Palmipedone #20 —Dal dentista—

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Nello studio dentistico dove ho l’abitudine di andare ci saranno suppergiù milleduecentoventi dentisti. Mai una volta che mi ricapiti lo stesso della visita precedente; quello figo col sorriso abbagliante che mi ha amabilmente curato una carie un annetto fa non l’ho più rivisto, davvero un peccato. Stavolta me ne è capitata una alquanto chiacchierona, che poi non è che ci sia molto da chiacchierare con un paziente al quale stai facendo una pulizia, che ha in bocca circa 8 dita, la turbina, l’aspiratore e in più ha anche una lampada puntata in faccia, che non può proprio risponderti, a meno che non sia ventriloquo, quindi più che chiacchierona era logorroica, esistesse l'”Imodium-Verbale” gliene avrei data una compressa. Punto. Ora, io sono un po’ sorda, ma non nel vero senso della parola: quando c’è silenzio percepisco suoni ai quali molti non fanno nemmeno caso, ascolto la musica a volume basso perchè penso che si possano cogliere più sfumature; però, quando ci sono rumori forti sovrapposti, non capisco più un’acca. Diventa una specie di brodo denso, un macello di suoni, e, francamente, non mi ci impegno nemmeno troppo a tentare di separarli l’uno dall’altro. Tutto questo per dire che, visto che avevo l’aspiratore e la turbina in bocca, vicinissimi al mio orecchio destro, non capivo nemmeno una parola di quello che l’amabile dentista mi stava dicendo. A un certo punto deve avermi rivolto una domanda, credo. Ho tentato di risponderle facendo una di quelle espressioni da ebete completo, del tipo “si, ma anche no, lei è molto simpatica”, ma forse c’era anche un po’ di “sa, mi fanno male le mascelle, ora mi prende una paresi, l’aspiratore mi sta trapassando la guancia; non è che ci possiamo dare una mossa magari?”. Di tutta risposta lei ha sorriso e ha continuato a parlare a cascata. Io nel frattempo ho ripensato a come doveva esserele sembrata la mia faccia e mi sono vista con la bocca aperta, un paio di tubi in bocca, un bavaglio di carta schizzato di miste sostanze, un occhio socchiuso per la luce e uno strabuzzato e lacrimante per il dolore dell’aspiratore incarnito, il tutto guarnito da una deliziosa espressione da ebete. Il riso, passando per la gola, si è grazie a Dio trasformato in tosse  e la mia carnefice mi ha permesso di “sciacquarmi”, operazione eseguita non senza difficoltà (a causa della ridarella, non della tosse). Da quel momento in poi credo che mi abbia reputata una squilibrata; spero che la sua diarrea verbale guarisca prima che riesca a raccontarlo a tutti i suoi milleduecentodiciannove colleghi.

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