Palmipedone #64 —Rinascita—

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Gli ultimi quattro post che ho scritto sono uno più triste dell’altro, ero sprofondata in un nero baratro esistenziale, come di tanto in tanto mi succede. Però, invece di sedermi nell’angolo del divano e piangermi addosso, mi sono evoluta e ho pianto sul blog. Non mi basta più assillare le persone che mi circondano: quando mi vedono rannicchiata nell’angolo del divano, quello buio, ormai quasi fanno finta di non vedermi nonostante io mi compatisca a voce alta: povera me povera me, come sono triste, ah se qualcuno venisse a consolarmi, ma non c’è proprio nessuno? che famiglia di insensibili, scusate se esisto!  ah, una carezza, fatemi una carezza, my kingdom for  a kiss upon my shoulder, ho bisogno di coccole. E alla fine mi fanno pat-pat sulla testa, come ai cani. Sono un cane, nella mia famiglia. Un cane parlante, a volte anche simpatico, ma pur sempre un cane. Un cane che la domenica mattina vorrebbe dormire di più o almeno avere un dolce risveglio, e non trovarsi con gli occhi sbarrati perché qualcuno ha alzato di colpo la serranda, con un rumore atroce, creando il giorno in meno di un nanosecondo, che poi perché? Perché fuori c’è un bel sole. E allora? Io volevo dormire, non potete far giorno in un nanosecondo, così ho detto, scatenando fra i miei una gara all’indovina quanti nanosecondi ci sono in un secondo!, fastidiosissima in quanto totalmente fuori luogo la domenica mattina, totalmente fuori luogo fra le quattro mura domestiche che dovrebbero delimitare un’isola felice, farmi dimenticare la mia vita di numeri e potenze di dieci. Fastidiosissima se i genitori in questione, seppur matematici, sparano potenze a caso, tentando di fare i simpatici, mentre l’unico desiderio della loro figlia/cane è quello di essere lasciata in pace, nel bozzolo di coperte, al buio. DIECI ALLA NOVE!!!! Andate via, sciò, voglio dormire, BUIO, createmi del buio. Bau.
Che poi io lo so che lo fanno per tirarmi su di morale e per questo, in fondo, gliene sono grata, ma capita più spesso che sortiscano l’effetto contrario (cioè tristezzaapalate), così io mi sfogo sul blog, che non parla, lanciando vagonate di inutili messaggi subliminali che forse sono l’unica a capire [mi toccherà mettere un tag, da oggi in poi, tag messaggi subliminali, che almeno si sappia che ci sono, ché non sempre farnetico], intristendo tutti, persino il lettore occasionale giunto qui da Google alla ricerca del significato  della parola “palmipedoni”[che è meglio per lui che abbia una scatola di Kleenex e una pallina antistress, se decide di leggere].

Ma quando è troppo è troppo, e il troppo stroppia, per cui, prima o poi, mi stanco di lagnarmi e tento di rinascere dalle mie ceneri. Perché io, sia chiaro, non sono un cane, sono l’Araba Fenice.

Bau.

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