Palmipedone #135 —Norwegian Wood—

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Introduzione un po’ lunga e direi anche abbastanza inutile (clicca qui; per saltarla e scoprire quanto la sottoscritta è diventata brava con il linguaggio html al punto che ora sa creare anche le ancore).
Di solito io non scrivo qui recensioni dei libri che leggo e un motivo ci sarà. Diciamo pure che ce ne sono diversi. Primo non sono capace: una recensione dovrebbe essere distaccata, ma non troppo, lineare, comprensibile e, soprattutto, sarebbe auspicabile che il suo autore riuscisse a rimanere sul pezzo, senza partire in quarta con divagazioni personali che definirle fuori tema significherebbe essere gentili. Non è che io non sia capace ad essere pertinente, intendiamoci, quando mi viene richiesto riesco quasi senza sforzo a rimanere perfettamente in carreggiata, ma non qui: qui mi viene normale di partire per la tangente, e quindi semplicemente parto, a volte torno, a volte no, a volte. Quindi, se proprio non riesco a frenare l’esigenza di dire la mia, generalmente, per facilitare un ordine mentale, la mia pseudo recensione la scrivo altrove. E questo sarebbe anche il secondo motivo per il quale su questo blog non compaiono recensioni. Quindi secondo: le scrivo da un’altra parte, dove vengono catalogate assieme ad altre recensioni (e valutazioni misurate in stelline), molte decisamente migliori, altre persino peggiori delle mie, sottoposte a loro volta a valutazione in base alla loro utilità vera o presunta, insomma archiviate in buona compagnia. Terzo: è raro che, dopo aver letto un libro, io sviluppi su di esso un’opinione che sia completamente mia, priva di influenze esterne (causate da utili recensioni precedentemente lette o ascoltate), immune da sudditanze psicologiche nei confronti dell’autore, insomma originale e veritiera. Ed è perfettamente inutile ripetere che un libro è meraviglioso se l’hanno già detto in centotré (per non dire centomilaetré), anche perché di costruttivo in osservazioni di questo genere c’è ben poco, quindi tanto vale mettere cinque stelline al libro e un pollice in su alla recensione più azzeccata e via. Mi manca un po’ di spirito critico, o almeno la prontezza nell’esprimerlo, sì, anche per iscritto; a voce, poi, non ho spesso la possibilità di dialogare su argomenti di questo tipo, sia per la mancanza di interlocutori adatti (lettori a loro volta, e per giunta amanti di letture simili), sia per la pesantezza dei discorsi in questione, sia ancora per la mia difficoltà nel formulare pareri valevoli di essere ascoltati e quindi discussi.
Fine dell’introduzione un po’ lunga e abbastanza inutile. Segue esempio.

Norwegian WoodEsempio: io, su Norwegian Wood, mica lo saprei che cosa dire. Non riuscirei a cavarmela nemmeno con un semplice “è bello”. Perché non lo so se lo è. Non potrei dire “mi è piaciuto”. Non lo so se mi è piaciuto. Se lo avessi letto un mesetto fa, forse due, probabilmente ci avrei pianto dentro, fra le pagine, rendendolo, una volta asciutto, gonfio e friabile come un millefoglie. Perché ci sono delle frasi, in Norwegian Wood [che la libraia, anzi chiamiamola pure commessa della libreria, con tutto il rispetto per le commesse, manco sapeva che libro fosse, si ostinava a cercarlo nel database scrivendolo con la v:
Norvegian Wood… non esiste.
– Mi scusi, ma come non esiste? È un libro famosissimo, l’autore è un giapponese (io non me lo ricordo perché sono rincitrullita, ma tu lavori in una libreria, santo cielo, venderai anche altro oltre ai libri sui vampiri sbrilluccicosi)…
– Yashimoto?
– No (andiamo bene, a tentativi), non Banana Yashimoto… è un altro.
– (Rivolgendosi ad una tizia alla cassa) Ahò…autore giapponese. Norvegian Wood.
– Aaaaah siiiii. Cosollà. Come si chiama…Kirokori. Rukikuri…
– Perché qua il libro mi dice che non esiste.
– Ah, noooso.
– Norwegian. L’ha scritto col w?
– Ah, no. Norwegian Wood. Ah. Eccolo. Haruki Murakami. Non ce l’abbiamo. Lo ordini?
– No, lo vado a comprare da un’altra parte (in una libreria seria dove non hanno trenta metri quadri dedicati ai vampiri). Arrivederci.]
dicevo ci sono delle frasi, in Norwegian Wood, che sembra che qualcuno le abbia lette dentro di te e copiate pari pari. Per cui, quando te le ritrovi davanti, quando ti ritrovi davanti te stesso, provi un po’ di sorpresa mista a indignazione. E fa piacere e fa rabbia, fa. Ci sono tre personaggi principali, in Norwegian Wood. Uno inevitabilmente sei tu. Gli altri due li assegni nel momento stesso in cui decidi quali dei tre impersonare: quello che ho scelto io è l’unico dei tre che (che fortuna sfacciata) muore. Suicida. Che è un modo un po’ teatrale di farsi da parte. Io non sono teatrale, almeno non a questi livelli, per cui, in genere, esco di scena in modo silenzioso,  presuntuosamente sperando che la mia assenza pesi come un macigno (lasciatemelo credere, non si disilludono i suicidi). È un libro, Norwegian Wood, che quando finisce rimani vuoto, e questo lo dicono un po’ tutte le recensioni, vorrei garantirvi che è vero, alla fine sei svuotato al punto che ti chiedi “e adesso?”. Un mese fa, forse due, avrei pianto anche fra l’ultima pagina e la terza di copertina. Un mese fa, forse due, forse tre, forse mai, cavalcando l’onda emotiva, sarei tornata in libreria (quella giusta) e ne avrei comprata almeno un’altra copia; l’avrei poi regalata (con tanto di dedica) all’alter ego di Tōru Watanabe, perché chi compare come protagonista in un libro meriterebbe almeno di esserne informato. Uno, due, tre mesi fa. Forse. Poi è successo che sono morta. Suicida. E qui nell’aldilà non c’è niente da fare se non scrivere post lunghissimi e sconnessi da chiudersi elegantemente con una citazione per togliersi d’impaccio.

Non fa niente. Anzi credo che sia tu sia io dobbiamo tirare fuori ancora di più le cose che abbiamo chiuse dentro. Perciò, se devi sfogare le tue emozioni con qualcuno, preferirei che lo facessi con me. Servirà a capirci meglio tutt’e due.
E se tu mi capissi, questo a cosa porterebbe?
Non è questo il punto, – dissi. – Non è una questione di «a cosa porterebbe». Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare le costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c’è di strano se nel mondo c’è uno che è interessato a capire te?
– Come una specie di hobby? – disse Naoko perplessa.
– Se vuoi puoi chiamarlo così. Persone meno fantasiose lo chiamerebbero affetto, amicizia. Però se tu vuoi chiamarlo hobby non c’è niente di male.

[Murakami Haruki – Norwegian Wood, Tokyo Blues – Einaudi]

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  1. Uno dei (pochi) libri che ha cambiato pesantemente la mia esistenza. Lo comprai quando anche io vivevo una situazione simile a quella di Watanabe. Poi il tempo è volato via, tre anni sono passati dietro di me: Midori la rivedo volentieri e siamo rimasti in ottimi rapporti, la mia ex (o Naoko se preferisci) l’ammazzarei volentieri ogni volta che la vedo.

  2. Io dovrei studiare maledizione.
    Ora invece voglio andare a comprare il libro e per questo ti sto odiando :P, sopratutto perchè prima di iniziarne un altro dovrei finire il terzo volume dei Miserabili (una volta l’estate non durava di più maledizione?).

    • Mon Dieu, Les Misérables! Che donna coraggiosa, io ho il terrore delle lunghe narrazioni, temo i tomi voluminosi come la peste e la suddivisione in volumi non inganna la mia paura. La raccolta 3in1 di Yehoshua che ho sul comodino e che quindi vorrei tanto leggere ha già cominciato ad impolverarsi…

      Comunque Norwegian Wood merita; anche se non so quale sia il tono de I miserabili, non sarà però un diversivo allegro…

      • Il trucco per vincere le lunghe narrazioni (detta così sembra il modo per sconfingere il boss di un videogioco) è di intervallare con altro.
        Con I Miserabili sto avanzando un libro per volta, intervallando con altro, vorrei finirlo giusto perchè ho i sensi di colpa per aver già interrotto un classico, Zivago, a giugno.

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