Palmipedone #5

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Sarà perché sono vecchia dentro, sarà perché sono una vera intenditrice, pensatela come più vi aggrada. A me piace la musica datata, quella degli anni ’80, ’70, ’60 e anche prima. E non penso che sia una colpa paricolare, non credo di dovermi giustificare per questo. Eppure il fatto di non riuscire a trovare nel panorama musicale odierno qualcosa che mi colpisca profondamente tanto da provocare in me quello che mi viene da chiamare effetto freeze-and-listen (tanto da concentrare tutta l’attenzione sull’ascolto, dimenticando ciò che stavo facendo) mi fa pensare. Non che io non pensi già abbastanza, intendiamoci, è solo che questi pensieri riguardano me, il mio modo di essere. Ed è una cosa che preferisco non fare spesso il guardarmi dentro, il valutarmi; mi fa sentire estremamente debole, vulnerabile, indifesa. E’ ovvio che ogni tanto sia necessario, per non diventare degli estranei con sé stessi, ma mi piace pensare che avere dei piccoli scheletri nell’armadio (consapevolmente o no) sia un efficiente stratagemma per sorprenderci e sorprendere, per rendere la vita meno noiosa, meno prevedibile. Ma sto divagando.

Dicevo: mi piace la musica vecchia. E una di quelle frasi che spesso si dicono riguarda la musica e il suo modo di rispecchiare i problemi di un’epoca, le sue conquiste. Insomma di essere parte integrante dei tempi che corrono. Ora, quasi tutti sanno cos’è un sillogismo. E’ una sorta di ragionamento dimostrativo costituito da tre proposizioni: le prime due sono delle affermazioni (o negazioni) la cui indiscutibile veridicità porta alla formulazione di una terza affermazione (o negazione) da esse derivabile in modo logico.

Dunque, applicando (più o meno) questa scienza del sillogismo alla mia passione ottengo quanto segue.

1. La musica risalente ad un determinato periodo è lo specchio dei tempi in cui essa nasce

2. A me piace la musica di tempi ormai andati

3. (Conclusione) Mi piaccioni i tempi andati e mi rispecchio in essi. Quindi sono vecchia dentro.

E non so se questa conclusione sia effettivamente vera in modo incontestabile. Io non so quasi nulla degli anni ’70, ’60 o giù di lì. Non so se effettivamente sarei vissuta in quell’epoca trovandomi a mio agio o sentendomi ugualmente un pesce fuor d’acqua, come mi sento oggi (spesso). L’unica scelta possibile è che una delle premesse del mio sillogismo sia errata, o perlomeno inesatta, incompleta. Forse è vero che la musica è lo specchio dei tempi, ma forse è anche vero che parte di essa si libera dai vincoli che la vorrebbero ancorata ad una generazione, ad una situzione socio politica. In fin dei conti è musica, una forma d’arte, può rimanere eterna come succede per la pittura; perchè relegarla in un misero angolino della nostra storia passata, accantonarla per far spazio a novità di dubbio gusto e valore? A chi lo fa, e chi vorrebbe che anch’io lo facessi, volevo semplicemente far capire che non è una questione di chiusura mentale nei confronti delle novità. E’ che credo che la musica che dal passato sia giunta fino a me, facendone di strada, sia veramente meritevole di attenzione, perché ha resistito alle grinfie del tempo. Non voglio dire di essere una intenditrice, peccherei di presunzione e di falsità. Ma che non mi si venga a dire che di musica non capisco niente solo perché non ascolto i Finley e non mi piacciono i Sonhora. Non so quanto la loro musica resisterà col passare degli anni.

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