sposata e invece lei che fa, va a scuola? Io no,  ho ventitré anni e vado all’università, ma pensi un po’ proprio l’età di mia figlia che si è appena sposata e io che di anni gliene avrei dati diciassette ché la vedevo così sottile, ah io alla sua età ero proprio come lei, poi sa con i figli succede che uno si sforma e poi ci si mette pure la malattia. Ma perché scelgono me, perché la mia aria dimessa piace solo alla gente che, come diciamo a Roma, s’accolla o, come dicono a Milano o da quelle parti, che t’asciuga? Sciò, pussavia, io vengo da un altro acquario, qua ci sto solo per guardare, lasciatemi fare la spia silenziosa.

Voglio poter guardare quello seduto (con le gambe accavallate) di fianco a me che si lima le unghie, sì avete letto bene, quello, maschile (alquanto) singolare, che sono cose queste che mi fanno sentire così poco donna, io non ce l’ho una limetta per le unghie nella borsa, la cosa più stravagante che potreste trovarci sono cerotti di varie forme e dimensioni che mi servono per darli in giro a chi ha bisogno di un cerottino, sì, io dispenso cerotti e non è che mo’ che lo sapete ve ne dovete approfittare; io c’ho la sindrome della crocerossina (è inutile che ci diciamo che non è vero) però di curarvi lo decido io, dal momento che me lo chiedete svanisce tutta la magia che c’è nell’incerottarvi a vostra parziale insaputa. Se mi diverto? Mica tanto, anche perché in genere vado attaccando cerotti a casaccio, sarei un’infermiera con tanta passione e poca attitudine. Se poi voi non ci vedete manco la passione sarà perché siete dell’acquario salato.

Io, di solito, vivo di là.

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