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Palmipedone #236 —Velleità*—

Palmipedone #236 —Velleità*—

Velleità [dal lat. mediev. della scolastica velleǐtas -atis, der. del verbo lat. velle «volere»] [...] Nell’uso corrente, aspirazione, desiderio o proponimento che non hanno effettive probabilità di realizzazione, in quanto non sussistono per lo più capacità adeguate o la volontà e l’impegno necessarî.

[Vocabolario della Lingua Italiana Treccani]

Dice:

Ho notato che su internet se ne parla poco o niente.

Conclusione (omessa) duepunti: quindi ne parlo io.

Che se ne parli poco non è che sia necessariamente un male.
Che non se ne parli affatto non ci crede nessuno, l’internet è tanto vasto che a saper cercare si trova anche la ricetta per la marmellata di sapone di Marsiglia.
Parlarne male, infine, è decisamente peggio che tacere.
Scambiare le proprie velleità per vocazioni è capitato a tutti. Una volta. Perché accada una seconda volta occorre una cieca autostima e una scarsa considerazione del concetto di umiltà.

Dice, dove vuoi andare a parare, da nessuna parte voglio andare a parare, solo che io quelli che

ho notato che su internet se ne parla poco o niente (quindi ne parlo io)

gli farei mangiare la Marmellata di sapone di Marsiglia.

Poi siccome io sono un po’ così, che quelli che li vorrei uccidere in modi creativi alla fine li prendo a modello, ho notato che su internet si parla poco di opere d’arte inventate e di pittori che non esistono. Quindi lo faccio io.

Mario Bitone: vita ed opere (1)

Mario Bitone nasce il 29 febbraio del 1956 a Strzembowo, un villaggio che dal nome lo metteresti in Senegal e invece sta in Polandia, altrimenti detta Polonia, da genitori italiani emigrati lì nel periodo in cui gli Italiani emigravano, sì, ma in Germania (si vede che ai genitori di Bitone piaceva l’esotismo. Oppure mancavano di senso dell’orientamento, non si sa).
Mario era il primo di un solo figlio. Della sua infanzia gli unici avvenimenti degni di nota sono i suoi compleanni, festeggiati una volta ogni quattro anni con un numero di candeline sempre uguale: una sola.
Dopo aver frequentato le scuole elementari e medie in un istituto cattolico gestito da integerrime suore orsoline, Mario si iscrive ad una scuola di arte. Ed è lì che conosce Orlistàn Kierken, famosissimo pittore fondomentale (da fondo e mente), bicromatico e, come lui amava definirsi, “sottocutaneo” (più volte interrogato a proposito di tale definizione Kierken rispondeva sempre “come la scabbia, come la scabbia” e poi scoppiava a ridere di brutto, e tutti giù a ridere di brutto dietro a lui, per educazione). La conoscenza di Kierken e la frequentazione di influenti personalità orbitanti attorno al Maestro ispirano Mario nei suoi primi lavori, minimalisti e bicromatici, in quella che viene ricordata come la “faunofase” per la scelta di soggetti appartenenti al regno animale.

Girino (olio arancione su tela nera, cm 100x80)

Pellicano (olio arancione su tela nera, cm 100x80)

In Girino e Pellicano (entrambe opere del 1972) la forma curva è resa, più che modellabile, sagomabile. I contorni delle figure sembrano a tratti plasmati con dolcezza, a tratti tagliati con l’accetta. I lineamenti distintivi della forma animale ritratta sono storti, ristorti e distorti, sino a renderla a malapena riconoscibile. La forma tende a chiudersi su se stessa, quasi a formare una barriera contro il nero mondo esterno che, però, subdolamente penetra nei porticciuoli formati dalla curve sinuose e silenziosamente ferisce, uccide.
Della fase animale fanno parte anche due opere di poco successive, risalenti rispettivamente al 1973 e 1974, nelle quali, assieme al soggetto puramente animale, compaiono elementi esterni a turbare un equilibrio già precario:

Dito su anatra (smalto per unghie arancione su cartoncino nero, cm 73x60)

In Dito su Anatra, la specie umana diventa portatrice di distruzione. Il dito che scava nell’anatra un canale affinché il nero divoratore di vita vi penetri più agevolmente è il male. Animali che uccidono animali. Con un solo dito l’uomo può sterminare la natura. Quando il dito scinderà l’anatra in due sarà la fine del mondo è l’ammonimento che pare trasudi dal cartoncino sul quale la sagoma si staglia accecante come una verità nel mar delle menzogne eccetera eccetera.
Fucelante è, invece, un elefante di protesta contro la Guerra del Vietnam sul quale non val la pena di spendere tante parole perché la proboscide/fucile parla da sé. E dice Basta.

Fucelante (sangue di alieno su pietra nera Maya, cm 100×80)

(Continua…)

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Si ringrazia mio fratello il Muzeum rozpaczy per aver concesso l’autorizzazione alla riproduzione delle immagini delle opere.

Palmipedone #232 —Estate alternativa—

Palmipedone #232 —Estate alternativa—

Da piccola disegnavo persone solo se costretta, preferendo di gran lunga nature morte composte prevalentemente di castagne, case in campagna in fondo a sentieri costeggiati da cipressi, covoni e staccionate, tetti innevati ed elefanti visti di spalle:

(mi ci sono impegnata, l’ho anche colorato)

A volerle trovare, le persone, si sarebbe potuto immaginarle dentro le case (con le persiane rigorosamente aperte), dietro i covoni e dentro gli elefanti (oppure dentro i covoni e dietro gli elefanti), all’ombra dei cipressi (ombra che, comunque, non ho mai disegnato). Immaginarle, ché comunque nelle mie case io non ci avevo messo nessuno.

Da grande le persone non le ho mai disegnate (quando necessario, sono sempre bastate due, tre forme geometriche; il talento artistico è inutile spremersi come un limone per farlo trasudare dai pori, non funziona. E lo dico perché ci provo di continuo).

Quando da piccola/o disegni le persone, la loro pelle la colori di rosa. Poi cresci, vai in profumeria e trovi solo fondotinta marroni. Quindi credi di esser marrone. Ebbene, quello della pelle marrone è un falso mito (per noi dalla pelle chiara, intendo). Noi studenti che pure ci piace l’aria aperta (a patto che non si rischi di liquefarcisivi) siamo #E3CACD [RGB(227,202,205), cioè così] o di gradazioni simili (io, però, son proprio quella). Diciamo basta alla pelle marrone, all’abbronzatura a tutti i costi. Facciamo un vanto del nostro roseo pallore e rendiamolo parte di una specie di manifesto dell’estate alternativa assieme ad una specie di mini compilation con pezzi vecchi e nuovi,  ricca di genti (italiane) diverse da quelle che si sentono di solito (e non si capisce il perché), ma non necessariamente sconosciute (almeno i Baustelle li conoscono tutti, spero).

***

Tracklist

  1. Brunori Sas – Tre capelli sul comò
  2. Baustelle – Colombo
  3. Carpacho! – Niente che non va
  4. Babalot – Panca bestia
  5. I Cani – Velleità

Playlist

Palmipedone #214 —Capelli—

Palmipedone #214 —Capelli—

Non voglio più chiedere scusa
se sulla testa porto questa specie di medusa
o foresta
non è soltanto un segno di protesta
ma è un rifugio per gli insetti
un nido per gli uccelli
che si amano tranquilli fra i miei pensieri
e il cielo.
[Niccolò Fabi - Capelli]

David Lynch, a leggere la voce di Wikipedia, è uno che nella vita ha fatto più o meno cento volte di più di quello che basterebbe fare per essere definito Artista. È quello di Mulholland Drive, che è un film che se state ancora a rompervi la testa sulla trottola di Inception è perché ancora non avete visto Mulholland Drive, e presumibilmente, una volta che l’avrete visto, Mulholland Drive, comincerete a fare ciò che in gergo si dice chiudersi di brutto, vi chiuderete di brutto a cercare di trovare un senso a Mulholland Drive. Poi di David Lynch, visto che nella vita ha fatto più o meno cento volte di più di quello che vedi sopra, immagino che esitano anche altre cose degne di nota e sulle quali chiudersi di brutto, oltre a Mulholland Drive; io non lo so perché ho visto solo quello e questo video per un pezzo di Moby che, siccome è un vegano di quelli integralisti che manco indossa indumenti di lana per quanto è vegano, mi sta antipatico. Il numero preferito di David Lynch è il sette. Il mio no. David Lynch ha dei capelli vivi, dei capelli ribelli, dei capelli artistici, dei capelli pittoreschi.

Noi in Italia c’abbiamo un artista che, se diciamo che l’artisticità di David Lynch è pari a 1 Lyn, ha un’artisticità di circa 0.1429 Lyn, cioè un settimo di Lynch (frazione corrispondente al Lynch musicista) e che ha dei capelli altrettanto vivi, altrettanto ribelli, altrettanto artistici, altrettanto pittoreschi, ma anche architettonici, scultorei e fisici.

A sinistra: i capelli di Morgan A destra e dall’altro verso il basso: il tetto della cappella di Notre Dame Du Haut, dettaglio del dipinto di Van Gogh Campo di grano con allodola, scultura di Hans Arp il cui titolo è Concrezione Umana II  e che secondo me sembra un enorme ippopotamo, dettaglio di Albero Argentato di Mondrian, le nuvole di Monkey Island 3, tracce di particelle cariche in una camera a bolle.

Piesse: io odio andare dal parrucchiere.
Pipiesse: quella di Lynch l’ho trovata qui, quella di Morgan l’ho fatta io.

Palmipedone #206 —Aspetti negativi—

Palmipedone #206 —Aspetti negativi—

Internet ha anche i suoi aspetti negativi, di quelli che però non provengono da un suo uso volutamente scorretto: anche le forchette sono un’arma se uno le punta alla gola della gente. Se però la forchetta ti vola di mano mentre sei a tavola perché stai gesticolando con foga mentre parli con la bocca piena tentando di coprire i deliri di Silvio, allora quello non è propriamente un utilizzo scorretto. È accidentalmente pericoloso, ma giustificabile. Poi a proposito delle forchette, per la rubrica diamo un nome alle cose, volevo dirvi che i denti delle suddette si chiamano rebbi. E sempre a proposito di usi impropri delle forchette, un tizio, tale (fu) Bruno Munari di professione artista e designer, piegando rebbi e manici modellò le cosiddette forchette parlanti, cioè forchette espressive, forchette che fanno le corna, forchette intrecciate che pregano

nella mostra che ho fatto a Milano [...] c’era una vetrina di sette metri piena di forchette

secondo me sono molto brutte.

E nella categoria usi impropri c’è anche l’arricciaspiccia, così, tanto per essere completi.

Dicevo che internet ha anche i suoi aspetti negativi e questi aspetti negativi sono uno. E quest’uno l’ho già detto in qualche altro post mi sa, segno che dopo due anni comincio a ripetermi, due anni che questo blog compie il 25 marzo prossimo venturo, lo stesso giorno in cui (per l’iniziativa Leggere, leggere, leggere) potete regalare un libro ad un completo sconosciuto, cosa che io non farò perché sono dell’opinione che sia inutile regalare un libro ad una persona, pure bravissima, per carità, che però non legge e non ha alcuna voglia di cominciare a farlo. Sarebbe come regalare a me una racchetta da tennis, non so se mi spiego. E poi, pure ammesso che la persona in questione legga, non si può mica regalarle un libro qualsiasi, bisogna conoscere (almeno) bene sia la persona che il libro (che io sia un po’ quadrata forse è vero, voi fate come volete). A proposito di anniversari, poi, il 13 marzo era la giornata mondiale hug an engineer e io non ho abbracciato il mio amico ingegnere perché non sono venuta a conoscenza in tempo utile di questa ricorrenza, quindi sono triste e gli devo un abbraccio arretrato. Comunque vi informo che il 9 dicembre è la giornata mondiale hug a physicist, SEGNATEVELO, e, nella remota possibilità che voi conosciate fisicamente un fisico abbracciatelo perché anche lui ha tanto bisogno d’affetto. E non è che dovete aspettare per forza il 9 dicembre.

Per concludere, insomma, l’aspetto negativo di internet è che ti permette di scoprire che le cose che credevi di essere l’unico a fare in tutto l’universo non solo c’è pure qualcun altro che le fa, ma le fa (apparentemente) meglio di te e ci guadagna pure. Leggendo una magnifica rubrica che si chiama Polpette, ho scoperto che c’è questo tizio che si chiama Kilford che di mestiere fa il Music Painter: in pratica spiattella della vernice di vari colori su una tela ispirandosi al ritmo della musica che ascolta (live).
Per esempio questa è Your Song, e questa è Bitter Sweet Simphony. Ma ce ne sono anche altre.

Questo invece è One Of These Days (digitale su digitale) e l’ho fatto io per l’occasione perché quelli che avevo creato con inchiostro bic sul retro delle dispense di astroparticelle ormai saranno al macero.

Sono disposta a crearne degli altri su richiesta, compenso trattabile.

Palmipedone #188 —Ulisse—

Palmipedone #188 —Ulisse—

Note:

  • mi rifiuto di parlare in stampatello maiuscolo
  • il giorno che alle elementari hanno insegnato a disegnare le mani io ero assente;
  • non è che mio padre ed io ci parliamo sempre a dieci metri di distanza, è che ero assente pure il giorno che hanno insegnato a disegnare il resto del corpo delle persone oltre che le mani;
  • in realtà ho letto anche il capitolo 8, ma è come se invece no;
  • in genere articolo frasi migliori (vale sia per la vignetta, sia per le note);
  • e tu hai mai letto Kundera?

    Forever again Kundera (*)

  • click per ingrandire, come al solito (per chi non lo sapesse già, per una più agevole lettura sarà poi possibile regolare l’ingrandimento  tenendo premuto il tasto CTRL e girando la rotella del mouse).

Palmipedone #166 —Gelosia—

Palmipedone #166 —Gelosia—

Come al solito, click per ingrandire ed essere travolti dall’arte.
yes, I'm jealous

Piesse: i rettangoli verdi che si intravedono in trasparenza corrispondono a questo, uno dei massimi esempi al mondo di dispensa decorativa, che la potete appendere nello studio, in cucina, in sala, in bagno, sta bene ovunque e nessuno la capisce e, come nella vera arte moderna, potete vederci quello che vi pare.
Pippiesse: nell’opera d’arte in questione l’oggetto della gelosia è di sesso maschile. Per le amicizie di sesso femminile il discorso è identico.

Palmipedone #146 —Solid State Physics for dummies—

Palmipedone #146 —Solid State Physics for dummies—

Un polaritone è una quasiparticella risultante dall’accoppiamento di un eccitone con un fotone. Essendo l’eccitone a sua volta una quasiparticella a carattere bosonico, ed essendo il fotone un bosone, il polaritone ha le caratteristiche di un bosone (da Wikipedia – Polaritone)

Come nasce un polaritone (click per ingrandire)

Orbene. Io mi rifiuto di ingegnarmi per trovare una faccia al polaritone. Allo stesso modo mi rifiuto nella maniera più assoluta di impegnarmi per riuscire a capire cosa diamine sia un polaritone. I prodotti (voluti o no) dell’accoppiamento di un eccitone non sono di certo affar mio (se è per questo -modalità polemicasterile ON- tutta la fisica dello stato solido non è affar mio, però hanno deciso che la devo studiare per forza, compreso l’albero genealogico degli eccitoni, è ingiusto. E anche abbastanza imbarazzante).

Palmipedone #121 —Blu, grazie. Il giallo mi sbatte—

Palmipedone #121 —Blu, grazie. Il giallo mi sbatte—

IM - Castori coi denti cariati - Pixel colorati su pixel bianchi - 2010

Quest’opera nasce dall’impellente necessità dell’artista di estrinsecare il suo conflitto interiore, di raffigurare le sue due anime e, contemporaneamente, il loro rapporto con le altrui essenze, di evidenziare come ciascuna di queste sia costretta da sempre a viaggiare su di un binario rettilineo con ritmo sincopato, ad incontrare l’altra, dove per altra l’artista intende non solo il suo alter-ego, come già evidenziato, ma anche, più semplicemente, l’alter, l’altro, in un unico punto: scontro oppure incontro fuggevole, unico, obbligato, intersezione di linee non parallele (e come potrebbero esserlo?) che giacciono sullo stesso piano, il piano dell’esistenza umana. Contatto irripetibile oppure ripetibile all’infinito cambiando, volendolo, verso di percorrenza, tornando sui propri passi, ripercorrendo la propria storia, oppure andando continuamente avanti nella consapevolezza che la finitezza della tela non implichi quella della raffigurazione, eterna, ciclica, all’infinito richiusa su se stessa. E ad osservare tutto questo, dall’angolo inferiore destro, un punto: nero, immobile, coscienza che tutto vede e nulla è in grado di mutare, onnisciente, ma ben lontana dall’essere onnipotente, inevitabilmente onnipresente, testimone consapevole ed involontario della rovina dell’uomo causata dalle passioni e dagli odii che perennemente lo agitano e rendono le sue scelte, in potenza bidirezionali, drasticamente orientate verso la mai definitiva divergenza.

Ovvero, come trasformare due linee messe a caso in un capolavoro attraverso l’arte della non comunicazione, della non divulgazione, del non senso. Ecco: domandare Pensiamo davvero o siamo pensati? è la stessa cosa che chiedere Giallo o Blu?, blu grazie, il giallo mi sbatte.

Palmipedone #87 —Nymphéas—

Palmipedone #87 —Nymphéas—

Ogni tanto, mentre sono nel bel mezzo della mia nullafacenza pomeridiana (rara quanto preziosa) dedita alla faticosa arte del pensare, mi tornano in mente, per associazione mentale, delle cose lette nel passato ed evidentemente solo in apparenza dimenticate.

Oggi pomeriggio mentre me ne stavo adagiata (che donna di classe) sul divano e osservavo distrattamente il quadro appeso al muro vicino a me, mi è venuto da pensare che io, di arte, non ci capisco nulla. Capita di rado che io vada a vedere una mostra; quando succede faccio fatica a comprendere quello che vedo, non capisco se mi piace veramente oppure è una sorta di meccanismo di autoconvincimento del tipo critici importanti hanno detto che questo quadro è bello, quindi deve essere bello per forza. Eppoi c’è sempre troppa gente per i miei gusti, a vedere le mostre. Gente che si piazza davanti la targhetta che io, in quanto ignorante, vorrei leggere e, causa audioguida prolissa, non si sposta più. Ci sono le mandrie delle visite guidate che hanno la precedenza per l’osservazione, basta vederli all’orizzonte e ti viene naturale fuggire lontano.

Pensavo a tutto questo, oggi pomeriggio. E mi è venuto in mente un passo di City di Alessandro Baricco (libro bellissimo, fra l’altro) in cui il Professor Mondrian Kilroy, uomo di una cinquantina d’anni con una strana faccia da irlandese, ma non irlandese, insegnante universitario di statistica e studioso di oggetti curvi, tiene una lezione sulle Nymphéas di Claude Monet.

Com’è noto, le Nymphéas non sono propriamente un quadro, bensì un insieme di otto grandi decorazioni murali che, se accostate, darebbero l’impressionante risultato finale di una composizione lunga novanta metri e alta due. Monet vi lavorò per un numero imprecisato di anni, decidendo, nel 1918, di regalarle al suo Paese, la Francia, in omaggio alla vittoria nella prima guerra mondiale. Continuò a lavorarci fino alla fine dei suoi giorni, e morì, il 5 dicembre 1926, prima di poterle vedere esposte al pubblico. [...]
Monet volle che le Nymphéas fossero disposte – secondo una precisa sequenza – su otto pareti curve.

E il professor Kilroy, tramite la penna di Baricco, descrive così il comportamento degli spettatori che osservano l’opera, esposta sulle pareti curve dell’Orangerie di Parigi (grazie ai potenti mezzi del web è possibile fare un magnifico tour virtuale delle sale del museo in questione: Sala 1,Sala 2)

Ne sono come dispersi, gli uomini. Allora, prendono tempo. Vagano, si rigirano, deambulano, ristanno, sfilano, arretrano, talvolta si siedono – per terra o su apposita, pietosa, panchina – consci di vedere qualcosa che amano, ma tutt’altro che sicuri di vederla, veramente, vederla. Molti iniziano a chiedersi quanto. Quanto ci avrà messo, quanto saranno alte, quanti chili di colore avrà usato, quanti metri di lunghezza, quanto [...]. Prima o poi, osano e si avvicinano. Vanno a vedere. Ma proprio da vicino. Toccherebbero, potessero – ci appoggiano gli occhi, non potendo le dita. E definitivamente cessano di vedere, non riuscendo più a risalire a nulla, solo scorgendo pennellate grasse e anarchiche, come fondi di piatti sporchi, senape, mostarda e maionese blu, o cromatiche virgole da pareti di cesso impressionista. Ridono. E tornano subito indietro a riacquisire il punto in cui gli era chiaro quanto meno cosa non stavano vedendo: delle ninfee. Rinculando non omettono di domandarsi come potesse quell’uomo vedere da lontano e dipingere da vicino, sottile trucco che li ammalia, lasciandoli, al termine del loro viaggetto a ritroso verso il centro della sala, inutili come prima, e per di più, stregati [...]. Allora si arrendono. E mettono mano al supremo succedaneo dell’esperienza, al sigillo di qualsiasi sguardo mancato. Liberano dal tepore di custodie grigie felpate la disfatta della loro macchina fotografica. Fotografano le Nymphéas. Commovente [...]. Neanche il flash è concesso dai precetti senza pietà del regolamento: impressionano pellicole cercando umane inquadrature – impossibili – corrette da mortificanti piegamenti sulle ginocchia, torsioni del busto, pencolamenti oltre il baricentro. Mendicano uno sguardo qualsiasi, fidando forse nel miracoloso e chimico soccorso della camera oscura. I più commoventi – di tutti, i più commoventi – urlano la loro disfatta frapponendo tra obbiettivo e ninfee la mortificante presenza corporale di un parente, in genere posizionato, come per simbolico gesto di resa, di spalle alle ninfee. Per anni, poi, saluterà ospiti e amici, da sopra un comò, con un sorriso spento come di cugino naufragato, anni prima, in uno stagno di nymphéas, hélas, hélas.

Ecco, pensavo oggi pomeriggio, io sono quasi così. Però, almeno, le foto non le faccio.