Palmipedone #87 —Nymphéas—

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Ogni tanto, mentre sono nel bel mezzo della mia nullafacenza pomeridiana (rara quanto preziosa) dedita alla faticosa arte del pensare, mi tornano in mente, per associazione mentale, delle cose lette nel passato ed evidentemente solo in apparenza dimenticate.

Oggi pomeriggio mentre me ne stavo adagiata (che donna di classe) sul divano e osservavo distrattamente il quadro appeso al muro vicino a me, mi è venuto da pensare che io, di arte, non ci capisco nulla. Capita di rado che io vada a vedere una mostra; quando succede faccio fatica a comprendere quello che vedo, non capisco se mi piace veramente oppure è una sorta di meccanismo di autoconvincimento del tipo critici importanti hanno detto che questo quadro è bello, quindi deve essere bello per forza. Eppoi c’è sempre troppa gente per i miei gusti, a vedere le mostre. Gente che si piazza davanti la targhetta che io, in quanto ignorante, vorrei leggere e, causa audioguida prolissa, non si sposta più. Ci sono le mandrie delle visite guidate che hanno la precedenza per l’osservazione, basta vederli all’orizzonte e ti viene naturale fuggire lontano.

Pensavo a tutto questo, oggi pomeriggio. E mi è venuto in mente un passo di City di Alessandro Baricco (libro bellissimo, fra l’altro) in cui il Professor Mondrian Kilroy, uomo di una cinquantina d’anni con una strana faccia da irlandese, ma non irlandese, insegnante universitario di statistica e studioso di oggetti curvi, tiene una lezione sulle Nymphéas di Claude Monet.

Com’è noto, le Nymphéas non sono propriamente un quadro, bensì un insieme di otto grandi decorazioni murali che, se accostate, darebbero l’impressionante risultato finale di una composizione lunga novanta metri e alta due. Monet vi lavorò per un numero imprecisato di anni, decidendo, nel 1918, di regalarle al suo Paese, la Francia, in omaggio alla vittoria nella prima guerra mondiale. Continuò a lavorarci fino alla fine dei suoi giorni, e morì, il 5 dicembre 1926, prima di poterle vedere esposte al pubblico. […]
Monet volle che le Nymphéas fossero disposte – secondo una precisa sequenza – su otto pareti curve.

E il professor Kilroy, tramite la penna di Baricco, descrive così il comportamento degli spettatori che osservano l’opera, esposta sulle pareti curve dell’Orangerie di Parigi (grazie ai potenti mezzi del web è possibile fare un magnifico tour virtuale delle sale del museo in questione: Sala 1,Sala 2)

Ne sono come dispersi, gli uomini. Allora, prendono tempo. Vagano, si rigirano, deambulano, ristanno, sfilano, arretrano, talvolta si siedono – per terra o su apposita, pietosa, panchina – consci di vedere qualcosa che amano, ma tutt’altro che sicuri di vederla, veramente, vederla. Molti iniziano a chiedersi quanto. Quanto ci avrà messo, quanto saranno alte, quanti chili di colore avrà usato, quanti metri di lunghezza, quanto […]. Prima o poi, osano e si avvicinano. Vanno a vedere. Ma proprio da vicino. Toccherebbero, potessero – ci appoggiano gli occhi, non potendo le dita. E definitivamente cessano di vedere, non riuscendo più a risalire a nulla, solo scorgendo pennellate grasse e anarchiche, come fondi di piatti sporchi, senape, mostarda e maionese blu, o cromatiche virgole da pareti di cesso impressionista. Ridono. E tornano subito indietro a riacquisire il punto in cui gli era chiaro quanto meno cosa non stavano vedendo: delle ninfee. Rinculando non omettono di domandarsi come potesse quell’uomo vedere da lontano e dipingere da vicino, sottile trucco che li ammalia, lasciandoli, al termine del loro viaggetto a ritroso verso il centro della sala, inutili come prima, e per di più, stregati […]. Allora si arrendono. E mettono mano al supremo succedaneo dell’esperienza, al sigillo di qualsiasi sguardo mancato. Liberano dal tepore di custodie grigie felpate la disfatta della loro macchina fotografica. Fotografano le Nymphéas. Commovente […]. Neanche il flash è concesso dai precetti senza pietà del regolamento: impressionano pellicole cercando umane inquadrature – impossibili – corrette da mortificanti piegamenti sulle ginocchia, torsioni del busto, pencolamenti oltre il baricentro. Mendicano uno sguardo qualsiasi, fidando forse nel miracoloso e chimico soccorso della camera oscura. I più commoventi – di tutti, i più commoventi – urlano la loro disfatta frapponendo tra obbiettivo e ninfee la mortificante presenza corporale di un parente, in genere posizionato, come per simbolico gesto di resa, di spalle alle ninfee. Per anni, poi, saluterà ospiti e amici, da sopra un comò, con un sorriso spento come di cugino naufragato, anni prima, in uno stagno di nymphéas, hélas, hélas.

Ecco, pensavo oggi pomeriggio, io sono quasi così. Però, almeno, le foto non le faccio.


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